“Il Sannazaro è stata la mia casa per tanti anni e soprattutto è una famiglia di artisti e di amici. Sono scioccato”. Così Arduino Speranza all’indomani del terribile incendio che ha distrutto lo storico teatro napoletano. L’attore è anche responsabile della produzione culturale per la Slc Campania, che insieme alla Cgil è immediatamente intervenuta sulla vicenda, recandosi anche fisicamente sul posto. 

Arduino Speranza, cosa significa per la comunità l’incendio del Teatro Sannazzaro?
Il Teatro Sannazaro non è solo un edificio: è un patrimonio collettivo, un luogo di memoria, identità e lavoro. Parliamo del teatro che per oltre un secolo ha accolto la tradizione napoletana. Quello in cui si sono esibiti i fratelli De Filippo, Nino Taranto, Totò. Fu l’ultimo palco che calcò Scarpetta prima di morire. Per quanto mi riguarda, poi, c’è un doppio dolore per quanto è successo. La direttrice artistica Lara Sansone e io ci conosciamo sin da piccoli, abbiamo iniziato insieme a fare teatro. Non è solo un’attrice bravissima, è l’erede di una delle grandi tradizioni delle famiglie d’arte napoletane, nipote di Luisa Conte e Nino Veglia. Svegliarmi con la notizia del teatro in fiamme è stato un dolore immenso.

Oltre a essere una perdita enorme per la comunità, c’è il problema della ricostruzione, ma anche quello del lavoro per molte persone, sia interne che esterne al teatro. 
Assolutamente: maschere, amministratori, direzione artistica, maestranze, per cui bisognerà innanzitutto chiedere la cassa integrazione e fare di tutto per ottenerla. Ovviamente in qualità di Slc Cgil, appoggeremo ogni manifestazione che possa garantire aiuti per la ricostruzione del teatro, e che sostenga i lavoratori a tempo indeterminato in questo periodo. Inoltre abbiamo provato a immaginare una serie di opzioni che rendano il più indolore possibile questa situazione di emergenza. Innanzitutto, dal 2018 il teatro è riconosciuto come centro di produzione teatrale dal Ministero della Cultura. Ciò vuol dire che si potrebbe pensare a come salvaguardare – almeno in parte - l’attività produttiva già programmata, riprogrammandola in esterno, dunque fuori dalle mura del teatro. Questo permetterebbe di non perdere i finanziamenti triennali provenienti dal ministero della cultura. Inoltre, a Napoli c’è più di un teatro che al momento non ha un cartellone ed è quasi fermo. Un’idea potrebbe essere spostare la programmazione del Sannazzaro in uno di questi spazi. Tra l’altro parliamo di teatri quasi chiusi, perché la crisi morde ed è sempre più complicato tenere aperti i luoghi dove si fa cultura.

Oltre ai lavoratori del teatro, c’è la questione delle compagnie che erano state inserite nel cartellone. 
Esatto, questa soluzione permetterebbe di evitare che anche le compagnie che vengono da fuori ed erano state inserite nella stagione ora perdano il lavoro. È un effetto domino, che coinvolge tutto ciò che ruota intorno a un teatro. Si pensi anche solo – per dirne una – al ristorante di fronte, che ha sempre accolto pubblico e artisti sia prima che dopo gli spettacoli. Sembra sempre che quando si tratta di arte e di teatro noi facciamo le cose solo per divertirci, e invece intorno a una produzione teatrale c’è un indotto enorme.

Ci sono novità in merito alle indagini e alla stima dei danni?
La quantificazione dei danni al momento si attesta intorno ai 70 milioni di euro, con una previsione di circa quattro anni per la ricostruzione. Il tema è che stiamo parlando di un teatro privato, e dunque le questioni burocratiche potrebbero farsi più complesse e allungare i tempi. I danni non riguardano solo gli ambienti e l’arredamento, ma anche la strumentazione tecnica, i costumi. Decine e decine di costumi storici del Café Chantant, della tradizione napoletana. Tra l’altro una parte del teatro – che esiste dal 1843 - era stata restaurata solo cinque anni fa. Anche sulle cause al momento è giallo. Dovremo aspettare le perizie e maggiori approfondimenti per sapere cosa sia successo davvero. La cosa che come sindacato abbiamo già chiesto e continueremo a chiedere è che la macchina burocratica non si inceppi, e che si torni il prima possibile a riaprire l’attività. Perché senza attività non c’è lavoro. Nel teatro, noi artisti siamo anche gli imprenditori di noi stessi. Per questo un teatro che brucia significa per molti lavoratori perdere tutto. Il teatro è lavoro, è cultura, è identità. La cultura non brucia: rinasce dalla volontà collettiva di preservarla e valorizzarla. La Slc Cgil è pronta a fare la sua parte per restituire a Napoli e ai suoi lavoratori dello spettacolo questo prezioso patrimonio.