Colletiva logo CGIL logo
Colletiva logo CGIL logo

25 novembre

La violenza contro le donne è una sconfitta per tutti

  • a
  • a
  • a

Guida sintetica alla lettura dei principali quotidiani italiani. Con uno sguardo particolare riservato al lavoro e al sindacato

Femminicidi, molestie, discriminazioni, fanno da contrappunto tutti giorni alla vita di quasi tutte le donne. Serve ridurre l’asimmetria di potere tra donne e uomini, servono politiche che cambino l’organizzazione del lavoro e della società. E poi le misure del governo per contrastare la quarta ondata di Covid cercando di non mettere a repentaglio la ripresa. E ancora le vertenze da Whirlpool ad Amazon passando per la scuola. E poi l’economia con la promozione con riserva della manovra italiana da parte di Bruxelles

Prime pagine
Apertura fuori dal coro per Il Sole 24 Ore: “Nuove regole su patent box”, in contro apertura il titolo sulle decisioni del Consiglio dei Ministri: “Covid, super green pass. Scelta differente quella del Corriere della Sera: “Super green pass dal 6 dicembre”, così come quella de La Repubblica: “Draghi, stretta sui No Vax per salvare l’Italia”, così come quella del Il Messaggero: “Super pass per salvare l’Italia”. Stessa scelta anche per La Stampa: “Super Green Pass dal 6 dicembre” e Il Fatto Quotidiano: “Il Natale non sarà più uguale per tutti”. Fuori dal coro Il Manifesto, su foto notizia raffigurante i volti di due ragazze, titola: “I corpi del reato” e nel sommario: “109 delitti dall’inizio dell’anno. Contro i femminicidi oggi manifestazioni in tutta Italia per la giornata mondiale delle donne. Sabato a Roma corteo nazionale di ‘Non una di meno’. Attiviste in difesa delle vittime afgane. A Torino i giudici assolvono il ragazzo che uccise il padre violento”.

Le interviste
Quando il mettersi dal punto di vista delle donne può cambiare le cose. A partire dall’organizzazione del lavoro e delle città. Questo il senso della riflessione  che lancia la sottosegretaria al Mef Maria Cecilia Guerra intervistata da Rosaria Amato a pag. 29 di La Repubblica: Ecco alcuni passi significativi: "Bisogna rovesciare l’idea che le donne manipolano, mentono, esagerano, che è colpa loro se non sanno reagire, e rimuovere i vincoli che impediscono loro di ribellarsi". Che sono anche in buona parte vincoli economici: "Noi abbiamo provvedimenti che vanno in questa direzione, dall'accesso alle case pubbliche alla decontribuzione per il datore di lavoro, ma bisogna sradicare anche in campo economico tutte le discriminazioni che riducono l'autonomia delle donne e favoriscono gli elementi che preparano la violenza: il controllo della donna passa anche per le risorse di cui dispone. Io penso che il contesto socio-economico sia cruciale in termini di prevenzione".

E quindi anche il fatto che il tasso di occupazione delle donne italiane sia uno dei più bassi in Europa le indebolisce, impedisce loro di reagire quando sono vittime di violenza?

"Il contesto della situazione economica è fondamentale. Un percorso nel mercato del lavoro come quello italiano, così svilito e così condizionato dalla maternità, favorisce la violenza.  Una donna che fa figli ha una probabilità di mantenere un lavoro a tempo pieno qualificato molto più bassa rispetto a una donna che non fa figli, per non parlare rispetto agli uomini".

La pandemia ha reso molto più diffuso e accessibile lo smart working. Si stanno costruendo protocolli, linee guida: potrebbe essere l'opportunità per rendere i tempi di lavoro più flessibili e adatti anche alle lavoratrici madri.

