Era necessario riportare alla luce una delle battaglie più feroci e meno raccontate della storia italiana: quella combattuta dai giornalisti contro la violenza e la censura del nascente regime fascista. Lo ha fatto il giornalista de Il Secolo XIX Giovanni Mari in Fascistissima. Il libro, edito da People, ricostruisce con rigore e partecipazione il clima dei primi anni Venti, quando la stampa italiana era ancora un laboratorio vivace di idee, professionalità e impegno civile, e proprio per questo divenne uno dei primi bersagli delle squadre d’azione.

Il controllo dell’informazione

Mari mostra come, fin dagli esordi, il fascismo avesse compreso l’importanza strategica del controllo dell’informazione. Le aggressioni alle redazioni, gli incendi alle tipografie, le spedizioni punitive contro giornalisti e edicolanti non furono episodi isolati, ma parte di un disegno sistematico. La violenza fascista si sviluppò già prima della conquista del potere e attraversò la cosiddetta marcia su Roma del 28 ottobre 1922, quando Mussolini, consapevole della fragilità del quadro politico, ordinò nuovi raid per mettere a tacere ogni voce critica e impedire che la stampa ostacolasse le sue manovre.

Dalla violenza di strada a quella di Stato

Una volta conquistato il potere, il regime passò dalla violenza di strada alla violenza di Stato. Mari ricostruisce con precisione la legislazione liberticida varata già nel 1923, un insieme di norme volutamente vaghe e arbitrarie che consentivano al governo di intervenire contro qualsiasi pubblicazione ritenuta “tendenziosa”, “allarmistica” o “pericolosa per gli interessi nazionali”. Il prefetto, figura nominata dall’esecutivo, poteva diffidare, sospendere o far decadere i direttori, trasformando la stampa in un territorio sorvegliato e ricattabile. Dopo due anni di scontri, appelli e resistenze, il decreto divenne legge nel dicembre 1925, entrando in vigore nelle prime settimane del 1926, esattamente cent’anni fa, segnando di fatto la fine della libertà di stampa in Italia.

I reati d’opinione e l’Ordine fascista dei giornalisti 

Il nuovo Codice penale del ministro Rocco completò l’opera, irrigidendo ulteriormente i reati d’opinione e subordinando l’esercizio della professione giornalistica all’iscrizione a un Ordine e a un sindacato ormai controllati dal regime. Le epurazioni colpirono anche i grandi quotidiani: Mari racconta con particolare efficacia la pressione esercitata su La Stampa e sul Corriere della Sera per ottenere la rimozione dei loro direttori storici, Alfredo Frassati e Luigi Albertini, colpevoli di non essersi piegati all’ortodossia fascista.

L’ingranaggio quotidiano della censura 

Il libro mostra come, a quel punto, non fosse più necessario intimidire fisicamente i giornalisti: la macchina giuridico-amministrativa bastava da sola a soffocare ogni autonomia. Diffide, sequestri, sospensioni e cavilli formali diventavano strumenti di repressione rapida e discrezionale, capaci di colpire qualunque articolo non allineato. La censura non era più un atto eccezionale, ma un ingranaggio quotidiano. Mari restituisce dignità e voce a quei cronisti, redattori e giovani militanti che tentarono di resistere, spesso pagando con la libertà o con la vita. Fascistissima non è solo un saggio storico: è un monito sulla fragilità della libertà di stampa e sulla facilità con cui può essere erosa quando un potere politico decide di trasformare l’informazione in propaganda. Un libro necessario, che illumina un passato troppo spesso semplificato e che risuona con inquietante attualità.

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