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Gianni Cipriani si definisce una figura ibrida: metà giornalista e metà ricercatore. E ha dedicato la sua carriera a indagare, studiare, ricostruire gli anni più controversi della storia repubblicana, quelli venuti dopo il 25 aprile del 1945. Da giornalista ha seguito la Commissione stragi, è stato consulente della Commissione Mitrokhin, ha collaborato con la Procura di Brescia per le indagini su piazza Fontana, e altro ancora.
La lettura teatrale “Come il fascismo è sopravvissuto al fascismo”, con la voce narrante di Anacleto Lauri e le musiche di Luca Cipriani, si basa su prove documentali per ricostruire i legami che portano dalla strage nazifascista delle Fosse Ardeatine a Roma nel 1943 alla strage neofascista alla stazione di Bologna nel 1982, passando per quella di piazza Fontana a Milano del 1969.
Da dove nasce l’idea di trasformare questo lavoro in un testo teatrale?
È nato tutto quasi per caso. Lo spunto è arrivato da una dichiarazione di La Russa sull’attentato di via Rasella, quando disse che in quell’occasione era stata colpita “una banda musicale di semi-pensionati”. È stato l’ennesimo tentativo di riscrivere la storia e annacquare le responsabilità del fascismo e dei fascisti. Da lì ho avuto l’idea: invece del solito intervento “comizio” del 25 aprile, sono salito sul palco e ho detto: “Oggi vi racconto delle storie”. Quel racconto era stato registrato e così un’amica mi ha suggerito che poteva essere del buon materiale per un lavoro teatrale.
Questo racconto ha un suo destinatario ideale, un suo lettore modello, per dirla con Umberto eco?
Sì e no. C’è uno “zoccolo duro” di over 50-60 che questi fatti li ricordano: Bologna, Brescia, piazza Fontana fanno parte della loro memoria. Ma il lavoro è pensato soprattutto per una generazione più giovane, le persone tra i 30 e i 50 anni, che hanno sentito parlare di queste cose ma non le conoscono davvero in maniera approfondita. Sarebbe interessante anche provare a raccontare queste storie ai più giovani, ma dovremmo immaginare una versione ad hoc per le scuole, lavorando sulla semplificazione di alcuni concetti e contenuti. Non lo escludo.
Come ha strutturato il testo teatrale per rendere accessibile una materia così complessa?
Non sono partito dalla teoria, non ho spiegato concetti storici astratti. Ho scelto quattro storie. Attraverso queste storie racconto un fenomeno politico: la continuità dell’eversione fascista in Italia dal 25 aprile 1945 a oggi. È una sorta di staffetta: personaggi che si passano il testimone nel tempo. Questo permette di vedere concretamente la continuità, senza doverla spiegare in modo teorico. Più che dei momenti chiave, ho scelto delle storie emblematiche. Avrei potuto sceglierne altre, ma mi sono orientato sui personaggi meno conosciuti. Ad esempio parto da Karl Hass, uno dei responsabili dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, un personaggio poco conosciuto. Da lì si sviluppa una rete che arriva fino a piazza Fontana e va oltre. Il punto era mostrare una continuità storica attraverso percorsi individuali.
Nel suo lavoro emerge anche il tema della riscrittura della storia da parte della destra attuale che, però, non vuole riscrivere la storia del Ventennio, bensì quella degli anni Settanta e delle stragi. C’è un tentativo di “ripulire” il proprio album di famiglia?
Questo lo si vede chiaramente nei depistaggi che vengono riproposti ancora oggi dagli eredi del Movimento sociale italiano, che poi sono quelli di Fratelli d'Italia, che ancora nel 2024 negavano la responsabilità fascista sulla strage di Bologna, nonostante una sentenza di condanna definitiva. La destra ha continuato a rimettere periodicamente in discussione fatti e personaggi storici ormai acclarati: Licio Gelli, la P2, Mario Tedeschi e altri. A un certo punto hanno cambiato nome – Alleanza Nazionale – ma erano sempre loro. L’Italia non ha mai fatto fino in fondo i conti con il fascismo né con il neofascismo. Nella lettura teatrale non lo dico esplicitamente, perché racconto storie. Ma questa è la mia convinzione: c’è stata una rimozione politica e culturale.
Il titolo del suo testo si concentra sul “come” il fascismo è sopravvissuto al fascismo. Io, invece, le chiedo: perché?
La risposta storica è chiara: dopo il 1945, con la “guerra fredda”, i fascisti diventano funzionali agli equilibri internazionali. I fascisti non vengono condannati a morte. Molti restano a occupare posti di potere: prefetti, questori, apparati dello Stato. Altri vengono reclutati in strutture parallele. Nel 1946 nasce il Movimento sociale italiano, finanziato anche dagli americani in funzione anticomunista. Proprio quegli Alleati che il nazifascismo lo avevano sconfitto. Un paradosso, che richiede in una certa parte anche una depurazione della memoria, per nascondere ciò che era scomodo.
Piero Gobetti scriveva "Il fascismo come autobiografia della nazione”. Al potere c’è la destra, ma per strada ci sono le commemorazioni del Duce a Predappio, Acca Larentia, Forza Nuova, Casapound. E, ciò che è più inquietante, le scritte fasciste anche tra i più giovani. L’ennesima è di qualche giorno fa all'Istituto Bottardi di Roma. Abbiamo un problema culturale enorme. Il finale di questa storia è amaro.
Sì, ma non solo amaro. Il finale della mia lettura recita: il 25 aprile 1945 il fascismo è stato sconfitto. Il 25 aprile 1945 il fascismo non è morto. Però c’è anche un messaggio di speranza: la risposta non è la violenza, ma la democrazia, la partecipazione. Chiudo con le parole di Piero Calamandrei: “Ora e sempre Resistenza”. È un invito a non dare mai nulla per scontato.


























