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Ospedali a rischio sismico: quella relazione del 2013

«Non si può morire così»
Foto: (fotografia di www.altocasertano.wordpress.com)
Stefano Cecconi
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Tre anni fa, la commissione d'inchiesta del Senato ne segnalava non meno di 500. E ora? A che punto è la messa in sicurezza delle strutture destinate al ricovero delle persone? Dopo l'ennesimo, tragico bilancio del terremoto, la risposta è doverosa

Il 30 gennaio 2013 la relazione conclusiva della commissione d’inchiesta del Senato sull’efficienza e l’efficacia del Servizio sanitario nazionale, viene approvata all’unanimità. Un intero capitolo è dedicato alle “condizioni strutturali degli ospedali collocati in zone a rischio sismico”. L’inchiesta era stata avviata dopo il terremoto che aveva colpito L’Aquila e che aveva provocato anche gravi lesioni all’Ospedale San Salvatore, rendendolo inagibile e quindi inutilizzabile per il soccorso alla popolazione.

La relazione, quattro pagine accompagnate da una dettagliata tabella sulle verifiche effettuate dalla Protezione civile su 200 strutture ospedaliere, interviene sullo stato di vulnerabilità sismica degli ospedali italiani, sotto l’aspetto delle tecniche e delle tecnologie utilizzate nella loro costruzione. La valutazione sulla risposta delle strutture in caso di sisma rapportata non solo alla “capacità di evitare crolli, perdite di equilibrio e dissesti gravi, ma anche alla capacità di garantire le prestazioni previste nel corso dell’evento sismico”.

Ebbene, il quadro che si manifesta è quello di una vera e propria emergenza. La relazione segnala che, pur in mancanza di cifre esatte, le strutture ospedaliere che necessitano di una pluralità di interventi, definiti strategici per la loro localizzazione in zone ad alto rischio sismico, “non sono meno di 500”. Si tratta di strutture distribuite in prevalenza lungo l’arco appenninico dell’Italia centrale e soprattutto meridionale: in particolare, sono coinvolte le regioni Basilicata, Calabria, Campania, e Sicilia.

Nella valutazione espressa sulla vulnerabilità strutturale, circa il 75% degli edifici (nella tabella sono 200 quelli verificati) presenterebbe quello che è definito “un indicatore di rischio di stato limite di collasso”: insomma, carenze gravissime. Se si verificasse un terremoto con magnitudo superiore a 7,2-6,3, il 75% degli edifici verificati crollerebbe. Mentre con un terremoto di intensità 6 della scala Richter – come quello che secondo l’Ingv, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, si è registrato ad Amatrice il 24 agosto – a essere distrutto sarebbe il 60% degli edifici verificati.

Ma qual è oggi l’esatta situazione? Solo per dirne una, non è chiaro se sia stata conclusa la verifica – deliberata nel 2003 e curata da Regioni e Protezione civile – per la riduzione del rischio sismico sugli edifici ritenuti “strategici”, tra cui evidentemente ci sono gli ospedali. La domanda da porre alle autorità competenti, governo in testa, è semplice: dopo la relazione del 2013 sono stati messi in sicurezza gli ospedali italiani e le strutture destinate al ricovero delle persone? Sono stati almeno avviati e finanziati gli interventi? Dopo l’ennesimo, tragico bilancio del terremoto, la risposta è doverosa e non ammette ritardi.

Stefano Cecconi è responsabile Politiche della salute Cgil nazionale