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Cinema

«Noi esercenti in crisi, vessati dalla distribuzione»

Foto: Pietro Jeng
Maria Antonia Fama e Emanuele Di Nicola
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Il decreto del ministro Franceschini deroga alla legge, permettendo alle produzioni di far uscire i film direttamente sulle piattaforme in streaming. Anec: "A forte rischio la tenuta del mercato"

Ai tempi del Covid 19 si pensa a un cinema chiuso come a un luogo di svago, sacrificabile durante l’emergenza. Un messaggio simile è passato, in qualche modo, dalle azioni e dalle parole dello stesso Ministro Franceschini, che ha definito irresponsabili le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo e stucchevoli le loro proteste. Il titolare del Dicastero dei Beni Culturali ha firmato, nei giorni scorsi, un secondo decreto deroghe (dopo quello della scorsa primavera) che consente ai produttori di approdare direttamente sulle piattaforme con i film finanziati attraverso soldi pubblici, senza dover passare dalla sala cinematografica. Le produzioni nazionali potranno così mantenere i contributi previsti dalla Legge Cinema, pur uscendo direttamente in streaming.

La decisione del Mibact ha messo in allarme proprietari e gestori delle sale, che temono il tracollo di un settore già fortemente compromesso. “Se dovessimo riaprire nella prima metà di dicembre- fa notare l’Anec (associazione degli esercenti) – non ci sarebbero film pronti per essere programmati e ci troveremmo davanti al paradosso di dover stare chiusi per mancanza di prodotto”, mettendo a rischio il mercato nel periodo del picco del consumo natalizio. 

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Gli esercenti fanno fatica. Alcuni avevano tentato di riaprire dopo il lockdown, altri non ci erano neanche riusciti. Pur potendo ripartire dal 15 giugno, solo il 20% delle sale lo ha fatto. A settembre la quota era arrivata, lentamente, all’80%.  “Inutile girarci intorno: le piattaforme global come Disney, Netflix, Amazon fanno prevalere il loro potere economico. Se la politica non prenderà immediati provvedimenti di regolamentazione del mercato, non vedo davvero prospettive”. Gaetano Renda gestisce dieci sale tra Torino, Ivrea e a Fossano, che fanno parte del circuito Europa Cinemas. A settembre ha programmato una maratona di sei giorni al suo Cinema Centrale di Torino, con biglietti al costo simbolico di due euro, come iniezione di fiducia dopo un periodo di crisi che sembrava alle spalle.

“É stato un gravissimo errore concedere la deroga alla distribuzione senza attendere i 105 giorni, previsti per legge, dall'uscita nelle sale”. Come spiega Renda, si è creato un vuoto di mercato. La Disney è uscita sulla propria piattaforma con “Mulan” e “Soul”, causando perdite enormi per i cinema. Le major hanno rinviato a data da destinarsi film potenzialmente blockbuster. “Il settore è diventato un vero e proprio far west” aggiunge Renda e auspica la fine di quella che definisce “un’emorragia di film”. Gli esercenti denunciano lo strapotere dei distributori, le prevaricazioni dei circuiti più importanti su tutte le altre sale, e chiedono alle istituzioni un intervento più determinato e una vigilanza più serrata sulla concorrenza sleale, come previsto dalla Legge cinema del 2016.

Da Torino a Caserta, le condizioni dei proprietari di sala si somigliano tutte. Francesco Massarelli, ne gestisce due in Campania: il Teatro Ricciardi a Capua (mono) e il Duel Village a Caserta (multi).  La prima non ha mai più riaperto da marzo, il multisala ci aveva provato, ma senza  grande successo di pubblico. “Credo che la mancanza di fiducia sia esistita sin dalla riapertura, come dimostra il risultato al box-office di un film come ‘Tenet’ di Christopher Nolan”. Nel mese di settembre le presenze sono calate circa del 70% rispetto agli anni passati.  “Nonostante la situazione sia grave – osserva Massarelli -  abbiamo continuato a registrare episodi di arroganza e discriminazione da parte di alcuni soggetti della catena distributiva”. Le percentuali a favore dei distributori per “Tenet” sono arrivate addirittura al 55%, tanto che molte piccole sale hanno rinunciato alla pellicola, nella speranza di mandare un segnale forte al mercato.

Lo scorso febbraio, il Teatro Ricciardi di Capua è stato costretto a rinunciare a "Lontano lontano" di Gianni Di Gregorio (uscito solo in 17 sale), perché l'agenzia di zona aveva imposto un minimo garantito molto alto, noncurante del rischio di avere pochissimi spettatori in sala. “Vorrei vivere in un mondo in cui gli esercenti fossero liberi di decidere la programmazione delle proprie sale – auspica Massarelli-  andando incontro alle esigenze del loro pubblico”.    

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