"E' fondamentale anche un’attenzione ai tempi di lavoro, il cosiddetto diritto alla disconnessione: i Paesi nordici lo stanno affrontando di petto, noi meno. Io credo che lo smart working possa aiutare ad affrontare il tema della conciliazione vita privata-lavoro ma solo se il  tema viene declinato anche al maschile, altrimenti il lavoro agile rischia di diventare una ulteriore formula di ghettizzazione, con la pretesa che le donne al tempo stesso lavorino e accudiscano anche i figli. Noi abbiamo visto infatti che durante il lockdown il peso maggiore del lavoro di cura è stato è stato sulle spalle delle donne, non si è distribuito, e questo è avvenuto in Italia sia quando entrambi i genitori erano in smart working e persino nel caso in cui solo il padre era in smart working e la madre continuava a lavorare in presenza! Io metterei una premialità per le imprese che utilizzano strumenti di conciliazione in modo equilibrato, coinvolgendo dipendenti maschi e femmine, questo potrebbe essere utile".

Anche i congedi parentali speciali durante il lockdown erano stati pensati per favorire le famiglie e si sono ritorti contro le donne.

"La quasi totalità dei congedi parentali Covid sono stati presi dalle donne, ma questi bimbi hanno anche dei papà! Oppure i padri vengono fuori solo nei casi di separazione? Bisogna dare anche ai padri l'opportunità di svolgere la loro funzione: nei Paesi in cui è avvenuto i padri si dicono felici di essersi riappropriati del loro ruolo".

Certo di leggi per favorire il lavoro delle donne ne sono state fatte tante, ma gli effetti non sempre sono stati significativi.

"Penso che abbiamo fatto bene a mettere le pari opportunità nelle leggi elettorali e le quote rosa nei consigli di amministrazione. E facciamo bene a mettere nel Pnrr regole di premialità negli appalti pubblici per le aziende che assumono quote significative di donne. Importante anche la legge sulla parità retributiva appena approvata dal Parlamento, che introduce elementi di trasparenza per individuare gli snodi delle discriminazioni. Ma non basta".

Quali misure potrebbero essere veramente efficaci per rafforzare il ruolo delle donne e la loro autonomia economica?

"Bisognerebbe introdurre elementi di premialità per le aziende che non discriminano e di sanzione per i comportamenti scorretti, coinvolgendo anche l'Ispettorato del Lavoro. Dobbiamo rafforzare strumenti come il congedo obbligatorio per gli uomini, che adesso è diventato di 10 giorni contro i 5 mesi delle donne. Dobbiamo premiare la condivisione dei compiti di cura. La scommessa è quella di cominciare a introdurre criteri trasversali, come stiamo cercando di fare con il Pnrr: interpretare le politiche pubbliche attraverso la valutazione degli diversi effetti che hanno su uomini e donne. Comprese le pensioni: se continuamo a pensare alle pensioni in modo neutro premiamo le carriere contributive lunghe, che sono quelle degli uomini, e non certo chi è dovuto stare a casa per accudire i figli. Le politiche pensionistiche non sono eque dal punto di vista del genere. E neanche quelle dei trasporti".

A quali politiche si riferisce?

A quelle di trasporto pubblico, che considerano solo i tragitti da casa a scuola e da casa al posto di lavoro, ma le donne vanno anche a far la spesa, dal medico e abbiamo bisogno di costruire una rete di trasporti visto che sono le donne li usano di più, gli uomini vanno in macchina. Serve una rete dei trasporti pubblici che tenga conto di chi svolge i compiti di accudimento".

Ma come si fa per evitare che poi le politiche a sostegno delle donne diventino politiche anti-donna? 

"Sin da piccoli uomini e donne vengono educati in modo diverso. E nelle scuole non riusciamo ancora a portare corsi di educazione civica equilibrata, ogni volta che ci si prova vengono fuori tabù e rimostranze di varie associazioni genitoriali che hanno paura che si parli di temi sensibili. Ci sono quattro-cinque leggi che impongono in tutti i programmi scolastici l'educazione alle relazioni tra uomo e donna, ma non vengono applicate. Come la legge 119 che dà la possibilità di raccogliere le testimonianze delle donne in forma protetta, ma i tribunali la ignorano".

