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25 ottobre

La manovra che verrà

Roberta Lisi
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Guida sintetica alla lettura dei principali quotidiani italiani. Con uno sguardo particolare riservato al lavoro e al sindacato

L’economia al centro. Dalla manovra in preparazione tra le difficoltà e i distinguo dei partiti della maggioranza, alla vicenda del Monte di Paschi di Siena. E sulle pensioni la netta contrarietà su quota 102 e 104 della Cgil. Terze dosi e green pass tengono banco per ciò che riguarda la pandemia con un sguardo preoccupato su ciò che accade fuori dai confini nazionali

Prime pagine

“Lotteria del Catasto: chi vince e chi perde” è il titolo centrale de Il Sole 24 Ore. Il Corriere della Sera titola sull’imminente legge di bilancio: “Manovra, stretta sul Reddito”. Occhiello e sommario esplicativi, il primo dice: “Più controlli e assegno ridotto a chi rifiuta il lavoro. Pensioni, le ipotesi per l’accordo. Il Cdm entro giovedì. Il secondo recita: “Unicredit e Tesoro: interrotti i negoziati su Mps. Il governo studia il piano B”.
Titolo a 5 colonne per La Repubblica: Pensioni, la riforma di Draghi, la Lega tratta, i sindacati no” e nel sommario: “Per il governo inevitabile il ritorno graduale alla Fornero ma si media sull’uscita a 64 anni. Letta: le quote sono sbagliate. Slitta il Consiglio dei ministri di domani, non c’è accordo su come usare gli otto miliardi destinati al taglio delle tasse”.
Stesso argomento scelto da Il Messaggero: “Tasse, tagli a rischio rinvio”. Scelta tutta diversa quella de La Stampa che in apertura titola: “Corteo No Pass, inchiesta sui neonazi” mentre in contro apertura: “Mps, tre giorni per il salvataggio”.
Infine Il Fatto Quotidiano: “AZ pericoloso sui giovani. Ma per l’alt ci volle il morto”.

Le interviste

“Nella maggioranza c’è una fase di tensione tra forze eterogenee, ma c’è anche un malessere diffuso in buona parte del Paese. Spetta al Governo e alle forze responsabili dialogare con i cittadini che rifuggono la violenza ma vivono con angoscia e preoccupazione questa ripartenza”. Così Giuseppe Conte intervistato da Monica Guerzoni del Corriere della Sera. Aggiunge il leader dei 5 Stelle: “Ho sentito Draghi, il reddito verrà rifinanziato e modificato in base alle nostre proposte. Noi siamo leali al governo ma non abbiamo firmato assegni in bianco. Non staremo zitti e buoni se si tratta di difendere i nostri valori. Partiti e movimenti sono l’anima della democrazia, non un fastidioso rumore di fondo”.

Non si ferma la campagna di molti quotidiani contro il Reddito di cittadinanza continuando ad alimentare l’ambiguità, per altro presente nell’attuale norma, tra strumento di contrasto alla povertà e strumento di politica attiva del lavoro. Questa mattina Il Messaggero a pag. 3 pubblica un’ampia conversazione con “Mario” navigator che chiede l’anonimato. La lettura è interessante, dice Mario: “Abbiamo a che fare con molti occupabili che sono attivabili solo sulla carta. Ci sono quelli senza la quinta elementare, chi non ha nemmeno la patente di guida, stranieri che non parlano bene l’italiano. Insomma, strada facendo sono emerse diverse criticità non facilmente superabili e che rendono particolarmente complessa la nostra missione” E aggiunge. “Manca una sinergia con le aziende e le agenzie per il lavoro privato. Risultato? I centri per l’impiego intercettano solo una parte, decisamente modesta, delle offerte lavorative”. E alla domanda a quanti percettori del Rdc sia riuscito a trovar lavoro, Mario risponde: “A circa un quarto di quelli con cui ho collaborato, la mia media è piuttosto buona. Purtroppo però la maggior parte dei contratti di lavoro sottoscritti finora dai beneficiari è a tempo determinato”.

