“Quando ci chiediamo cosa direbbe Pasolini, in realtà gli facciamo dire quello che pensiamo noi”. Ospite di Collettiva Talk è Ascanio Celestini che durante l’intervista ha spaziato tra letteratura, politica, memoria, lavoro e sindacato a partire dal suo ultimo libro, Pasolini. Una vita, anzi due, pubblicato da Laterza. Il punto di partenza è semplice: smettere di usare Pasolini come un santino buono per ogni stagione politica e tornare a leggerlo davvero.

Celestini racconta il proprio mestiere come un lavoro di ascolto. “Il lavoro che faccio io è cercare di scrivere attraverso le scritture di quelle persone che immaginiamo non scrivano”. Un metodo costruito raccogliendo storie, testimonianze, racconti di operai, lavoratrici, pensionati, persone comuni. “A me interessa che una persona racconti la sua storia e poi io ci lavoro sopra, cerco di restaurarla”, spiega. È da qui che nasce anche il suo interesse per Pasolini.

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Parlando del libro, Celestini invita a diffidare delle continue appropriazioni politiche dell’autore di Ragazzi di vita. “Leggiamo Pasolini”, dice, osservando come sia “citatissimo a caso” da destra e da sinistra. Una pratica che spesso finisce per deformarne il pensiero. Da qui la critica all’abitudine di chiedersi continuamente cosa direbbe oggi Pasolini su qualunque tema, dalla politica ai fatti di cronaca. “Noi montiamo sulle spalle del gigante per sembrare più alti”.

La conversazione si allarga poi al presente e alla crisi della memoria storica. Per Celestini figure come Vannacci non rappresentano la causa dei problemi ma il sintomo di fenomeni molto più profondi. “Se il tempo nel quale viviamo lo analizziamo come una malattia, quello è il sintomo più evidente. Dobbiamo capire da cosa viene la malattia”. Una riflessione che tocca anche il rapporto dell’Italia con il proprio passato, dalle responsabilità coloniali alle stragi fasciste. “La storia è la griglia nella quale andiamo a mettere i pezzi della memoria”, afferma, denunciando il rischio di una memoria selettiva che dimentica interi capitoli della storia nazionale.

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“Antifascista per Costituzione”

Sul tema dell'antifascismo il giudizio è altrettanto chiaro. “L’antifascismo è ideologia, nel senso che è un punto di vista chiarissimo sul mondo”. E ricorda come la Costituzione italiana nasca esplicitamente da quella scelta di campo maturata dopo vent’anni di dittatura e una guerra devastante. Per questo guarda con preoccupazione ai tentativi di riscrittura della storia che attraversano il dibattito pubblico contemporaneo.

Sindacato unica strada

Nel finale l’attenzione si sposta sul lavoro e sui 120 anni della Cgil. Per l’attore romano il sindacato resta uno strumento indispensabile. “Pensare che i lavoratori da soli possano ottenere qualcosa che il datore di lavoro non gli ha dato fino adesso è un’illusione”. E aggiunge: “Un’alternativa oggi non ce l’abbiamo”. Da qui l’invito a ricostruire legami, presenza e rappresentanza, andando incontro alle persone e non aspettando che siano loro a cercare aiuto.

Un messaggio che attraversa tutta la conversazione e che riassume bene la sua idea di impegno civile: ascoltare, raccontare e organizzare le storie delle persone per trasformarle in coscienza collettiva.

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