Il titolo dell’intervista ad Alessandra Dino, docente di sociologia all’Università di Palermo, su Il Manifesto, è emblematico: “Femminicidi: se c’è la gelosia, l’aggravante spesso non è concessa”. La docente ha condotto un’analisi qualitativa su 370 sentenze di processi sulla violenza contro le donne. Un’analisi impietosa non solo sul fenomeno dei femminicidi ma anche sugli stereotipi che albergano nei nostri tribunali

Il Sole 24 Ore ascolta la ministra delle pari opportunità Elena Bonetti che illustra misure a favore delle donne vittime di violenza: “Il reddito di libertà si innesta nel percorso di ricostruzione di una vita delle donne che sono nella fase di uscita dalla violenza. Donne che spesso non hanno autonomia finanziaria. La misura varata è uno strumento di libertà, non di assistenzialismo, si tratta di un primo finanziamento di 7 milioni per tre annualità, dobbiamo rafforzarlo negli anni a venire con ulteriori finanziamenti”. Interrogata sul micro credito, la ministra risponde: “Il microcredito, con copertura totale da parte dello Stato, parte fattivamente adesso. Una misura che la leva sull’educazione finanziaria e investe sulle donne. Ha finalità di empowerment visto che intende accompagnare le donne nella vita lavorativa fuori dalla violenza”.

Su Il Manifesto, invece, la parola è al segretario generale della Flc Francesco Sinopoli che illustra le ragioni dello sciopero della scuola indetto per il 10 dicembre. Ecco alcuni passi dell'intervista: “Il governo Draghi ha fatto una scelta molto precisa: al di là delle dichiarazioni roboanti e dei patti sottoscritti con i sindacati, disinveste sulla scuola pubblica, confermando la tendenza che va avanti da almeno 15 anni, ma che adesso suona ancora più insopportabile, sbagliata e ingiusta dopo due anni di pandemia. Con una legge di bilancio da 33 miliardi è previsto un fondo di 210 milioni di euro. Servirebbero 350 euro al mese per adeguarsi alla media europea, ma da questo fondo vengono tutt’al più appena 87 euro più 12 euro per premiare una non meglio definita «dedizione professionale».

La dedizione?
Sì, la dedizione. Un insulto a persone che prima e ancora di più in questi due anni terribili hanno lavorato a scuola. E poi come si determina la «dedizione»? Chi lo decide?

Come spiega l’atteggiamento di Draghi che promette di aprire le palestre, investire nella scuola e poi non aumenta gli stipendi già bassi a chi ci lavora?
Ho l’impressione che siamo fermi all’idea della scuola come secchio bucato nel quale non bisogna mettere risorse perché, loro pensano, sono sprecate. Avevamo avuto le avvisaglie di questo approccio all’indomani della firma sul patto dell’istruzione purtroppo inattuato. Credo che in questo governo ci sia un’anima conservatrice, la stessa che ha caratterizzato la stagione dei tagli e del neoliberalismo all’italiana.

Che cosa intende per «neoliberalismo all’italiana»?
È l’idea per cui la scuola è un problema da trattare con i criteri del management attento all’efficienza gestionale e alle gerarchie, senza affrontare il lavoro e la valorizzazione delle professionalità. È la stessa impostazione che vediamo al Centro Nazionale delle Ricerche dove ci sono 350 precari che rischiano di non essere assunti e la riforma dell’ente è vincolata al parere di un comitato esterno. Mi chiedo chi pensi queste politiche. L’impressione è che non siano pensate al ministero dell’istruzione, ma tra il Tesoro e Palazzo Chigi. Questo è un problema democratico.

Il ministro dell’Istruzione Bianchi non è capace di imporre al suo governo la priorità del settore che guida?
Credo che in questo momento il ministro sia in difficoltà, non è un giudizio è un fatto oggettivo. Fa specie che rispetto agli altri settori pubblici la scuola è trattata peggio. Non ci sono più alibi, è una scelta deliberata. Non è solo questione di salario, ma non si proroga nemmeno l’organico Covid, già ridotto rispetto al passato. Questo governo sta facendo peggio di quello Conte.

