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10 febbraio 1941

In Francia i nazisti arrestano Giuseppe Di Vittorio

Ilaria Romeo
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Dopo un lungo esilio trascorso per lo più nel Paese transalpino ma anche in missione per l'Europa, il leader sindacale e antifascista viene catturato e confinato sull'isola di Ventotene dove resterà per più di due anni, fino alla caduta del regime di Mussolini

Nel 1923, dopo la chiusura della Camera del lavoro di Bari, Di Vittorio decide di trasferire la famiglia a Roma preoccupandosi di trovare una casa che abbia un pezzo di terra da lavorare. “Faceva la spola - ricorda Raffaele Pastore - la mattina fino alle 12 il contadino, il pomeriggio a Roma per fare il deputato”. Va avanti così finché il 13 settembre 1925 lo arrestano. Scarcerato il 10 maggio 1926 non resta molto in libertà: subisce altri arresti che inducono il Partito comunista, a cui ha aderito nel 1924, a farlo espatriare. Per Di Vittorio inizia un lungo esilio, che termina il 10 febbraio 1941, quando è arrestato in Francia dai nazisti. Estradato in Italia, viene rinchiuso nel carcere di Lucera e poi avviato al confino di Ventotene.

Proprio a Ventotene il 4 e il 5 ottobre 2007 si svolgeva un interessante convegno dal titolo “A cinquanta anni dalla scomparsa di Giuseppe Di Vittorio. Gli anni del confino”.  Diceva nell’occasione lo storico Francesco Giasi, oggi direttore della Fondazione Gramsci:

Chi erano i confinati politici? Chi erano i prigionieri politici? Chi erano gli esuli? Per dare una prima risposta basterebbe scorrere il lunghissimo elenco del casellario politico centrale della polizia fascista e leggere alcune biografie. Troveremo non solo politici e intellettuali, ma operai di fabbrica, muratori, braccianti, tipografi, giovani socialiste e comuniste dalle cui biografie si può trarre esemplarmente il volto di quest’Italia al confino, in carcere, costretta all’espatrio e capire le ragioni di coloro che si opposero in maniera intransigente al fascismo. Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, istituito dopo la promulgazione delle leggi eccezionali del novembre 1926, e l’Ovra (la polizia politica fascista) perseguitarono almeno tre generazioni di dirigenti e militanti politici. (...) Giuseppe Di Vittorio rappresenta esemplarmente il volto di quest’Italia che si oppose in maniera intransigente al regime liberticida. Egli giunse a Ventotene nella seconda metà del 1941 e la lasciò il 22 agosto 1943. Egli appartiene a quella generazione che ho definito di “di coloro che erano giovani” negli anni della grande guerra. L’aveva fatta Di Vittorio la guerra del 1915-18. Era nato nel 1892 a Cerignola, un grosso centro rurale della Capitanata, in provincia di Foggia. Ed aveva trenta anni quando Mussolini si insediò al governo dopo la Marcia su Roma. Quando giunse a Ventotene aveva alle spalle sedici anni di esilio trascorsi per lo più Francia, ma con lunghi periodi di permanenza in Belgio e - per le missioni affidategli dal centro estero del Partito comunista d’Italia - in vari paesi d’Europa, tra cui la Russia sovietica. (...) A Ventotene trovò, come è noto, la più consistente concentrazione di dirigenti antifascisti. Tra i suoi compagni di partito, Umberto Terracini, Camilla Ravera, Luigi Longo, Mauro Scoccimarro, Pietro Secchia, Girolamo Li Causi, Giovanni Roveda, Eugenio Curiel, Pietro Grifone, Battista Santhià, Gaetano Chiarini.

