“Il maxiprocesso ha cambiato la mia vita”. Pietro Grasso lo racconta nella prima puntata di Collettiva Talk, ripercorrendo l’esperienza che segnò una svolta nella lotta alla mafia in Italia. All’epoca giovane magistrato, Grasso ricevette quella che definisce “la telefonata che mi cambiò la vita”, con cui il presidente del tribunale di Palermo gli affidò l’incarico di partecipare al processo contro Cosa nostra iniziato il 10 febbraio 1986.

“Il maxi processo? Un’impresa collettiva”

Quella vicenda è oggi al centro del libro Umaxi, pubblicato da Feltrinelli, in cui l’ex procuratore nazionale antimafia e attuale presidente della Fondazione Scintille di Futuro, ricostruisce dall’interno uno dei passaggi più importanti della storia repubblicana. “Mi piacerebbe che rimanesse l’idea che fu un’impresa collettiva”, spiega Grasso. Non solo magistrati e forze dell’ordine, ma anche cittadini, giudici popolari, testimoni, istituzioni e Parlamento contribuirono a rendere possibile quel processo. “Quando lo Stato, con tutte le sue componenti, vuole raggiungere un obiettivo, riesce effettivamente a raggiungerlo”.

Il messaggio, aggiunge, è soprattutto per le nuove generazioni. “Ai giovani dico che anche le cose che sembrano impossibili si possono realizzare con il lavoro, l’impegno e qualche sacrificio”. Nel libro, racconta, quei sacrifici emergono in molte storie e testimonianze di chi partecipò a quella stagione.

“La mafia è cambiata non è scomparsa”

A quarant’anni di distanza, però, la mafia non è scomparsa. “Oggi non fa più notizia perché la strategia è cambiata”, osserva Grasso. Non ci sono più le stragi eclatanti di un tempo, ma il fenomeno continua a esistere e per questo “parlare del maxiprocesso serve anche a ricordare che la battaglia non è finita”.

Ripensando all’aula bunker di Palermo, gremita di imputati, avvocati e centinaia di giornalisti, Grasso ricorda l’emozione del primo ingresso: “Sentii subito la grande responsabilità di quel momento”. Un processo gigantesco, segnato da tentativi di rallentarlo o farlo fallire, ma che riuscì comunque a cambiare la storia giudiziaria del Paese.

"Piena autonomia alla magistratura”

Nel corso dell’intervista al direttore di Collettiva Stefano Milani, l’ex presidente del Senato affronta anche il tema dell’indipendenza della magistratura. Oggi, sostiene, i magistrati sono sempre più spesso bersaglio di attacchi politici. Eppure, ricorda, autonomia e indipendenza “non sono privilegi di casta, ma garanzie per i cittadini che vogliono una giustizia che funzioni”.

Infine, un giudizio netto sulle riforme che riguardano la giustizia e sulla separazione delle carriere. “L’equilibrio tra i poteri dello Stato è una garanzia della nostra democrazia”, afferma. Indebolire l’autonomia della magistratura significherebbe indebolire uno degli argini fondamentali al potere. “Per questo considero questa riforma inutile, dannosa e costosa”.