Nel Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) ci sono 1,5 miliardi solo per gli istituti tecnici superiori (Its). Come lo spiega?
Gli Its non sono un problema in sé, il problema è che l’istruzione sia configurata ad uso e consumo dei bisogni attuali del mercato del lavoro e di un sistema produttivo che ha molti problemi. Bisogna integrare anche l’istruzione tecnica nel sistema pubblico, non configurarla in base alle esigenze di alcune imprese. Le risorse del Pnrr non devono essere risorse una tantum, ma devono essere consolidate progressivamente nella spesa sociale, come del resto sta avvenendo con l’università. È condivisibile aumentare il tempo scuola, ma questo significa aumentare l’obbligo scolastico a 18 anni e non diminuire la durata dei licei. E bisogna aumentare gli organici per combattere la dispersione scolastica. Insomma stanno facendo l’opposto di quello che andrebbe fatto. La legge di bilancio è la conferma di questo approccio ed è un segnale molto negativo.

Nel Pnrr si investono 5 miliardi sull’edilizia scolastica, in particolare negli asili. Cosa ne pensa?
Per carità, abbiamo un‘emergenza sulle infrastrutture, serve un investimento sull’edilizia anche su quella dell’infanzia, le palestre, le mense. Ma c’è bisogno di un investimento sul personale, è questo che manca. È su questo che vogliono risparmiare. È il solito ritornello ideologico: vi diamo quattro spicci solo se siete ligi al nostro modello.

Allo sciopero non aderisce la Cisl. È una rottura?
Penso che abbiano fatto una valutazione di categoria sulle forme di lotta. Noi pensiamo che lo sciopero è uno strumento da utilizzare quando serve.

Un sondaggio de «La tecnica della scuola» dice che 7 docenti su 10 aderiranno allo sciopero. Cosa vuole dire ai questi lavoratori?
È un buon segnale. Questo è il momento di rivendicare ciò che è giusto, è il momento del conflitto. Sappiamo che c’è tanta sfiducia, due anni di pandemia non hanno cambiato la situazione, ma questo paese non si cambia da solo”.

Il Corriere della Sera dedica un’ampia riflessione al tema dello sviluppo digitale del paese e i quanto ruota intorno alle Tlc interloquendo con Jeffrey Hedberg, amministratore delegato di Wind’Tre che dice: “Abbiamo visto in questi mesi un ruolo del governo sempre più pro attivo, progetti chiari, credibili, trasparenti. Che possono consentire alla nostra industria di pianificare investimenti. Per la prima volta vediamo che ci ascoltano”. Interrogato sul fatto che l’Italia parte in ritardo rispetto ad altri paesi europei, Hedberg risponde: “Però ora sta correndo molto velocemente, il digitale è un fattore abilitante alla trasformazione. In un recente sondaggio si chiedeva se l’accelerazione fosse merito di noi ceo o del Covid: tutti hanno risposto Il Covid. È stato uno choc formidabile, una tragedia. Però ha costretto tutti a vivere la realtà digitale per continuare la vita quotidiana. Se prendo i nostri dati di traffico, la crescita è stata del 60%”. E sulla rete unica il ceo di Wind’Tre afferma: “Mi pare sia superata nella forma di cui si è discusso per un anno, anche alla luce del pronunciamento dell’antitrust europeo. Ma io non sono contrario alla rete unica, se vuol dire non duplicare gli investimenti, se vuol dire che bisogna ragionare su possibili sinergie tra operatori. Una soluzione che preveda una società che opera esclusivamente all’ingrosso, indipendentemente dagli altri operatori, potrebbe essere compatibile con una corretta concorrenza e con gli interessi dei consumatori”…… Segnaliamo a pag. 3 de Il Messaggero una conversazione con Marco Armiero, dirigente del Cnr e Visiting professor a Princeton che afferma: “L’ecologia riparta dai rifiuti e dal riciclo”. Infine, a pag. 4 de La Repubblica, Daniele Tissone, segretario generale del Silp Cgil, commenta la decisione del governo di rendere obbligatorio il vaccino per gli operatori delle forze di polizia: “Credo che il governo si sia finalmente assunto una responsabilità nei confronti di coloro che devono assicurare una prestazione continuativa al pubblico nell’interesse della collettività, un modo per tutelare sia la salute dei cittadini che la propria incolumità superando le criticità scaturite dall’uso del Green Pass”.

