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Un urlo attraversa i corridoi del ministero del made in Italy. Parte dagli stabilimenti in svendita, corre tra gli esuberi annunciati, sbatte contro le porte ministeriali e svanisce dentro il legno lucido dei tavoli tecnici. Sul ponte dipinto da Munch, al posto dell’uomo terrorizzato, stavolta compare Adolfo Urso. Stessa smorfia sospesa tra sgomento e contemplazione. Solo con più faldoni.
L’industria italiana scricchiola come un vecchio frigorifero lasciato acceso in agosto e il ministro reagisce nel modo che preferisce: convocare. Riunioni, cabine di regia, osservatori permanenti, consessi strategici. Electrolux prepara 1700 licenziamenti, il governo dispone sedie in cerchio e accende il solito cero contro il Green Deal europeo, trasformato nell’orco universale buono per ogni stagione.
Il dettaglio sublime sfiora l’arte contemporanea. Al Mimit esiste già un tavolo dedicato al settore degli elettrodomestici, creato proprio per affrontare crisi come questa. Mai riunito. Un mobile istituzionale in pura forma platonica. Teoricamente salvifico, praticamente ornamentale.
Nel frattempo proliferano altri tavoli. Anti speculazione, carburanti, cooperative, Pmi, moda. Una falegnameria pubblica con vista sulla deindustrializzazione. Alcuni partecipanti disertano, altri litigano, altri ancora attendono investimenti veri mentre la politica distribuisce sedute come bomboniere.
Perfino dentro la maggioranza affiora il dubbio che il ministro produca più arredamento che strategia industriale. Così Palazzo Chigi valuta la supplenza sui vari dossier. E l’Urlo di Munch diventa cronaca italiana: il Paese precipita nel rumore delle fabbriche che chiudono, il ministro ascolta l’eco e convoca un altro tavolo.























