Chi sente il bisogno di toccare con mano il mondo che viviamo per cercare di comprenderlo dovrebbe leggere questo libro di Andrea Cardoni, La parte migliore del paese (Fandango libri, pp. 215, euro 16,50), immerso nella realtà quotidiana di un volontariato specifico, quello alle prese con la crisi sempre più profonda della sanità pubblica italiana, denunciata in tutta la sua drammaticità; una descrizione accompagnata dalla follia insita nel circo impazzito della comunicazione contemporanea, in particolare quella legata ai social media. Con sferzante ironia, le pagine di Cardoni sembrano voler suscitare nel lettore più di qualche domanda. Ne abbiamo rivolte alcune all’autore.

Partiamo dal protagonista. Chi è Mattia Taidelli?
Mattia Taidelli è uno che non sa di niente, uno sfruttato che è stato costretto a nascondere le sue aspirazioni pur di lavorare come tuttofare in una “storytelling company” che si professa aperta, umanista, sostenibile, sensibile alle questioni sociali più rilevanti, e che invece sfrutta i lavoratori che ne fanno parte. Ma è anche uno che ha la presunzione di essere migliore di chi lo comanda, e forse non lo è. Lavinia Azzone, l’editor che per Fandango ha curato questo libro, lo ha definito “uno splendido passivo-aggressivo”, che però ad un certo punto si troverà costretto a innescare una vicenda che gli farà cambiare il suo modo di stare al mondo e a misurarsi con la fama, a doversi rendere piacevole per poter piacere. È uno che ha paura del sangue ma che si ritrova a imbattersi con una varietà dei personaggi e delle situazioni che ogni giorno incrociano vita e morte, soccorsi estremi e assistenze quotidiane, ma anche ambizioni e gerarchie, frustrazioni e desiderio di successo.

Il libro pone al centro l'attività di soccorso volontaria, battendo più volte il tasto della crisi della sanità pubblica, la chiusura degli ospedali…
Sono partito da alcuni dati di realtà, che riporto tra le note nel romanzo, come la sanità come terreno di competizione, la chiusura degli ospedali pubblici, il conseguente aumento della necessità di ambulanze (e quindi più necessità di personale preparato), per raccontare un mondo che raramente viene raccontato se non all’indomani di un caso di cronaca o di un atto eroico. Nonostante sia necessario tanto nel quotidiano quanto nelle emergenze, il volontariato sanitario o di protezione civile o quello svolge i servizi sociali, spesso viene dato per scontato. Ho quindi cercato di dare voce a chi ogni giorno entra nelle case delle persone attraverso vere interviste ai volontari che raramente vengono raccontati e che invece raccontano cose importanti. “Nelle case c’è gente talmente sola che si farebbe arrestare o ricoverare”, o quando raccontano delle chiamate immotivate di soccorso che tolgono risorse importanti sul territorio. Poi ho provato a mettere in relazione tutto questo con un altro aspetto: quello in cui anche il soccorso, la sanità, la relazione di aiuto sono entrate sui social network come performance da mettere a profitto, un atto estetico che genera intrattenimento monetizzabile a partire dal like.

Con lo scorrere delle pagine si manifesta un'ironia sempre meno sottile nei confronti della comunicazione contemporanea, in particolare del mondo social. Quale messaggio hai voluto inviare al lettore?
Da un lato ho provato a mettere in scena la retorica, trasversale a tutti i media, che esaspera e mescola il sensazionalismo, l’eroismo, il patriottismo, il paternalismo, che esalta, silenzia e manipola a proprio piacimento quelli che chiama gli eroi silenziosi di tutti i giorni. E quindi ho ripreso espressioni come “l’antenna silenziosa e instancabile del territorio” o “dal basso” che ormai è il bollino di qualità che equivale a “visto in tv”. Dall’altro ho provato a esasperare l’autolegittimazione santificante che a volte caratterizza la comunicazione anche social di chi compie un’azione solidale. Non volevo inviare messaggi, ma provare a raccontare gli stereotipi e il linguaggio, quello che Luca Rastello avrebbe chiamato “la lingua maledetta”, che caratterizzano la narrazione dell’altruismo organizzato, del soccorso, dell’attivismo (soprattutto dell’attivismo social) che muovono persone e organizzazioni nel nome della giusta causa e di un bene superiore perché sono indirizzate verso un fine etico.

Il libro diviene anche la parodia disincantata del nostro vivere quotidiano, e alla fine "La parte migliore del paese" diventa l'ennesimo talent, l'ultimo show da masticare per poi sputare ancora, ancora una volta. Non si salva neanche il mondo del volontariato?
Ho inserito in premessa che nomi, personaggi, associazioni, luoghi e avvenimenti sono al servizio dell’invenzione o dell’invenzione di un presagio che spero che non si avveri. Anche se basta scorrere i social network per pensare che sia un epilogo inevitabile anche per il volontariato se il volontariato o, in generale, l’azione solidale organizzata non si dota di strumenti appropriati per evitare un reality in cui le ambulanze faranno a gara a chi salva più persone.

Una situazione ai limiti del paradosso
Nel romanzo ho provato a raccontare le conseguenze di cosa siamo disposti a fare per soddisfare il nostro bisogno di ricevere attenzioni. E con il talent televisivo ho esasperato i desideri di gratificazione e di visibilità a cui aspira, anche legittimamente, il volontariato, mettendo da una parte in evidenza la complessità e le contraddittorietà dell’altruismo, le frustrazioni di una parte necessaria che non viene mai riconosciuta come il volontariato del soccorso, ma dall’altra l’ormai sempre più presente necessità dello spettatore che, come dice Derek Thompson in un suo recente articolo, nel bagliore di un notiziario locale, o di un feed di notizie indignato, “si bagna in una vasca del proprio cortisolo”.