Editoriali e commenti
Su tutti i quotidiani si trovano riflessioni sulla violenza contro le donne, ne segnaliamo tre: Il primo è di Susanna Camusso pubblicato da Collettiva.it L’asimmetria che genera violenza. ”La violenza contro le donne sarà vinta, o almeno ridotta, solo quando cambierà sul serio la mentalità e la cultura maschile che la produce. Ogni tanto si affaccia la domanda: ma gli uomini dove sono? Che cosa dicono, fanno, pensano a proposito della violenza che agiscono?”. Lo afferma Alberto Leiss a pag. 3 de Il Manifesto che aggiunge: “La giornata del 25 novembre può essere un termometro della consapevolezza maschile? In parte, ma solo in parte, credo di sì. E quest’anno si annunciano iniziative forse più numerose che in passato. In alcune città gruppi maschili metteranno nei fiumi, laghi, in mare, barchette che ricordano le donne uccise. Un gesto per non dimenticare e per «cambiare rotta». Si moltiplicheranno cortei e flash mob con maschi che indossano scarpe rosse. Colorata assunzione di responsabilità, voglia di esserci, di cambiare?

Con altri amici della rete di Maschile plurale ho firmato un testo che registra la crescita in Italia di «gruppi che promuovono pratiche di liberazione maschile contro stereotipi e sessismo», ne disegna una prima «mappa» da integrare in progress, e rilancia il desiderio di «Prendere parola, adesso». Unendo le differenze dei punti di vista, delle esperienze, alla capacità di rafforzare il messaggio, di andare oltre la solidarietà – pur apprezzabile – dichiarata una volta all’anno.

«La giornata internazionale contro la violenza sulle donne, afferma il testo (integrale sul sito di Maschile plurale) ci riguarda non solo perché siamo noi maschi a esercitare queste aggressioni – e tutti in qualche modo siamo attraversati dalla cultura patriarcale che produce la violenza – ma perché mettere in discussione questa cultura sarebbe un grande vantaggio per noi stessi e le nostre vite».

È questa – credo – la scommessa fondamentale. La emancipazione e la libertà delle donne conquistate dalla rivolta femminile e femminista dell’ultimo mezzo secolo – a cui si è aggiunta la critica all’ordine patriarcale del mondo glbtqia+ – hanno messo e continuino a mettere in discussione privilegi, vantaggi, «dividendi patriarcali», come li ha chiamati R.W. Connell. Ne risentiamo tutti, anche i maschi più indietro nella scala sociale. Una «crisi» e un disagio che restano spesso muti, o invece si traducono proprio nella riaffermazione violenta di un potere che comincia a vacillare. In famiglia, nella società, nella politica. Chi non condivide questa reazione brutale sì, dovrebbe alzare la voce, riflettere su di sé, sulle proprie relazioni con l’altro sesso, le altre identità sessuali e di genere, e – forse ancor di più – sulle complicità, le gerarchie, i pregiudizi e i conflitti che definiscono le relazioni tra uomini.

L’esperienza di Maschile plurale, aperta da circa un trentennio, mi dice che provare a mettere in parola questo disagio può farci bene. E che è venuto il tempo di condividere di più e meglio questa ricerca con le donne che fossero interessate a farlo. Con le persone che si ribellano ai codici normativi patriarcali. Da qui la proposta di costruire insieme un incontro pubblico annuale sul nodo delle relazioni tra i sessi. Riscoprendone, in un mondo tanto cambiato, tutte le dimensioni di ricchezza vitale. Un luogo quindi di scambio, discussione, ricerca e creatività permanente.

Spezzare le catene che pretendiamo di imporre alle donne, e a chi ci appare troppo «diverso» secondo imperativi simbolici che non reggono più – direi riadattando un famoso slogan – aprirebbe un mondo di sentimenti migliori prima di tutto a noi stessi”.

