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La dittatura dell'economia

La dittatura dell'economia
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Emiliano Sbaraglia
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Le parole di Papa Francesco curate da Ugo Mattei. Una raccolta ponderata di scritti, discorsi ed esortazioni del Pontefice sul tema dei beni comuni e dell'economia

Le Edizioni Gruppo Abele pubblicano un libro quanto mai necessario in questi giorni, dal titolo “La dittatura dell’economia”, (pp.192, € 15), una raccolta ponderata di scritti, discorsi ed esortazioni di Papa Francesco sul tema dei beni comuni e dell’economia. Ne abbiamo parlato con il curatore Ugo Mattei, docente di diritto civile e internazionale nelle Università di Torino e della California, oltre che presidente del Comitato per la difesa dei beni pubblici e comuni Stefano Rodotà.

Prof. Mattei, l’introduzione agli scritti e alle parole di Papa Francesco ricostruisce un percorso che dalla “Rerum Novarum” di Leone XIII del 1891 arriva per l’appunto all’enciclica “Laudato sì” del 2015, comprendendo in questo arco storico la parabola del capitalismo industriale. Davvero con Bergoglio assisitiamo a un nuovo confronto tra Papato e Impero, del bene contro il male, di guelfi e ghibellini 3.0?

Credo di sì. Nel tempo trascorso tra le due encicliche ho cercato di sostentere la tesi di un matrimonio di convenienza tra Chiesa e capitalismo. Naturalmente la Chiesa è nata prima del capitalismo, ma in qualche modo ne ha poi subito il processo. Ed è stato un matrimonio di convenienza consumato rispetto alla tradizione socialista e al movimento comunista internazionale, sino a Papa Wojtyla, il protagonista politico di questo nuovo Impero, e della caduta del blocco sovietico. Ma prima del capitalismo la Chiesa è stata storicamente critica con le idee di cui il capitalismo stesso si nutre. Basti pensare alla proprietà privata, che proprio nella Rerum Novarum resta condizionata all’interesse pubblico, dandone una visione completamente diversa da quella che poi è divenuta nel XX secolo. Resta il fatto che dopo la caduta del Muro e la risoluzione della minaccia di un comunismo realizzato, che ha portato a comportamenti tremendi da parte della Chiesa, (pensiamo al Sud America, dove si è alleata con i  peggiori fascisti dell’America Latina), il capitalismo industriale ha preso il definitivo sopravvento, arrivando agli esiti che abbiamo tutti sotto gli occhi. Con Bergoglio, come il libro documenta, ci troviamo di fronte alla denuncia di questo capitalismo industriale, a una lettura fortemente critica, a una condanna storica. E quello che leggo in queste parole del Papa è proprio una forte critica alla proprietà privata come mai avevo trovato prima, almeno dai tempi di San Francesco, posizioni poi passate in cavalleria per il resto dei secoli. In questa raccolta ho trovato qualcosa di nuovo per cercare di far ripartire un rapporto tra il Papa benicomunista e chi ha una visione diversamente liberale e socialista della società, e anche dell’economia, con dichiarazioni che non si ascoltavano dai tempi dell’ultimo Olivetti.

Quindi chi dice che questo sia un Papa comunista ha ragione...

Lo stesso Bergoglio, in uno dei passaggi qui contenuti, a un certo punto dice: “Mi dicono che sono comunista”. Ma queste cose ci sono nella dottrina sociale della Chiesa, vale a dire nelle origini del cattolicesimo, e credo che faccia bene a rivendicare questo ruolo, soprattutto in tema di riconversione ecologica e spirituale, con la necessaria rinuncia a un folle pardagima di crescita. E per conversione ecologica e spiritutale si intende una dimensione di gruppo capace di affrontare insieme le vicissitudini del tempo. Tutto questo Francesco lo fa non solo aprendo alle altre confessioni religiose, in chiave ecumenica, ma anche dialogando ad esempio con il mondo cinese, compiendo in questo modo operazioni politiche importanti.

Proprio in queste ore la sua preghiera “urbi et orbi”, davanti a una Piazza San Pietro deserta, ha susciatato una forte emozione collettiva. Il Papa chiede di “remare insieme”...  