Da segnalare su La Stampa due interviste con al centro la vicenda Mps. La prima a Lando Sileoni, segretario del sindacato Fabi, che afferma: Il rinvio andava chiesto un anno fa”. La seconda a Carla Ruocco, presidente della commissione parlamentare sulle banche, che afferma. “Al Paese serve il terzo polo, correntisti e dipendenti non resteranno indietro”.

Infine, sempre su La Stampa a pag. 21 da leggere la conversazione con Noreena Hertz, economista inglese: “È cominciata negli anni 70, poi negli anni 80, la solitudine si è imposta come cifra sociale. Da una parte, l’adozione del modello neocapitalista che privilegia la competitività su tutte le altre qualità. Dall’altra noi, noi che abbiamo preso a settarci come individui più che come comunità, a sfidarci anziché collaborare. Anche la musica pop ha registrato il cambio di passo, da un certo punto in poi si è imposto un linguaggio individualista, non c’era più ‘We are the champion’ ma sempre io, io, io”. E prosegue l’economista inglese: “Quando il Covid ci ha chiuso in casa eravamo già molto domestici, meno chiese, meno partiti, meno associazioni. I social media erano da anni il paradosso di una umanità loquacissima eppure profondamente sola. Prima della pandemia un italiano su dieci si diceva solo, uno su 5 sentiva di non avere amici, il 40% degli impiegati non trovava alcuna sponda relazionale in ufficio. La pandemia ha peggiorato la situazione, adesso una persona su due si vede sola”. E le donne? Chiede Francesca Paci, la risposta è dura: “Prima della pandemia tutti gli studi indicavano quanto la solitudine mordesse a 360°, donne uomini, giovani vecchi, poveri ricchi. A star peggio erano forse gli under 24. Con il Covid, invece, tre categorie hanno accusato il colpo: i giovani, i lavoratori a basso salario, le donne. Le donne, in particolare hanno sofferto moltissimo, l’accresciuta mole di lavoro domestico, la violenza coniugale, l’impossibilità di riceve aiuto esterno, dai nonni alle baby sitter”.

Editoriali e commenti

Stefano Paleari e Francesco Profumo riflettono (pag.34 del Corriere della Sera) su “La partita delle competenze nella gestione dei progetti” e scrivono: “….Prendiamo l’esempio della quarta missione del piano di recovery, quella che comprende Università e Ricerca. La recente pubblicazione delle Linee guida sulle quattro iniziative di sistema (partenariati di ricerca, infrastrutture di ricerca e innovative, centri nazionali ed ecosistemi dell’innovazione) ha evidenziato le grandi novità del Pnrr. Non più solamente iniziative bottom up di natura soggettiva (in capo a singoli ricercatori, singoli gruppi e singole università) che sono presenti in altri capitoli del piano ma anche un vero e proprio percorso sistemico che chiama in causa il lavoro comune di una moltitudine di attori, pubblici e privati, con il fine di creare e/o rafforzare intere filiere della ricerca e, al contempo, rafforzare il tessuto industriale in tali catene del valore se non anche crearne nuove laddove la scienza dischiude nuovi sentieri.

Ai singoli attori, in particolare alle università e agli enti pubblici di ricerca è richiesto uno sforzo sistemico da due punti di vista: a) lavorare insieme cercando le vie migliori per la valorizzazione delle proprie competenze evitando campanilismi e sindromi da autosufficienza; b) comprendere che le risorse umane necessarie non sono solo per la ricerca scientifica ma anche e indispensabilmente quelle tecniche e amministrative.

Mentre per il primo punto si spera nella lungimiranza dei vertici delle istituzioni scientifiche, ora che le risorse finanziarie non mancano, per il secondo serve una presa di coscienza e un piano d’azione. Si condivida con l’Europa, sotto egida del ministero, un percorso, acquisendo competenze europee in materia di amministrazione e gestione dei progetti e trasferendole nel nostro sistema. Al tempo stesso si formino gli amministratori giovani e di buona volontà che già lavorano nelle nostre istituzioni. Anche in questo secondo aspetto l’idea dell’autosufficienza è rischiosissima e può inficiare il successo delle stesse iniziative di ricerca. Soprattutto, non rende sostenibile strutturalmente quanto permette di fare oggi il piano di recovery. Il come fare a livello di singola istituzione può dipendere dalla dimensione, dalla localizzazione e da altri fattori. Da questo punto di vista, le università e gli enti pubblici di ricerca meno robusti possono consorziarsi creando unità di scopo che, dopo la «palestra» del piano, rafforzino definitivamente l’intero sistema.