“Ogni femminicidio ci riguarda perché ogni violenza involontariamente la coltiviamo anche noi. Per capirlo, dobbiamo chiarire cosa sia la violenza. Dove nasce e come cresce. Serve prenderne coscienza: la prevaricazione fisica su una donna non è solo il risultato di singoli comportamenti sbagliati, attitudini irruente, ferocia innata, errate idee di possesso. Benché la responsabilità penale sia tutta personale, quella morale è anche collettiva: ogni aggressione o offesa è figlia di una società malata, che assegna alle donne il ruolo della parte più debole di sé”. Lo scrive Stefania Aloia su La Repubblica, e continua: “Ogni femminicidio ci riguarda non solo per la pietas che produce un fatto di cronaca, non solo perché i contorni drammatici di una storia ci indignano o ci muovono a compassione. Ogni femminicidio ci riguarda perché quella violenza è il tragico spin-off di ciascuna discriminazione nei confronti delle donne che tutti noi facciamo, subiamo, accettiamo o di cui siamo silenti spettatori, ogni giorno.
Se relego a comparsa una donna sul posto di lavoro o le riservo un ruolo ancillare in famiglia, sto aggiungendo una tessera a quel mosaico di disparità che costituirà sempre il contesto accettato in cui si muove il processo formativo di un uomo. Anche di quello che poi, come se fosse naturale, minaccioso aspetta sotto casa la fidanzata, la perseguita con whatsapp e telefonate, la segue quando esce con le amiche, la riempie di botte per impartirle una lezione e infine la uccide quando lei decide che non ne può più.
Ecco perché, se è doveroso contrastare con tutti i mezzi possibili il fenomeno dei femminicidi e proteggere le donne vittime di uomini violenti, è anche assolutamente necessario che, con la medesima pervicacia, si estirpi la radice di quel male che infesta le nostre comunità, a tutti i livelli. Nelle case, nelle fabbriche e negli uffici, a scuola e nei luoghi ricreativi, ovunque vi sia una dinamica di relazione che tende a essere sbilanciata verso gli uomini”……

Stefano Cappellini, pag. 32 de La Repubblica, analizza il significato del consiglio dei ministri di ieri. “Due grandi e positive novità arrivano dal Consiglio dei ministri che ieri ha varato le nuove e più severe regole anti-Covid. La prima è la chiara scelta politica che il governo ha voluto adottare, un vero e proprio cambio di passo: se è vero - come è - che il vaccino resta l'arma migliore per fronteggiare l'emergenza, non si può più chiedere pari sacrificio a chi si è vaccinato e a chi ha scelto di non farlo. La libertà a rischio non è quella di chi da settimane scende in piazza contro il Green Pass, spesso vaneggiando tesi antiscientifiche e complottistiche. La libertà conculcata sarebbe quella di chi, per colpa di una minoranza irresponsabile e irrazionale, si trovasse a pagare sulla propria pelle il conto di nuove restrizioni pur avendo fatto fino in fondo la propria parte nella lotta al virus.  

Un principio chiaro, rafforzato da provvedimenti che rappresentano di fatto un parziale lockdown per chi vuole sottrarsi allo sforzo collettivo in atto. Non può esserci pari dignità nel dibattito politico tra quella quota di popolazione che ha scelto di difendersi dalle conseguenze della ripresa del virus e quella che blatera di libertarismo mentre attenta alla vita altrui prima ancora che alla propria. L'unanimità raggiunta in Cdm sulle misure testimonia anche l'obiettivo, raggiunto, di non offrire sponde alle campagne No Vax che troppo spesso, lo ha giustamente sottolineato Mario Draghi in conferenza stampa, hanno trovato nelle divisioni politiche l'alibi per provare a boicottare o ignorare le leggi. Non criminalizzare la scelta di chi ha rinunciato a immunizzarsi - mossa comprensibile per provare a tenere sotto controllo per quanto possibile la frattura sociale nel Paese - non può significare garantire lassismo e tolleranza verso le forme di insubordinazione e, talvolta, eversione, che le frange più organizzate del movimento No Vax cercano di mascherare dietro il paravento della disobbedienza civile. Perché, di civile, in queste rivendicazioni c'è ben poco. Lo strapuntino di normalità che la campagna vaccinale ha garantito alle italiane e agli italiani in questi ultimi mesi deve essere difeso da questa aggressione che non può e non deve riportarci alle terapie intensive piene, agli anziani segregati nelle residenze, ai negozi chiusi, alle piazze vuote. Si tratta di un'aggressione subdola e pericolosa, dove si mescolano paure personali, ignoranza, anni di campagne oscurantiste e paranoiche ma anche derive politiche consapevolmente destabilizzanti, alimentate da dati falsi, mistificazioni e guru televisivi tanto improbabili quanto pericolosi per la patente di credibilità intellettuale che cercano di dare alle più scombinate tesi dietrologiche.  