Non so quanta forza e quanta energia abbia ancora questo Papa, in questo suo tentativo di ricostruzione di un ordine sociale, successivo alla catastrofe del Covid-19, che oltre di vite sarà un bagno di sangue economico. Non so se può davvero uscirne un grande fronte “neoguelfo”, come lo definisco nel libro, che abbia la forza necessaria per determinare uno sviluppo radicalmente diverso rispetto a questi ultimi venti anni. Quello che so è che il Papa dovrebbe scomunicare i nuovi ricchi, i Bezos e compagnia cantante, quelli che hanno venduto prima del crollo di queste settimane, in pratica certificando collusioni economiche drammatiche.

Ma una volta superata l’emergenza sanitaria, al costo di migliaia di vittime, non potrebbe essere questa l’occasione per invertire la rotta?

L’opportunità c’era già stata nel 2008, con la grande crisi “Subprime”, quella che all’epoca chiamammo la fine della fine della storia, dato che la narrazione ufficiale ci aveva comunicato la fine della storia nel 1989, archiviando gli anni ’90 come null’altro che un’evoluzione di essa. Ma nel 2008 non eravamo ancora pronti, il pensiero dei beni comuni ancora non esisteva come strada percorribile, si trattava soltanto di una vaga costellazione di idee messa insieme dai movimenti sociali, e in quella crisi non c’era un pensiero da contrapporre. Poi nel 2011 arrivarono Occupy Wall Street, gli Indignados dell’M15 in Spagna, la Primavera araba nell’area del Maghreb, e da noi l’esperienza dei beni comuni, che ebbe come quartier generale il Teatro Valle di Roma. Ma non era pronta una visione del mondo alternativo, e queste manifestazioni sociali vennero spazzate via dall’austerity della tecnocrazia neoliberale, o neoghibellina, per tornare a noi. Ora questa crisi potrebbe partorire  una risoluzione neoguelfa, perché dopo dieci anni di pratiche abbiamo un pensiero articolato e forte, benicomunista, anche nei rapporti industriali, nella mediazione tra capitale e lavoro, nell’economia delle piattaforme.

Qui parla l’attivista...

Sì certo. Prima di tutto si tratta di uscire da questo disastro, un altro episodio tragico del capitalismo del disastro, come lo definiva Naomi Klein già nel 2003. La speculazione è ancora in piedi e il nostro governo, con gestione inadeguata, non ha chiuso le borse: ma se chiudi l’economia reale non puoi non chiudere l’economia finanziaria, vuol dire che non hai un’idea di sovranità pubblica, e la nascondi dietro quel patriottismo da salotto penoso, alla Barbara D’Urso, mentre per 15 anni abbiamo smantellato un sistema sanitario nazionale, con un terzo dei posti-letto della Germania, la metà di quelli della Francia, e i nostri medici e infermieri muoiono come fossimo un Paese del quarto mondo. So che non è un discorso popolare oggi, ma questo penso, pur avendo una conoscenza personale e stima professionale, da giurista, nei confronti dell’attuale Presidente del Consiglio. Ma stiamo parlando di politica. Il punto è: usciremo da questa crisi con qualcosa di diverso dalla dittatura del capitalismo dei disastri? Adesso abbiamo gli sturmenti per un neoguelfismo forte: la sanità come bene comune, la liberazione dell’individualizzazione anche sui corpi, che è una limitazione del capitalismo della sorveglianza, e la liberazione da una verità scientifica unica in luogo di un dubbio metodico, perché anche nel pensiero scientifico c’è un pensiero unico, in questi giorni rappresentato dall’OMS e da epidemiologi mainstream.

Quali iniziative si possono intraprende in questo senso, dato il momento così delicato e complesso?

Come Comitato Stefano Rodotà eravamo in campo quando il pensiero dei beni comuni è divenuto prassi, è divenuto diritto, un percorso importante mai raccontato dall’informazione dominante, ma costituito da fatti politici reali. Oggi stiamo creando una rete stabile permanente che rivendichi subito l’agibilità democratica delle persone. Insieme a generazionifuture.org abbiamo indetto una grande assemblea pubblica per il 4 di aprile, da cui un documento politico che chieda le condizioni per esperire un referendun contro il decreto legge del 30 dicembre 1992 sulla regionalizzazione della sanità nazionale. Ma chiaramente in questo periodo non possiamo raccogliere le firme. Dunque chiederemo la possibilità di farlo attraverso strumenti certificati in rete, sollevando la questione della sospensione della democrazia, stanando le nostre istituzioni presidio di democrazia, come la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale, organi piuttosto silenti in questi giorni su questi temi. Solo cosi si può uscire da questo disastro con una soluzione neoguelfa, dalla parte di Papa Francesco.