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Domestiche, baby sitter, badanti, chirurghe. Tra di loro colpisce sicuramente quella venuta dalla Romania che Radu Jude, provocatorio e geniale autore rumeno, mette a servizio presso una famiglia borghese e progressista di Bordeaux. Lei con la figlia rimasta con la sua babushka nella casetta sperduta nella campagna rumena che le chiede continuamente di tornare. Loro col figlioletto “stronzetto e viziato” e una nonna “sessantottina”, preoccupati di dover saltare la vacanza in montagna. I due mondi a contrasto sono lo spunto per una satira feroce ed esilarante. È Journal d’une femme de chambre (nella foto), rivisitazione contemporanea del celebre testo di Octave Mirbeau che fustigava le ipocrisie della borghesia di inizio ‘900.
Di segno opposto, sulle corde del dramma, è il messicano Ceniza en la boca del divo Diego Luna. Anche qui una madre lascia i figli, una ragazza e un ragazzino, per andare a lavorare in Europa. Immaginando un futuro insieme in Spagna e migliore. Le cose non andranno esattamente così (badante, baby sitter, rider sono i lavori che trova la figlia a Barcellona), ma sarà l’occasione per denunciare una realtà che in Messico è diventata insostenibile: la sparizione di centinaia e centinaia di ragazzini e adolescenti vittime della tratta e consumata nella totale assenza dello stato.
Sono le madri, come tanti anni fa già accadde a queste latitudini, a chiedere giustizia. Lo racconta, anzi lo denuncia con forza, Cenere in bocca, il romanzo di Brenda Navarro, scrittrice femminista e voce determinante della letteratura latinoamericana, a cui si ispira il film.
Donne che si battono anche in Francia, poi. In questo caso per tenere in piedi la sanità pubblica via via smantella, come vediamo accadere anche da noi. È quello che fa la chirurga protagonista di La vie d’une femme della regista francese Charline Bourgeois-Tacquet, alle prese con tagli, carenze di personale, orari impossibili. La sua vita privata è la prima vittima, ma lei resiste.
C’è anche Erri De Luca nei panni dello scrittore montanaro. La resistenza delle donne in Iran, entra poi nel nostro personale palmarès, col film documentario di Pegah Ahamgarani, Rehearsals For a Revolution. La regista iraniana mette insieme il racconto privato (il papà eroe della rivoluzione anti scià) con la storia del suo paese. Dagli entusiasmi per Khomeini alla ferocia del regime di oggi, passando per il movimento “donne, vita, libertà” e un materiale di repertorio straordinario e drammatico.
La resistenza delle donne palestinesi ha avuto la sua vetrina con la presentazione a Cannes del “Gaza International Women’s Cinema Festival”, miracolosa rassegna-laboratorio nel cuore della Striscia.
Dalla Seconda guerra mondiale a Cuba. La Storia, lo dicevamo, è tra i vincitori del festival. L’eroe della resistenza francese, Jean Moulin è protagonista assoluto del film dell’ungherese László Nemes (Moulin). La pagina nera di Vichy, come mai raccontata fin qui, in Notre Salut di Emmanuel Marre, ci immerge nel quotidiano dei burocrati, ingranaggi silenziosi che hanno fatto girare la macchina collaborazionista di Pétain.
Film da Palma. L’Europa divisa in due, alla vigilia della Guerra Fredda, nella Germania ferita e in macerie, è il cuore del viaggio di Thomas Mann nel potente Fatherland del polacco Pawel Pawlikowski. Ma c’è anche Cuba a raccontare la sua storia: Les survivants du Che di Christophe Dimitri Réveille ci immerge all’indomani dell’assassinio di Guevara quando i suoi sei fedelissimi sopravvissuti dovranno fuggire dalla Bolivia assediati dall’esercito e dalla Cia. Un racconto straordinario sulla capacità di resistenza di uomini e dei loro ideali di giustizia. Da tenere bene a mente anche questi ora che Trump vorrebbe sferrare il colpo finale su Cuba.
Palma d’oro alla battaglia per la libertà di espressione. Parliamo del movimento del mondo della cultura francese (“Zapper Bolloré”) contro Vincent Bolloré, magnate di destra che sta scalando il mondo dell’emittenza e dell’editoria francese. Proprio da Cannes è partita la protesta con una raccolta di firme arrivata a oltre 2000 addetti ai lavori.
In risposta, i vertici di Canal+ (tra cui l'amministratore delegato Maxime Saada) hanno lanciato la lista di proscrizione. Ma proprio il 23 maggio, nel giorno di chiusura del festival, arriva la notizia che Canal+ è citata in giudizio dalla “Lega dei diritti dell’uomo" e dal sindacato Cgt Spettacolo, che denunciano la discriminazione contro i firmatari. Una bella Palma davvero.






















