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La giovinezza del cuore. L’ineluttabilità di un destino vissuto come destinazione. Una missione vissuta come un gioco. Sono i più giovani partigiani, staffette e combattenti neanche maggiorenni, oggi ultimi testimoni viventi della Resistenza. Theo Putzu e Paolo Cagnacci li raccontano nel documentario “Avevo due paure”, sarà in sala, in prima visione, giovedì 23 aprile a Bologna al Cinema Galliera e sabato 25 aprile a Firenze al Cinema La Compagnia. Tra le prime date anche Carrara, al Cinema Garibaldi, il 24 aprile e Pistoia, al Cinema Roma, sempre il 25.
Theo Putzu, a ottantuno anni dalla Resistenza, perché è ancora importante realizzare un documentario che ne parli e la racconti?
Il progetto comprende anche un reportage fotografico omonimo, oltre al documentario cinematografico. La ricorrenza sicuramente ci ha spinti a porci questa domanda: perché tornare su un tema così raccontato, avvenuto ormai più di ottant’anni fa? Il nostro intento era lavorare sul sottotesto del documentario, che è il concetto di libertà: qualcosa di universale e senza tempo. Guardando anche a ciò che accade nel mondo oggi, è evidente quanto sia un tema ancora attuale. La voglia di quei giovani di vivere in una società libera è valida oggi come allora, e lo sarà anche in futuro.
Le testimonianze che avete raccolto sono tra le ultime dirette di quel periodo storico. Avete incontrato persone che all'epoca della Resistenza erano giovanissime. Quale messaggio possono dare ai giovani di oggi, che conoscono molto poco di quella storia?
È vero, forse oggi c'è meno interesse rispetto a quel periodo così importante della storia italiana, anche perché la distanza temporale non aiuta. Viviamo in una società libera e democratica, e se questi temi non vengono affrontati a scuola o in famiglia, è più difficile che i ragazzi vi si avvicinino spontaneamente. Tuttavia, il concetto di libertà ci riguarda ancora tutti. I testimoni che abbiamo intervistato sono stati effettivamente dei giovanissimi partigiani: Flora, per esempio, aveva solo 14 anni e faceva la staffetta, trasportando messaggi nei boschi di notte. Ascoltare i loro racconti, vedere la luce nei loro occhi è stato incredibile. Nonostante l'età, conservano una straordinaria giovinezza interiore.
Una giovinezza del cuore, potremmo dire.
Esattamente. Rivivono interiormente quelle esperienze: anche raccontando episodi tragici, nei loro occhi si vede ancora una forte vitalità.
Il titolo del documentario è ispirato alla poesia di Giuseppe Colzani, partigiano, che recita "Avevo due paure: la prima era uccidere, la seconda era morire". Due versi che racchiudono l’essenza dei racconti sullo schermo: un profondo senso di ineluttabilità della vita e della morte, rispetto al bene supremo di esserci e di combattere.
Sì, assolutamente. Bisogna anche considerare l'incoscienza legata all'età. Per esempio, Ginesio – che ci ha lasciati nell'agosto 2025 – raccontava con naturalezza di quando, a 14 anni, rubava fucili in una caserma per i partigiani. Nel documentario ce lo racconta quasi come se fosse un gioco, pur essendo un’esperienza incredibile. Loro vissero pienamente quella condizione, era l'unica realtà che conoscevano. Alcuni, come Vera, hanno vissuto tragedie enormi: la sua famiglia fu sterminata durante la strage di Berceto. Mentre ce lo raccontava, riviveva quei momenti, nonostante fossero passati ottant’anni.
Come avete costruito le interviste con i testimoni?
Non è stato semplice arrivare a tutti loro: siamo partiti da contatti locali e spesso abbiamo parlato prima con i figli. Poi siamo andati nelle loro case, adattando il set agli spazi a disposizione. Non avevamo un elenco rigido di domande, preferivamo ascoltare, lasciare spazio al racconto spontaneo. Ogni storia era così ricca che avrebbe potuto diventare un documentario a sé stante. Abbiamo ascoltato tanti aneddoti inediti a telecamere spente, poi ne abbiamo scelti alcuni da fargli raccontare nuovamente, con lo scopo di restituirne tutta la profonda umanità. Abbiamo cercato il più possibile di adattarci a loro, senza forzature, e sono venute fuori storie incredibili, che in alcuni casi non avevano mai raccontato a nessuno, nemmeno ai loro figli. Gaetano “Mino” Avogadri, per esempio, non aveva mai parlato della guerra fino a una decina di anni fa. E poi, invece, ha iniziato ad andare anche nelle scuole. Solo una è la domanda che abbiamo rivolto a tutti: Cosa hai fatto quando è finita la guerra?
Il lavoro che avete fatto nell’accostamento delle immagini alle testimonianze è molto intenso. Come lo avete sviluppato?
L'idea era quella di connotare le interviste come se fossero una sorta di “scatola nera”, dunque con un fondo neutro, distinguendole nettamente dai luoghi fisici della memoria, che diventano la scenografia dei racconti. Abbiamo scelto di concentrarci sulla Linea Gotica, l'ultima grande linea difensiva tedesca in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, estesa per circa 320 chilometri tra Massa-Carrara e Rimini. Non volevamo, però, fare un racconto storico o geografico, bensì sensoriale. Per questo non abbiamo nemmeno indicato esplicitamente i luoghi: volevamo mostrare come quegli stessi luoghi esistono ancora oggi, creando un dialogo tra passato e presente.
























