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Per trasformare una seduta ordinaria del Csm in evento straordinario è bastato un aggettivo di troppo. Quando il ministro della Giustizia scambia il lessico istituzionale con quello da comizio permanente e distribuisce patenti infamanti come fossero volantini, dal Quirinale arriva la risposta più indigesta per i professionisti del clamore: sobrietà costituzionale.
Mattarella si siede al plenum e ricorda l’ovvio che a molti sfugge. Il Csm ha difetti, lacune, errori. Come del resto il governo, come il Parlamento, come ogni potere della Repubblica. La critica è dunque legittima, ma l’insulto è un’altra cosa. Tra i due corre la linea sottile che separa la democrazia adulta dal tifo organizzato.
Il “rispetto vicendevole” evocato dal Capo dello Stato ha così il retrogusto di una randellata ben assestata sui denti. Nessuna predica, solo un promemoria: le istituzioni non sono sacchi da allenamento per campagne referendarie nervose. Se si alzano i toni, si abbassa la qualità del dibattito.
Il ministro Nordio ora apprezza, condivide, promette toni pacati. Prima il cerino, poi l’elogio dell’acqua. Un esercizio acrobatico che in Italia conosciamo bene: esasperare lo scontro e subito dopo invocare compostezza, possibilmente con l’aria del responsabile e a favore di telecamera.
In mezzo al frastuono resta un Presidente che pratica la forma più temuta dai rumoristi: la compostezza. E nel farlo ricorda a chi governa che la forza dello Stato sta nell’equilibrio dei suoi poteri, non nella tentazione di metterli uno contro l’altro per raccogliere consenso a breve scadenza.






