E qui veniamo alla seconda positiva novità. In questi quasi due anni di pandemia abbiamo assistito spesso allo spettacolo delle istituzioni che si combattevano, si rimpallavano responsabilità e oneri, governo conto Regioni e viceversa, e in definitiva contribuivano ad alimentare scetticismo e disinformazione. Per la prima volta senza ambiguità si è visto un sistema Paese, uno slancio bipartisan incoraggiante. Il ruolo dei governatori - guidati da un presidente di Regione leghista, Massimiliano Fedriga - è stato decisivo nell'affermare il principio di realtà contro ogni tentazione propagandistica o di piccolo lucro personale e nel concertare con l'esecutivo le misure effettivamente necessarie per salvaguardare i risultati fin qui raggiunti, che significano vite salvate, posti di lavoro conservati o ricreati, scuole aperte, una vita sociale strappata alla sofferenze anche psicologiche, fin qui troppo sottovalutate, del lockdown. Uno sforzo di unità nazionale nella lotta alla pandemia era una delle condizioni che Sergio Mattarella ha posto alla base della nascita del governo Draghi. Ieri l'esecutivo si trovava davanti a un bivio e, pur tra i mille limiti che questa formula ha già mostrato in questi mesi, ha dimostrato insieme alle Regioni di saper tenere fede almeno alla ragione fondamentale della sua esistenza.

Segnaliamo due riflessioni che guardano all’Europa. La prima di Stefano Stefanini, pag. 23 de La Stampa, analizza il Trattato Roma-Parigi: “Oggi, con un trattato bilaterale, i presidenti italiano e francese aprono anche una prospettiva europea”.
il secondo, a firma Angelo Bolaffi per La Repubblica, si occupa di Germania: “Le grandi crisi imprimono forti accelerazioni ai processi storico-politici: dopo il lungo regno di Angela Merkel un leader socialdemocratico torna alla guida di un governo tedesco. La drammatica diffusione della pandemia ha funzionato da vero e proprio forcipe costringendo i partiti della nascitura coalizione a una affannosa ricerca di un accordo sul programma. E a una precipitosa revisione di alcune linee guida anti Covid che soprattutto il partito liberale guidato dal futuro ministro della finanze Christian Lindner avrebbe voluto meno stringenti”….

Economia lavoro e sindacato
Diverse le notizie riportate dai giornali. Ovviamente ampie cronache alla decisione del Consiglio dei ministri per fronteggiare la recrudescenza della pandemia. Scrive Alessandra Ziniti su La RepubblicaVia alla nuova stretta anti-Covid. Ieri il consiglio dei ministri ha varato il nuovo decreto con regole più severe per il periodo natalizio. Il provvedimento sarà valido dal 6 dicembre al 15 gennaio, anche in zona bianca. Tra le principali novità, il Super Green Pass, certificazione valida solo per chi ha ricevuto il vaccino o è guarito dal coronavirus. I No Vax non potranno accedere a bar, ristoranti, cinema, teatri e musei. Per i turisti sarà necessario presentare la certificazione verde e il governo ha previsto un rafforzamento dei controlli e la necessità di mostrare il Green pass anche per viaggiare sul trasporto pubblico locale”.

