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Ogni epoca possiede il proprio rito collettivo. L’Italia ha scelto il plastico, il sangue rappreso, la villetta filmata dal drone come fosse Cinecittà. Garlasco divora palinsesti, editoriali, aperitivi, conversazioni da parrucchiere e pause pranzo. Il Paese intero si è trasformato in una giuria popolare permanente, febbricitante, famelica. Ogni dettaglio produce orgasmi televisivi.
La stampa italiana vive accucciata dietro la serratura. Annusa il lutto con la dedizione di un cane da tartufo. E più la tragedia è privata, più il racconto si allarga, viscoso, interminabile. La notizia dura settimane, mesi, perfino decenni. Serve il colpevole, poi il dubbio sul colpevole, poi il colpevole del colpevole.
Qualche mese fa bastò la “famiglia nel bosco” per completare il carnevale. Salvini e La Russa in processione dai genitori privati dei figli, fotografi al seguito, dichiarazioni grondanti commozione prefabbricata. La politica scoprì il dolore come scenografia elettorale. Un safari emotivo tra casolari, lacrime e indignazione prêt-à-porter.
Nel frattempo si continua a morire sul lavoro, i quartieri lasciati alla muffa sociale, le scuole cadenti. Quella roba pesa, costa, pretende conflitto. Il delitto domestico invece consola. Offre il mostro già confezionato, la paura addomesticata dentro una cucina qualunque. Così il pubblico si sente innocente, quasi puro, mentre mastica ossessioni davanti alla tv.
E noi dentro il meccanismo ci sguazziamo con entusiasmo da voyeur condominiale. Fingiamo disgusto e subito dopo clicchiamo sull’ultima indiscrezione. Critichiamo i talk show mentre aspettiamo l’edizione straordinaria. L’Italia intera pare affacciata a una finestra illuminata nella notte, col respiro corto e gli occhi spalancati. Addio informazione, siamo allo spionaggio sentimentale di massa.





















