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Lavoratori pubblici nel limbo della precarietà

Precari del pubblico impiego: il governo scopre le sue carte
Foto: Simona Caleo
Martina Bortolotti
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Il 6 maggio a Roma manifestazione nazionale organizzata da Fp, Flc e Nidil Cgil. L'appuntamento è davanti alla sede del ministero della Pubblica amministrazione per chiedere stabilizzazioni e contratto. Tre racconti emblematici di vita e lavoro

Una vita sospesa, in bilico su di un filo sottile e con il rischio incombente di precipitare. Questa l’immagine scelta da Fp, Flc e Nidil Cgil per promuovere la manifestazione nazionale di sabato 6 maggio per la quale è stato scelto uno slogan esplicito: “Basta Precariato, Contratto Subito!”. Poche ore prima della manifestazione nazionale promossa dalla Confederazione di corso d’Italia per rivendicare la Carta dei diritti universali del lavoro, infatti, le tre categorie scenderanno in piazza – alle ore 11 e sempre a Roma, ma nei pressi di palazzo Vidoni, sede del ministero della Pubblica amministrazione –, per mettere al centro il tema del precariato nel mondo pubblico e, di conseguenza, il rispetto pieno dell’accordo del 30 novembre insieme all’avvio della trattativa per il rinnovo dei contratti pubblici. Per queste ragioni abbiamo raccolto tre storie del mondo del lavoro rappresentato dalla Funzione pubblica Cgil per conoscere, attraverso le parole di chi vive in questo limbo, le difficili condizioni di vita e di lavoro di chi è precario.

Il primo a parlarci di limbo è Luca Marfella. Un ragazzo di 31 anni, di Napoli, che proviene da una famiglia di vigili del fuoco. Nel 2008 ha partecipato al concorso pubblico per 814 nuovi ingressi nel corpo, passando tutte le prove (teoriche, pratiche e visita medica) e risultando tra gli idonei alla professione. Una graduatoria di idonei dalla quale attingere nei mesi e negli anni successivi. Ma non è andata così. E Luca, portavoce del gruppo degli idonei non assunti - presente anche sui principali social - ci racconta la sua situazione.

“Al concorso - spiega Luca - eravamo circa 130.000 candidati e siamo passati in 7.599. Ad oggi è stata assunta solo la metà dei candidati in graduatoria, sono rimaste fuori 3.200 persone”. Un numero tale che colmerebbe la carenza di organico. “Viviamo in un limbo di incertezza - aggiunge -. Abbiamo tutte le carte in regola per essere dei Vigili del fuoco ma lo scorrimento della graduatoria nel corso degli anni è andato a rilento. Contemporaneamente c’è stato il blocco del turn-over nel 2015 e l’affiancamento della vecchia, ora esaurita, stabilizzazione. Molti di noi sono del Sud dove la situazione lavorativa è alquanto drammatica e ci sono precari e disoccupati che vivono nella speranza di essere assunti. Ad aggravare la situazione c'è il fatto che l'età media degli idonei è di circa 32 anni, e hanno dunque superato il limite d'età per fare un nuovo concorso”.

“Ci tengo a precisare una cosa - prosegue Luca -. Molti degli idonei in graduatoria sono anche vigili del fuoco discontinui, persone che già fanno questo lavoro volontariamente e hanno la divisa a casa. Sarebbe opportuno assumerle, queste persone. Io, ad esempio, sono un ‘discontinuo’ da 10 anni e questo è a tutti gli effetti il mio lavoro. Ho fatto il concorso, l'ho superato e mi ritrovo ancora oggi a vivere in questa incertezza totale”. Nel ringraziare la Cgil per il sostegno offerto lungo questi anni, Luca lancia un appello: “Noi chiediamo il rispetto della meritocrazia, il rispetto nei confronti di donne e uomini che hanno superato meritatamente tante prove concorsuali e sono ancora lì ad aspettare. Qualche risultato con questo governo c’è stato, negli ultimi anni sono state fatte delle assunzioni e dei potenziamenti, ma oggi la carenza in organico è ancora di circa 3.000 posti di lavoro, proprio come il numero di idonei presenti in graduatoria. Io provengo da una famiglia di vigili del fuoco - mio padre e mio fratello lo sono. Per me non è un lavoro, non rappresenta un'entrata economica o un posto fisso, ma un sogno di vita”.