E poi le vertenze in primo piano.
Sul fronte scuola, le ragioni dello sciopero nell'articolo di Stefano Iucci su Collettiva. it: Governo assente, la scuola si ferma il 10 dicembre. “Stanchi di essere presi in giro dal governo i lavoratori e i sindacati di Whirlpool Napoli hanno deciso di occupare il ministero dello Sviluppo e passare lì l’intera notte”. Lo scrive Massimo Franchi su Il Manifesto, e aggiunge: “È stato un pomeriggio di alta tensione all’ennesimo tavolo Whirlpool al Mise. Dopo che la settimana scorsa l’incontro era stato all’ultimo momento rinviato, ieri i lavoratori saliti a Roma e Fim, Fiom e Uilm si attendevano risposte precise dal fantomatico «consorzio» che dovrebbe reindustrializzare la fabbrica di via Argine con progetti di mobilità sostenibile «ma sostiene di non riuscire ad acquisire l’area per colpa di Whirlpool» e dal governo che aveva promesso di «trovare uno strumento per accompagnare i lavoratori licenziati da Whirlpool il 3 novembre all’assunzione dal consorzio». Appena cominciato il tavolo, i sindacati hanno capito che entrambe le risposte non sarebbero arrivate. Quando il neo coordinatore della struttura per le crisi d’impresa del Mise Luca Annibaletti ha comunicato alle delegazioni di Fiom, Fiom e Uilm che i ministri Giancarlo Giorgetti e Andrea Orlando non avrebbero partecipato all’incontro come avevano chiesto, le tre sigle e i lavoratori hanno deciso quindi di rimanere ad oltranza al ministero di Via Veneto mentre un gruppo di operai si è spostato a Montecitorio.
Il fallimento del «consorzio» messo in piedi dalla viceministra Alessandra Todde – anch’essa assente ieri e completamente in rotta con il ministro Giorgetti – e da Invitalia è confermato dalla decisione della Uilm: «Domani (oggi, ndr) incontreremo Whirlpool per cercare di rivedere le condizioni di licenziamento a cominciare dalla cifra della buonuscita». «Il quadro che ci è stato prospettato per il ritardo del consorzio nell’acquisire l’area e per la mancanza di uno strumento di accompagnamento è quella di un tempo indefinito e della Naspi per i lavoratori. Per noi è inaccettabile. Per questo passeremo la notte qui e aspetteremo l’incontro che noi abbiamo costretto il governo a convocare tra Whirlpool e consorzio per la cessione dell’area. Ma sappiano che da qui non ce ne andiamo senza un risultato», spiegano a sera tarda Barbara Tibaldi e Rosario Rappa della Fiom”.

Mentre Il Sole 24 Ore annuncia la sospensione dello sciopero dei rider: “Niente sciopero dei corrieri di Amazon il Black Friday, il 26 novembre. La marcia indietro sulla protesta si deve alla firma dell’ipotesi di accordo tra le imprese associate ad Assoespressi che effettuano le consegne per contro di Amazon Italia Transport e Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti che contiene una serie di elementi migliorativi delle condizioni di lavoro e della parte economica”.

E poi tiene ancora banco sui giornali, come è ovvio che sia la vicenda Tim. Ne scrivono La Repubblica e il Corriere della Sera, tra gli altri. Il quotidiano romano titola: “Tim, conti al vaglio dei sindaci. Il governo vuole stabilità”. Mentre il Corriere: “Draghi: Tim, priorità su fibra e occupazione”.

Infine, sul fronte dell’economia. Ieri è arrivato il parere di Bruxelles sulla manovra italiana di fine anno: promossa ma con una sottolineatura che non fa star tranquilli. Lo esplicita il titolo del pezzo di Marco Bresolin pubblicato a pag. 10 de La Stampa: La Ue avvisa l’Italia: Manovra promossa ma ora tagli alla spesa”. Scrive Bresolin: “Il governo italiano ha incrementato oltre il dovuto la spesa corrente, per questo ora la commissione europea invita Roma a prendere le necessarie misure per limitarla. Nonostante la sospensione del patto di stabilità, l’attenzione di Bruxelles sui conti pubblici italiani resta altissima. E infatti il via libera (scontato) alla manovra è stato accompagnato da un appunto per sottolineare che l’Italia non ha rispettato la raccomandazione adottata a giugno dal Consiglio Ue. Si tratta di un richiamo formale, anche se Paolo Gentiloni è subito intervenuto per gettare acqua sul fuoco”

In apertura di Collettiva.it un nutrito speciale dedicato alla giornata internazionale contro la violenza sulle donne, merita di essere letto tutto. Segnaliamo, tra gli altri:

Disparità di salario, anche questa è violenza di Roberta Lisi
La violenza contro le donne: un’emergenza nell’emergenza di Raffaella Sirena
Le parole come pietre. O come grimaldelli  di Paola Rizzi