Si tratta, in altre parole, non già di cedere sovranità ma di condividerne una parte. Abbiamo detto condividere e non cedere nel senso che si tratta di acquisire le migliori pratiche europee e calarle nel contesto delle scelte nazionali affinché esse possano tradursi in progetti e azioni a impatto positivo e strutturale.

L’occasione che viene offerta sul piano dei finanziamenti è irripetibile. È, infatti, più probabile una seconda «austerity» nel senso di richiamo alla disciplina di bilancio che un secondo Recovery plan. Perciò quello di oggi deve avere successo. Condividere sovranità con l’Europa, potenziando la nostra struttura di competenze nella pubblica amministrazione a tutti i livelli è importante tanto quanto la realizzazione scientifica delle iniziative. E anche per questo il tempo disponibile non è molto”.

 

Scrive Ezio Mauro su La Repubblica: “E se lo avessimo sotto gli occhi? Se il riformismo di cui tutti parliamo come unica interpretazione possibile della sinistra di governo in Occidente, dopo le esperienze del Novecento, fosse proprio questa cosa che incontriamo ogni giorno, senza fanfare e quasi senza bandiere, ma alla resa dei conti capace di vincere sottovoce le elezioni nelle grandi città italiane, in piena epoca di sovranismo e in mezzo al fragore del populismo? Una delle caratteristiche della moderna sinistra è di essere sempre in cammino in un viaggio che non finisce, cercando di realizzarsi in un processo di trasformazione della società che è costantemente in divenire, perché intanto - e per fortuna - il sociale muta autonomamente, mentre le riforme che vorrebbero indirizzarlo devono inseguirlo, in un disegno per forza di cose imperfetto con un risultato spesso sorprendente. Quindi la sinistra sposta ogni volta il traguardo, rinvia l'esito, aggiorna programmi e parole d'ordine e rimanda se stessa al domani, al momento in cui si potrà fare un bilancio, giunti finalmente vicini a ciò che resta del sol dell'avvenire. E invece troppi soli si sono spenti nel secolo scorso, la fabbrica della modellistica sociale ha chiuso i battenti e lo stesso avvenire è uscito di scena con la sua mitologia garantita e inarrivabile, lasciando il posto al laico, incerto, prosaico ma contendibile futuro. Dunque dal domani si può passare all'oggi. Il momento è questo, e forse la formula del riformismo è esattamente qui, nella sinistra che cerca se stessa, dunque nella tensione di portare finalmente a compimento l'imperfezione, che è la fatica quotidiana della democrazia”.

E sempre sul quotidiano fondato da Eugenio Scalfari Marco Bentivoli riflette sul tema caldo delle pensioni e dice. “La vera emergenza, viste le curve demografiche, riguarda in modo crescente la non autosufficienza e le pensioni dopo il 2030. La previdenza complementare non va ancora forte tra le nuove generazioni e senza di essa la pensione post 2030 con il sistema contributivo sarà circa il 50% dell'ultima retribuzione. Un lavoratore metalmeccanico, che percepisce un salario di 1400 euro netti, avrà una pensione attorno ai 700 euro. Avete capito bene, non parlo di un sussidio ma dell'importo della pensione dopo 43 anni di lavoro, in un mercato in cui le discontinuità, i conseguenti buchi contributivi e ulteriore innalzamento dell'età pensionabile sopra i 70 anni sono sempre più probabili. Si sapeva da tempo, dal 1995, e proprio per non avere problemi di consenso si scaricarono gli effetti più duri con un orizzonte di 35 anni dopo. 

Questo tema è completamente assente dal dibattito. Perché i giovani sono pochi e politicamente rumorosi. Nessuno dice che gli anziani hanno rubato la pensione ai giovani. Ma la voce di chi andrà in pensione dopo il 2030 non è contemplata. Qualcuno sa dove sia finita la pensione di garanzia? Bisogna essere sinceri con gli italiani e dire che se i saldi resteranno invariati, come sempre, i soldi per altre deroghe per le pensioni anticipate verranno tolti da altri capitoli, nello specifico stavolta dalla riduzione delle tasse e dagli interventi sulla povertà. Il nostro non è un Paese per giovani e neanche per anziani ma solo per questi ultimi, benestanti e in buona salute”.