In questo limbo c’è chi invece rischia di segnare un record. Cristian Biagini, ha 42 anni e da 17 anni lavora da precario al Centro per l’impiego di Perugia. “Sono precario dal 2001 – racconta Cristian –, sempre presso la stessa struttura. Allora ero un giovane precario, adesso sono un vecchio precario. Dopo il liceo mi sono specializzato come ho potuto: laurea, master, corsi di formazione. Ho sempre voluto fare questo lavoro e ci ho investito il mio tempo, la mia formazione e le mie risorse economiche per fare aggiornamento. Poi ho iniziato a lavorare al Centro per l'impiego e da quel momento ad oggi sono passati quasi 17 anni. Tra proroghe varie fino ad ora avrò avuto una quarantina di contratti. Il mio attuale contratto è in scadenza il 31 dicembre. Credo che la mia possa definirsi una precarietà cronica. Ci ho fatto il callo, ma all'inizio ero molto agitato in prossimità della scadenza dei contratti. Il paradosso è che lavoro con i disoccupati. Il rischio concreto è quello di passare dall'altra parte della scrivania: da sostegno ai disoccupati a disoccupato io stesso”.

Il tema che pone in evidenza Cristian è il rapporto “malsano” tra lavoro precario e servizi pubblici. “Nella sanità, nella scuola, nel sociale - osserva - non puoi avere personale che come primo pensiero ha la preoccupazione per la propria stabilità economica: un orientatore che deve aiutare un disoccupato, un infermiere che deve accudire un malato, un'insegnante d'asilo nido che deve accudire un bambino, un operatore sociale che deve sostenere disabili o persone in situazione di difficoltà. Allo stesso modo se il mio lavoro è efficace, può determinare il successo lavorativo di una persona. Invece siamo trattati come lavoratori di serie B, forse anche di serie C”. Anche Cristian ci tiene a sottolineare il sostegno fattivo della Fp Cgil in questi anni e sarà in piazza sabato a Roma: “Sarò lì, e con me tanti. Speriamo avvengano cambiamenti che non ci lascino nel limbo in cui siamo da anni. Serve una nuova responsabilità collettiva e una nuova coscienza politica”.

Nel vasto mondo della sanità la situazione è la stessa. Come racconta Ivan Muradore. È un tecnico di laboratorio, ha 37 anni ed è di Milano. “Sono precario ormai da 19 anni. Ho fatto i miei primi tre anni di lavoro in un istituto con una borsa di studio, al termine della quale, però, non c'è stata possibilità di assunzione. Poi altri tre anni in un altro istituto, sempre senza possibilità di continuare. Poi ancora tre, e così via fino ad oggi”. In questa continua replica di contratti precari a pesare sono le fasi di passaggio tra un contratto e (si spera) il prossimo. “Come se non bastasse - racconta Ivan -, tra un rinnovo e l'altro ci sono sempre stati dei ritardi e per 10 giorni rimanevo a casa: dieci giorni senza stipendio, in cui dovevo gestire con attenzione il ménage domestico. Il mio contratto attuale scade a fine mese. Lavoro all'Istituto nazionale dei tumori di Milano da due anni e mezzo e sono in attesa di sapere se la mia collaborazione potrà proseguire o meno”.

Come si può vivere in queste condizioni? “Le scorse volte, alla scadenza del contratto, ho avuto la fortuna di trovare immediatamente un nuovo lavoro e di non rimanere mai senza. Questa volta sembra essere un po' più difficile. Non è facile affrontare una situazione del genere, avere una famiglia e non sapere se a fine mese si avrà ancora l'opportunità di lavorare. Si vive nell'incertezza. E non avendo una grossa disponibilità economica, rimanere senza lavoro diventerebbe complicato”. Quanto alla manifestazione di sabato, Ivan si augura che “riesca a smuovere le cose, che possa servire ad avviare un dialogo”. Sono tre storie esemplificative di cosa è stata la Pa in questi anni. Una situazione da ribaltare, per garantire servizi migliori e rispetto del lavoro. Sono le ragioni per le quali sabato in piazza Vidoni si ritroveranno Fp, Flc e Nidil Cgil dietro le parole “Basta Precariato, Contratto Subito!”.