Appare in aula già blindato, scortato dalla fiducia come un carico fragile che nessuno deve toccare. Scivola tra Senato e Camera mentre il governo prepara un nuovo decreto per correggere il precedente nello stesso istante in cui lo approva, riunendosi a Montecitorio con una disinvoltura da teatro dell’assurdo. Il decreto sicurezza diventa così un oggetto mobile, instabile, una legge che si scrive e si riscrive nello stesso respiro.

Trentatré articoli, un catalogo che promette ordine e consegna confusione. Dentro c’è tutto: criminalità giovanile, accattonaggio, immigrazione, organici delle forze dell’ordine. E poi la trovata folkloristica, la “lotta ai maranza”, con divieti sui coltelli subito accompagnati da deroghe creative, così il coltello resta, purché ben giustificato dalla fantasia normativa.

Il cuore vero pulsa altrove. Fermo preventivo fino a dodici ore per chi potrebbe turbare una manifestazione, multe e carcere per cortei, occupazioni e blocchi stradali. La piazza, cioè la democrazia in carne viva, viene trattata come un incidente amministrativo. Si punisce l’intenzione, si disciplina il dissenso, si scoraggia perfino l’idea di scendere in strada.

Poi lo scudo penale, elegante e scivoloso, che crea registri separati per chi agisce “con giustificazione”. E il capolavoro grottesco: premio agli avvocati che accompagnano i migranti al rimpatrio volontario, 615 euro a pratica conclusa, come fosse una raccolta punti. Il diritto si piega a incentivo, la persona diventa pratica da chiudere.

Infine le proroghe su misura per i vertici delle forze dell’ordine, cucite in corsa come abiti sartoriali. Il quadro è limpido: rigore esibito verso chi protesta, indulgenza organizzata verso chi comanda. La sicurezza resta slogan, il controllo diventa metodo. E il dubbio cresce, ostinato: chi difende davvero questo Stato così ansioso di difendersi dai suoi cittadini?