Dalle lettere dei confinati e dai rapporti della polizia si ricostruisce abbondantemente il quadro della vita sull’isola. Anche le testimonianze, però, contribuiscono non poco a darci elementi utili per un’attendibile ricostruzione dato che molti confinati ci hanno lasciato belle pagine di ricordi sulla vita al confino nell’isola tra il 1935 e l’agosto del 1943. (...) E il giorno più atteso giunse il 25 luglio del 1943. Pietro Grifone ci ha lasciato un ricordo del giorno della caduta di Mussolini che è anche una testimonianza su Di Vittorio: "Nel Camerone n. 1 la notizia della caduta di Mussolini ce la portò poco dopo le sette il compagno Di Vittorio. Non a caso fu lui e non altri a darcela. Era infatti sempre Di Vittorio, assieme al compagno Giulio Turchi, ad uscire dal camerone per primo, non appena, alle 7 del mattino (d’estate), i poliziotti di guardia aprivano le porte. Da buon bracciante si alzava presto e, avendo la responsabilità della conduzione del piccolo podere che egli con altri compagni aveva preso in affitto, riteneva suo dovere essere il primo ad arrivare sul lavoro per procedere, tra l’altro, alla quotidiana mungitura del latte prodotto dall’unica mucca del kolcoz, latte che serviva ai compagni ammalati. L’esultanza fu grande, pari all’impegno che per tanti anni, nelle piú difficili situazioni, ci aveva tenuti tesi verso la libertà, contro il fascismo! L'esultanza fu grande ed anche rumorosa". Anche Camilla Ravera ci ha lasciato un bella testimonianza su quel giorno: "Un agente s’era affacciato alla porta del capannone delle confinate gridando: 'Comunicazione importante. Tutti in piazza!' e s’era avviato subito correndo verso gli altri capannoni; ma poi si era girato un momento e aveva detto: 'Hanno arrestato Mussolini'. In pochi minuti la piazza era affollata di confinati; e nel silenzio ansioso di tutti, da un apparecchi radio collocato sopra una loggetta, era giunto l’inno di Mameli, poi il comunicato del nuovo governo d’Italia. Le ultime parole “La guerra continua” avevano prolungato di qualche attimo il silenzio. Poi l’esultanza era esplosa; e i commenti, i discorsi, i dialoghi, avevano dato una gran voce, piena e pacata, al lento ritorno al capannone, a cui tutti s’erano diretti come per dare ordine ai pensieri e precisione ai propositi".  E in effetti questi confinati appena usciti dalla prigionia, ripresero tutti, quasi senza eccezioni, la via della lotta politica per la ricostruzione del paese dalle macerie e per la liberazione dal nazismo. Saranno loro i protagonisti della nuova Italia. Per questa ragione il nome di quest’isola di confino non va legata soltanto a quello di Altiero Spinelli e di altri padri ideali dell’Europa Unita. Essa fu l’isola che ospitò i padri della nostra patria repubblicana e antifascista e anche a queste figure va legato il suo nome.

Liberato nell’agosto 1943, Di Vittorio raggiunge Roma ed è nominato dal governo Badoglio commissario del sindacato dei lavoratori agricoli. L’occupazione tedesca della capitale lo costringe a nascondersi, ma non all’inattività. Tesse la tela del patto di unità sindacale, esponendosi a grandissimi rischi, scampati grazie anche a inattesi gesti di solidarietà e protezione (assecondando tempo dopo la richiesta di un giornalista di descrivere la sua vita nella Roma occupata dai tedeschi,

Di Vittorio racconterà: “Ho vissuto, naturalmente come tutti gli altri noti e non noti antifascisti, in continuo allarme. La mia presenza era fin troppo conosciuta. Avevano il progetto di prenderci e di tenerci come ostaggi per farne eventualmente un oggetto di scambio. Avevamo delle informazioni precise in merito e ciò ci imponeva delle continue precauzioni; ma io, come gli altri, continuavo a lavorare e per la Confederazione e per il lavoro di partito. Vagavo in diversi quartieri e in diverse case di uno stesso quartiere. Una notte ero ospite di un amico pugliese, antifascista ma da dieci anni perduto di vista dalla polizia. Ritenevo di essere al sicuro. All’alba un brigadiere e quattro agenti di polizia si presentarono al nostro appartamento per arrestare l’amico. Trovarono naturalmente anche me, chiesero le ragioni della mia presenza; mostrai loro la mia carta falsa, risultato: ‘Vestitevi e accompagnateci anche voi al Commissariato’. Inventai una storiella e non mi credettero. Tentai altri mezzi ma quando vidi tutto inutile mi aggrappai all’ultima risorsa. - Prima che mi portate via - dissi loro - ditemi, siete tutti italiani? - Lessi sul loro volto la risposta. - Ebbene, ripresi, se siete degni di questo nome, io vi dirò la verità. Sono un noto antifascista. I tedeschi sarebbero felici di farmi la pelle - Lei immagina il resto - poiché io son qui ben vivo. Ma quello che voglio far notare agli italiani è che anche nella polizia erano penetrati il sentimento patriottico e l’odio contro i fascisti e i tedeschi. E questo è un altro sintomo che apre la nostra fiducia nella rinascita della coscienza del Paese”.

La Roma che Di Vittorio ritrova nel 1944 dopo l’ingresso delle truppe alleate è una Roma completamente diversa da quella che ha lasciato diciassette anni prima: è una Roma che il segretario sente più sua, nella quale si riconosce in quanto rappresentante del popolo lavoratore protagonista della lotta al fascismo e della ricostruzione morale e materiale del Paese. È la Roma di quel ‘Patto’ che ci farà rinascere dopo le macerie della guerra e della dittatura.

Con il Patto di Roma del 1944 rinasce la Cgil unitaria che, seppure destinata a una vita breve a causa delle tensioni politiche nazionali e internazionali legate al nuovo scenario della guerra fredda, inciderà notevolmente sugli assetti costituzionali dell’Italia e sulla ricostruzione materiale, economica, sociale, civile e umana del Paese, uscito sconfitto dal conflitto mondiale.