“Unicredit ha chiesto troppo, oppure ha scoperto che il Monte dei Paschi sta molto peggio di quanto si credesse finora? Questo è il logico interrogativo che viene in mente a chi segua il funzionamento di una economia di mercato. Ma no, è anche peggio di così, perché siamo in un Paese in cui le banche non possono fallire. Unicredit sapeva di poter chiedere molto perché il Governo ha bisogno di salvare il Monte”. Così Stefano Lepri a pag. 19 de La Stampa che conclude il suo ragionare dicendo: “Da anni in Italia si dice tutto il male possibile dei banchieri per poi, in un polverone di demagogia, far pagare il conto al Tesoro invece che ai responsabili dei dissesti. Complica le cose l’orgoglio di poter vantare che abbiamo la banca più antica del mondo. L’ha rovinata chi la possedeva per annosa tradizione, gli enti locali senesi. Ma è ormai dal 2015 che non la controllano più; e da allora nessuno, con tutti gli sforzi, è riuscito a risanarla”.

Economia lavoro e sindacato

Manovra e pensioni sono i temi che attraversano le pagine di tutti i quotidiani. Impietosa ma reale l’analisi di Valentina Conte su La Repubblica: “Precari da ventenni. Sottopagati da trentenni e quarantenni. Esodati da sessantenni. E poverissimi pensionati da settantenni. La politica litiga su Quota 100 e le sue sorelle 102 e 104. Ma c'è un esercito di cui non si parla mai. Sono i Fuori Quota o Senza Quota o Quota Zero. Giovani e meno giovani di ieri e di oggi, che non pensano alla pensione perché "tanto non me la daranno mai".

Figli della flessibilità del lavoro che da decenni in Italia sforna contrattini e paghette, rendendo la carriera una groviera di intermittenza, buchi, nero. Un micidiale mix tra regole brutali e contributivo puro disegna per queste generazioni un futuro davvero fosco. Si entra tardi in modo stabile al lavoro, si esce presto perché le aziende preferiscono turn-over continui, mentre le riforme e la vita che si allunga spostano sempre più in là l'età della pensione.

Per i post-1996 - quelli che hanno iniziato a lavorare alla fine del secolo scorso o dopo e sono tutti totalmente nel contributivo: prendi quanto versi - il traguardo finale è ben oltre i 70 anni. Chi ci arriverà con assegni poveri potrebbe uscire anche a 75”.

Sabato scorso la Cgil, insieme alla Fondazione Di Vittorio, ha diffuso un’analisi su “l’inutilità di quota 102 e 104” ne scrive Paolo Andruccioli su Collettiva.it Quota 102 è già un flop prima di partire

Sempre sulle pensioni interviene sul Corriere della Sera la sottosegretaria al Mef Maria Cecilia Guerra a pag. 7: “Il minimo che si possa fare è prorogare l’Ape sociale, che permette agli operai dell’edilizia e della manutenzione degli edifici, insieme ad altri lavoratori occupati in mansioni gravose, di andare in pensione in anticipo rispetto all’età pensionabile, se anno almeno 63 anni di età e 36 di contributi”.

La manovra dicevamo. A pag. 7 del Corriere della Sera, Federico Fubini scrive. “Più passano i giorni più diventa chiaro che una grande incognita della legge di bilancio da varare questa settimana non riguarda le pensioni di oggi, né il Reddito di Cittadinanza, né il taglio delle tasse. Riguarda, piuttosto, ciò che deciderà il sistema politico una volta completata la transizione in uscita da Quota 100 nei prossimi anni. La posta di questo passaggio è anche qui”. E rispetto al RdC scrive ancora Fubini: “Nel 2021 il costo del sussidio dovrebbe salire a una cifra fra 8,5 e 9 miliari di euro, perché il numero dei beneficiari ha continuato a salire malgrado il rimbalzo dell’economia e la creazione di oltre 500mila posti. Le famiglie beneficiarie ad agosto sono state il 5,7% in più rispetto allo scorso anno: 1,67 milioni di nuclei che includono circa 3,8 milioni di persone (oltre 1 milione in più rispetto al 2019). L’analisi dei dati rivela che probabilmente le frodi sono frequenti. Per prevenirle, la legge di bilancio dovrebbe stabilire più controlli ex ante per richiedere il sussidio. Diventerà obbligatorio allegare alla domanda un certificato di residenza recente e si dovrà firmare la ‘Dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro’ del richiedente e dei suoi familiari”.

