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L’11 agosto del 1892 nasceva a Cerignola, in provincia di Foggia, Giuseppe Di Vittorio. Centotrentaquattro anni dopo, il suo nome continua a essere legato a un’idea precisa di lavoro: non una semplice condizione economica, ma uno strumento di emancipazione, dignità e partecipazione democratica.
Figlio di braccianti agricoli, Di Vittorio conobbe fin da bambino la fatica del lavoro nei campi. Il padre morì prematuramente in seguito a un incidente sul lavoro e Giuseppe fu costretto a lavorare giovanissimo. La passione per lo studio, che non poté coltivare attraverso un percorso scolastico regolare, lo portò a formarsi da autodidatta.
Fu proprio l’esperienza diretta dello sfruttamento dei braccianti salariati, sottoposti al potere dei proprietari terrieri, a spingerlo verso l’impegno politico e sindacale. Una scelta che avrebbe segnato tutta la sua vita: sindacalista, antifascista e partigiano, componente dell’Assemblea Costituente, fino alla guida della Cgil.
Il lavoro che non emancipa
Per la Cgil Puglia ricordare oggi Di Vittorio non è dunque un esercizio di memoria, ma un modo per interrogarsi sulle condizioni del lavoro contemporaneo.
“Festeggiare la nascita di Giuseppe Di Vittorio ha ancora un forte valore simbolico”, sottolinea la Cgil Puglia su Facebook, soprattutto in una fase nella quale il lavoro “non riesce più a essere strumento di emancipazione e affrancamento dai bisogni primari, per una vita dignitosa”.
È la contraddizione di un Paese nel quale si può essere poveri anche lavorando. Salari insufficienti, precarietà e condizioni occupazionali fragili rendono sempre più difficile trasformare il lavoro in quella leva di autonomia sociale che rappresentava uno dei cardini della cultura sindacale di Di Vittorio.
Da qui il richiamo della Cgil alla necessità di rilanciare un'idea di lavoro stabile, sicuro e adeguatamente retribuito, contrastando una precarietà che finisce per scaricare sui lavoratori e sulle lavoratrici i costi delle trasformazioni economiche.
Contro il profitto sopra ogni cosa
La lezione di Di Vittorio, nella lettura della Cgil pugliese, è anche una lezione politica. Significa mettere in discussione una società nella quale l’arricchimento di pochi può prevalere sulla dignità e sulla sicurezza di chi lavora.
Il sindacalista di Cerignola fu infatti “faro delle lotte per la dignità e la centralità sociale del lavoro”, una figura nella quale le masse popolari si riconoscevano perché era percepito come uno di loro.
Ricordarlo oggi significa allora “rinsaldare una volta di più l’impegno per l’affermazione della sua idea di lavoro, in una società più giusta ed eguale”. Una prospettiva che passa anche dal contrasto alla logica del profitto come valore assoluto, soprattutto quando entra in conflitto con la vita e la sicurezza delle persone.
Sindacato e democrazia
C'è poi un altro elemento della sua eredità che la Cgil Puglia rivendica: il rapporto tra lavoro, sindacato e democrazia. L’idea di Di Vittorio non era quella di un sindacato confinato nella contrattazione salariale, ma di un soggetto collettivo capace di incidere sulla società e sulle scelte politiche, dando voce a chi altrimenti rischia di non averne.
Per questo, sostiene la Cgil Puglia, la memoria di Di Vittorio è anche un richiamo alla costruzione di una “democrazia partecipata” nella quale sia pienamente riconosciuto il ruolo del sindacato.
La pace è una questione di lavoro
Nell'attualità della sua lezione entra infine anche il tema della guerra. Per la Cgil Puglia, infatti, non può esserci una vera difesa del lavoro senza una politica di pace.
“Le guerre sono il primo nemico di un lavoro che deve essere stabile, dignitoso, sicuro, ben retribuito”, sottolinea l’organizzazione sindacale. La guerra distrugge lavoro, diritti, welfare e prospettive, alimentando disuguaglianze e precarietà.






















