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Chiudono gli Sprar? Il rischio è una bomba sociale

Chiudono gli Sprar? Il rischio è una bomba sociale
Foto: foto dal sito Sprar
Jacopo Formaioni
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Parlano gli addetti del sistema di accoglienza diffusa che il decreto Salvini vuole ridimensionare fortemente. Chiara: “Siamo lavoratori di serie B, il ministro lo ha detto chiaramente”. Simone: “Le nuove norme creeranno un buco nero”

Stretta su rifugiati e nuove cittadinanze. Possibilità di chiudere negli hotspot per 30 giorni anche i richiedenti asilo. Permessi umanitari cancellati. Vie accelerate per costruire nuovi centri per i rimpatri. Trattenimento massimo nei centri prolungato da 90 a 180 giorni. E totale ridimensionamento della rete Sprar. Con i suoi 17 articoli e 4 capi, il decreto Salvini, presentato lo scorso 24 settembre, promette di stravolgere il sistema d’accoglienza messo in piedi negli ultimi anni. Le conseguenze al momento sono imprevedibili soprattutto sul fronte dell’accoglienza, considerando che il sistema Sprar coinvolge oltre 400 Comuni ed è un modello in tutta Europa.

Il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati nasce nel 2002 e costituisce la cosiddetta “seconda accoglienza”, ospitando chi ha formalizzato la richiesta d’asilo e la protezione internazionale o umanitaria e non dispone di mezzi di sussistenza. Oltre a vitto e alloggio, sono erogati servizi di mediazione linguistica e culturale, corsi di lingua italiana, percorsi di formazione professionali, orientamento e assistenza legale al fine di favorire l’integrazione. L’accoglienza è prevista per sei mesi, rinnovabili per altri sei. Sono di solito piccoli centri, appartamenti per lo più, dislocati nei Comuni al fine di migliorare l’inserimento nel territorio. A oggi ospita 35 mila migranti in 877 progetti e porta avanti con successo percorsi di integrazione fondamentali per la gestione del fenomeno migratorio. Oltre agli ospiti ordinari, sono accolti in apposite strutture anche minori non accompagnati e persone con disabilità e disagio mentale. E soprattutto è un programma istituzionalizzato, fuori dalle dinamiche emergenziali che governano il resto del sistema accoglienza nel nostro Paese. Inoltre nella rendicontazione e gestione impone una trasparenza tale da impedire, da parte di associazioni e cooperative, l’emergere di attività lucrative che sfociano nella criminalità, come invece è successo più volte in altre realtà.

Questo ha imposto negli anni l’impiego di un personale sempre più formato e professionale. Sono molti giovani e meno giovani che hanno trovato un’occupazione stabile, o quasi, portando avanti un progetto importante per l’intero paese. Si è spesso parlato delle precarie condizioni di lavoro degli addetti ai centri d’accoglienza, il più delle volte privi delle necessarie competenze e con salari da fame. Da una ricerca condotta dalla Funzione pubblica Cgil e dalla Fondazione Di Vittorio sulla condizione dei lavoratori dei servizi pubblici per l’immigrazione emergono molti aspetti critici: condizioni di lavoro difficili, precarietà, elevata età media, fenomeni di burn-out e scarsa organizzazione. Queste persone sono tra l’altro vittime di un pregiudizio sociale anti-immigrati che ne complica le prestazioni e sono inserite in un sistema che fatica a fare rete, schiacciato dalla logica dell’emergenza. Ma lo Sprar, al contrario, prevede il rispetto dei contratti, personale qualificato e tende alla stabilizzazione e miglioramento delle condizioni di lavoro.

Lavoro nell’immigrazione dal 2006 e oggi lo faccio con passione e professionalità, portando avanti un costante percorso di formazione e aggiornamento” esordisce fiera Chiara Gorini accogliendoci in quello che è il suo ufficio ormai da più di un anno. Chiara è la coordinatrice per Arci Toscana dello Sprar di Rosignano, in provincia di Livorno. Una realtà di accoglienza diffusa dove gruppi di 4-6 migranti occupano i cinque appartamenti presenti sul territorio, per un totale di 26 ospiti. “Ho iniziato con lo sportello migranti, poi insegnante di L2 nei centri accoglienza e tutor sui progetti. Qua seguo la rendicontazione, organizzo i lavori e gli operatori, faccio le selezioni per gli ingressi e tengo i rapporti con enti locali e con la prefettura. Con l’accoglienza diffusa favoriamo l’integrazione. Come con un progetto nelle scuole, dove i migranti raccontano agli studenti le loro storie. Abbiamo sempre riscontri positivi, ragazzi interessati e veramente empatici con le storie, spesso terribili, che sentono. Ma non posso negare che anche qua il vento sta cambiando e il razzismo è stato sdoganato. Anche di fronte alla gestione professionale e all’educazione degli ospiti, siamo attaccati noi lavoratori e soprattutto i migranti, spesso senza motivo. Inoltre è molto pesante oggi dire dei no. Purtroppo alle selezioni dobbiamo respingere ragazzi validissimi, solo perché sono titolari di permesso umanitario. Sono esperienze molte dure pensando al loro futuro...”. Esita un attimo Chiara, ma poi continua, con una punta di sarcasmo. “Ma tanto che importa? Se soffriamo di burnout o stress o se perdiamo il lavoro? Siamo lavoratori di serie B, lo ha detto chiaramente il ministro Salvini, troveremo un altro lavoro. Ma soprattutto che importa se gli ospiti non avranno aiuti o finiranno in casermoni senza prospettive? Sono un’umanità di serie B, non come noi italiani...”.

La paura per la chiusura è sempre più reale, da quando poche settimane fa il Comune di Massa Carrara ha concluso bruscamente il progetto Sprar a seguito della vittoria di una maggioranza a trazione leghista alle recenti amministrative. Ma è soprattutto il blocco delle graduatorie dei nuovi progetti al ministero degli Interni a far temere il peggio: senza i finanziamenti infatti non si può fare nulla. E neppure il sollecito dell’Anci a pubblicare le graduatorie è riuscito a smuovere qualcosa. “Da undici sono diventati dieci i progetti Sprar che gestiamo in Toscana, con lo spostamento degli ospiti e la perdita di quattro posti di lavoro che fortunatamente siamo riusciti a ricollocare”. A raccontarlo è Simone Ferretti, responsabile immigrazione per Arci Toscana: “Noi – spiega – facciamo accoglienza, non la diamo. Nei territori creiamo una rete di istituzioni e associazioni per un’accoglienza solidale, ottimizzando costi e servizi per i migranti e la comunità. È un modello molto simile a quello sotto attacco di Riace: mettiamo a disposizione le competenze e diamo gli strumenti per integrarsi, a partire dal lavoro. Ma oggi si vuol fare finta che gli immigrati non esistano, togliendo servizi essenziali come le lezioni di italiano e la formazione professionale. Così si crea solo un buco nero. Si vogliono creare dei clandestini senza possibilità di avere i documenti, creando problemi, invece di risolverli, e diminuendo la sicurezza. Il governo vuole tornare al modello dell’emergenza, ai grandi centri gestiti per puntare solo al profitto, negando servizi e diritti. Una retromarcia che creerà una massa di persone emarginate, difficilmente gestibile: una bomba sociale pronta ad esplodere. E tutto questo con una logica chiara, la propaganda e le ricerca del consenso a danno di tutti”.