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Alla fine hanno mollato eccome. Prima la destra aveva venduto il solito catalogo da duty free patriottico, petto in fuori e istituzioni in saldo. Poi è arrivato il referendum e dal fondale è risalita la fauna vera. Il No li ha lasciati in mutande istituzionali.
Santanchè ha puntato i tacchi a spillo fino all’ultimo, come una pasionaria del lusso giudiziario. Tra Visibilia, Ki Group e l’ultima indagine per bancarotta su Bioera, la ministra ha trasformato il curriculum in una collezione di avvisi ben stirati. Più che restare al suo posto, sembrava arredarlo.
Poi c’era il pistolero-ristoratore, Delmastro, mica un dettaglio di contorno. Quello dello sparo di Capodanno, della “gioia intima” per i detenuti e della società aperta con una diciottenne figlia di un prestanome condannato per mafia. L’eroe della destra testosteronica ridotto alla maschera più italiana di tutte, quella di “a mia insaputa”. Uno che entra in una bisteccheria e finisce infilzato dal ridicolo.
E infine Bartolozzi, capo di gabinetto con vocazione da tribuna urlante. Sua la perla sui magistrati come “plotone d’esecuzione”, detta nel pieno della campagna referendaria, mentre risultava indagata nel caso Almasri per false informazioni ai pm. Un capolavoro di stile ministeriale scritto da Gadda sotto acido.
Perso il referendum è saltato il make-up e si è visto il trucco pesante della destra più becera, quella che ghigna, sbraca, sfida, se la canta sulle macerie dell’etica pubblica. Gente che ha fatto della spavalderia una divisa e dell’impunità una consuetudine, finché il conto è arrivato senza preavviso. Uno dopo l’altro, il passo indietro, le dimissioni, la scena che si svuota. Più che una resa, un riflesso. Finita la festa, resta l’odore.






















