Trentasette persone cancellate da un foglio Excel con la solennità del progresso. A Venezia l’intelligenza artificiale entra in ufficio come una divinità aziendale e chiede il sacrificio umano. Ventinove impiegati, sette quadri, un dirigente della Invest Cloud Italy. Altro che innovazione, qui siamo alla liturgia del licenziamento automatico celebrata in nome della produttività.

Il dettaglio più feroce sta nei conti. L’azienda cresce, fattura quasi dieci milioni, aumenta i ricavi, registra utile netto. Però si dichiara “anti-economica e inefficiente”. È il capolavoro del capitalismo acrobatico, quello che ingrassa e si proclama malato per sbarazzarsi del personale. Un tempo si falsificavano i bilanci, oggi basta manipolare il vocabolario.

La formula è sublime nella sua crudeltà manageriale. I lavoratori avrebbero il torto di essere più lenti della macchina che li rimpiazza. Come se l’essere umano fosse una versione difettosa del software. Anni di competenze, adattamenti locali, relazioni coi clienti, esperienza concreta ridotti a “duplicazioni operative”.

Qui l’intelligenza artificiale c’entra fino a un certo punto. Il punto è l’imbecillità molto umana di un modello che usa la tecnologia come manganello digitale. L’algoritmo firma, il consiglio di amministrazione incassa, la retorica applaude. E intanto perfino informatici d’eccellenza ci ricordano che quando il padrone colpisce, il futuro ha sempre l’odore della catena di montaggio.

La questione vera allora è politica, prima ancora che sindacale. Chi governa il cambiamento, chi ne paga il prezzo, chi si appropria del vantaggio. Perché se l’IA serve a liberare tempo, ricchezza e fatica, bene. Se serve a liberarsi dei lavoratori, allora non è progresso. È soltanto il licenziamento collettivo travestito da modernità, con l’algoritmo in giacca e cravatta.