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La Commissione incaricata dal ministero dell’Istruzione e del merito ha partorito la sua bozza di documento delle Indicazioni nazionali per i licei; ed è stato Giuseppe Valditara a ribadire che ora ci attende una seconda fase caratterizzata da un “percorso di ascolto della comunità scolastica”, da realizzare attraverso incontri con “associazioni professionali e disciplinari” (posso intuire, ma confesso di non capire bene chi sarebbero i soggetti chiamati in causa), rappresentanze dei genitori, degli studenti e le organizzazioni sindacali della scuola, da stamattina già al lavoro per cercare di tradurre in termini concreti quanto contenuto nel testo preparato nelle stanze di viale Trastevere.
E sempre da viale Trastevere è subito arrivata la precisazione che non ci troviamo di fronte a una semplice revisione dei programmi di gran parte degli istituti secondari di secondo grado, quanto a un “ripensamento strutturale della funzione formativa del liceo, del rapporto tra discipline e tra scuola e società”. Tra le novità più rilevanti viene evidenziata l’introduzione in ogni materia della fatidica domanda “Perché studiamo questa disciplina”. Domanda a cui spesso noi insegnanti siamo chiamati a rispondere, a bruciapelo, dentro le quattro mura di una classe, con risultati alterni, determinati anche dalla specificità della materia in questione.
A una prima e rapida lettura delle numerose pagine che compongono il documento, alcune curiosità già balzano agli occhi. Fa un certo effetto, ad esempio, vedere scritto come, in questa nuova visione della scuola, si dovrà fare più attenzione agli errori, didatticamente intesi, perché “l'errore è riconosciuto come parte integrante del lavoro intellettuale, momento fecondo da attraversare con consapevolezza, non stigma da evitare”.
Sembra di ascoltare la voce di Gianni Rodari (speriamo ci perdoni), e dunque tutto bene. Messa così, però, è una frase che può voler dir tutto e niente. Ci sono insegnanti che, proprio recuperando la lezione di Rodari nel Libro degli errori (la prima edizione è del1964), conoscono l’importanza di correggere un passaggio a vuoto di uno studente. Ma dallo stesso testo del maestro di Omegna abbiamo imparato anche la protesta civile, la battaglia contro i luoghi comuni, e molto altro ancora, cercando ogni mattina di portarli insieme nello zaino del docente.
Di certo è invece una novità l’ingresso ufficiale dell'intelligenza artificiale nel dibattito scolastico, anche se lascia perplessi la sua collocazione solo in ambito matematico dato che è ormai evidente come l’utilizzo e i linguaggi dell’IA stiano modificando anche il nostro modo di scrivere, e di parlare. Una riflessione che andrà allargata e approfondita nel tempo più breve possibile.
In attesa dunque di conoscere quali saranno gli esiti dei vari incontri previsti prima di convertire in prassi le varie indicazioni, molti dubbi restano riguardo la scelta di eliminare la geostoria, dividendo le due materie. Qui le motivazioni si concentrano sulla “centralità della storia dell'Italia e dell'Occidente” che si specifica subito non essere “un ripiegamento provinciale” quanto un “riconoscimento dell'eredità universale che quella tradizione ha consegnato al mondo moderno”, aggiungendo che “la scelta di incentrare lo studio della storia sulle vicende dell'Italia e dell'Occidente risponde a un'esigenza di profondità, non di chiusura e ovviamente non significa affatto non studiare le altre civiltà e la loro storia”.
Exusatio non petita, accusatio manifesta, avrebbero detto i nostri classici. Ma questa, forse, è appunto un’altra storia, seppur da sviscerare per bene nei vari appuntamenti di confronto che verranno calendarizzati. Resta da capire come sia possibile, trattando in Geografia il Medio Oriente, o la Russia, o gli Stati Uniti, non parlare anche di storia contemporanea, delle vicende del nostro peggior presente, visto che in classe molto spesso questo viene chiesto; e sottrarsi, o dare risposte adeguate, diviene ogni giorno più complesso.
Sembra poi che i licei dovranno dedicare ampio spazio “all'educazione emotiva e relazionale così come al contrasto di ogni forma di violenza e di discriminazione”, e che il rispetto in quanto tale dovrà essere riconosciuto quale “presupposto etico che precede e fonda l'agire civile: non una norma da rispettare, ma una disposizione da coltivare”: perché la scuola verrà chiamata “a costruire i fondamenti della convivenza pluralistica, dove l'inclusione non è concessione ma architrave della cultura occidentale moderna”. Pensavamo già fosse così, da sempre. Ad ogni modo è così che proviamo a organizzare, ogni giorno, da sempre, la nostra ora di lezione.






















