“Volevo fare un regalo ai cittadini più giovani di questa Repubblica”. Michela Ponzani, storica e docente all’Università di Roma Tor Vergata, racconta così il senso del suo ultimo libro Giovani liberi partigiani – Storie di ragazze e ragazzi in lotta per un futuro migliore (edizioni De Agostini), al centro della nuova puntata di Collettiva Talk. Un lavoro pensato per parlare alle nuove generazioni e ricostruire le radici della democrazia italiana attraverso le storie di ragazzi e ragazze che hanno lottato per conquistarla.

“Che bello insegnare la storia”

Ponzani rivendica prima di tutto il suo ruolo di docente: “Professoressa è il termine che mi definisce di più”. Un mestiere che oggi si confronta con studenti cresciuti in un contesto segnato da guerre, crisi e disuguaglianze. “Questi ragazzi di 20 anni hanno bisogno di essere presi per mano”, spiega, sottolineando come il racconto della storia sia uno strumento per comprendere il presente e difendere i valori democratici.

Nel libro, la Resistenza diventa una narrazione accessibile anche ai più giovani, ispirata alla lezione di Calvino. Non retorica, ma storie concrete. Come quella di Ughetto Forno, dodicenne morto il giorno dopo la liberazione di Roma, o dei partigiani e delle partigiane che “hanno donato la loro gioventù affinché ci fosse un futuro migliore”. Un racconto che restituisce dignità a vite spesso dimenticate e ricorda che la Repubblica “ce la siamo ritrovata in dono”.

“Una generazione tutt’altro che disimpegnata”

Lo sguardo si sposta poi sull’oggi. Contro la narrazione di una generazione disimpegnata, Ponzani osserva segnali diversi: “Non è assolutamente vero che siamo di fronte a una generazione di bamboccioni”. Dai movimenti contro la guerra al recente voto referendario, “i giovani mostrano una nuova forma di partecipazione”. Difendono la Costituzione anche quando non la conoscono fino in fondo e respingono un’idea di politica come “potere a ogni costo”, rilanciando invece una visione fondata su diritti e uguaglianza.

“Il 25 aprile delle donne e del lavoro”

Il 25 aprile resta uno spartiacque. “È il giorno in cui abbiamo riconquistato libertà, onore e dignità”, ricorda la storica. Le polemiche che ogni anno lo accompagnano rivelano una frattura nella memoria pubblica. E diventano un problema quando chi rivendica simboli del passato fascista ricopre ruoli istituzionali. “La Repubblica ha accolto tutti, ma diventa un problema per tutti se chi si richiama a quella dittatura assume responsabilità pubbliche”.

Ampio spazio anche al ruolo delle donne nella Resistenza. “Hanno combattuto una guerra senza armi”, spiega Ponzani, rompendo gerarchie sociali e familiari. Dalla lotta partigiana alle conquiste del dopoguerra, fino al diritto di voto del 1946, emerge una storia di emancipazione che parla ancora al presente. “Le conquiste non sono mai definitive, si può sempre tornare indietro”.

E dentro questa storia c’è anche il lavoro. Dalle lotte operaie del ’43 alle battaglie per i diritti nel dopoguerra, il contributo del mondo del lavoro è stato decisivo. “La libertà senza giustizia sociale è una parola vuota”, ricordava Pertini. Un principio che attraversa anche la storia della Cgil, definita da Ponzani “il viaggio che ci ha portato la democrazia”.

“L’arma più odiosa è la manipolazione”

Infine, il nodo della memoria e della sua manipolazione. “L’arma più odiosa è la manipolazione”, avverte. Non tanto l’oblio, quanto la distorsione consapevole del passato, alimentata anche da disinformazione e nuove tecnologie. Per questo, il ruolo degli storici diventa cruciale: “Devono avere più coraggio nel dibattito pubblico e smontare le false narrazioni”.

Una sfida che riguarda tutti. Perché, come ricorda Ponzani, “essere cittadini significa non delegare la memoria. E difendere, ogni giorno, quel dono fragile che è la democrazia”.