C’è poi il capito fisco, come annunciato nei titoli di apertura Il Sole 24 Ore dedica ampio spazio alla riforma del catasto. Scrivono Aquaro, Benvenuti e Dell’Oste: “Valori catastali contro prezzi di mercato. Chi possiede una casa in categoria A/3 oggi è avvantaggiato, in media, rispetto a chi ne possiede una in A/2. Non è l’unica criticità dell’attuale sistema catastale, ma certo è una delle più rilevanti e sottovalutata. Spesso, infatti, l’attribuzione di una di queste due categorie non riflette le reali caratteristiche del fabbricato (e quindi del prezzo). Come emerge dall’elaborazione de Il Sole 24 Ore può capitare così che in molte città due vicini di casa si trovino a pagare le imposte su basi discali diverse a parità di quotazioni dell’immobile. Ci sono situazioni in cui i valori fiscali sono superiori a quelli di mercato e altre, più frequenti, in cui il prezzo dell’immobile è più alto di quello riconosciuto dal Fisco. Per questo il lavoro di revisione del Catasto previsto dal Ddl per la riforma fiscale si preannuncia complesso”.

Finalmente è stato pubblicato in gazzetta Ufficiale il testo del Decreto fiscale, quello che contiene anche norme su salute e sicurezza e lavoro. Un primo commento della Cgil pubblicato su Collettiva.it Decreto fiscale, novità non tutte positive

E poi la vicenda di Monte dei Paschi di Siena. Scrive Andrea Greco su La Repubblica: “Il ministero del Tesoro e Unicredit ufficializzano la rottura del negoziato per la compravendita del Monte dei Paschi, avviato in esclusiva il 29 luglio. Con uno scarno comunicato congiunto, le due controparti hanno confermato le indiscrezioni della vigilia.

Questo il testo: "Nonostante l’impegno profuso da entrambe le parti, Unicredit e il Mef comunicano l’interruzione dei negoziati relativi alla potenziale acquisizione di un perimetro definito di banca Mps”.

Nessuna indicazione sui motivi della rottura - secondo indiscrezioni c'era una distanza di 2-3 miliardi sulla dote pubblica da offrire al compratore - e nemmeno sul destino della banca senese. Che a questo punto dovrà trovare, sul mercato o con altra iniezione pubblica di denaro, nuovi fondi per colmare un deficit patrimoniale che la vigilanza aveva stimato attorno ai 3 miliardi di euro, sulla base dei conti semestrali 2021. A questo punto il Tesoro potrebbe chiedere più tempo all'Unione europea per riprivatizzare la banca, che come da impegni del 2017 dovrebbe essere venduta dal socio pubblico entro la primavera 2022. Quanto ad Unicredit, dovrebbe andare avanti, per ora, sulla strada "in solitaria", che prevede la presentazione dei risultati dei nove mesi giovedì, e verso metà novembre il nuovo piano strategico d'impresa, il primo firmato dall'ad Andrea Orcel.

Nella notte tra venerdì e sabato scorsi un ennesimo attacco di matrice neo nazista ad una sede della Cgil in Puglia. Su Collettiva.it parla la segretaria della Camera del Lavoro di Lecce Valentina Fragassi Galatina, nella notte disegnata una svastica sulla porta della Cgil

Infine green pass, pandemia e terze dosi. Se ne parla in tutti i giornali anche se rispetto a una settimana fa i toni sono meno aspri. Ciò che allarma è la diffusione di casi non solo in Gran Bretagna ma anche in Austria e altri paesi dell’Est Europa.

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