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Opg, quelle sbarre che resistono

Legge 180 presidio di civiltà, ma va rilanciata
Foto: Foto di Antonio Tiso/Ag. Sintesi
Stefano Cecconi
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A un anno dalla data fissata dalla legge per la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, ancora 90 persone restano rinchiuse, mentre nelle residenze regionali resiste la logica manicomiale. Le difficoltà degli operatori sono ancora enormi

A un anno dalla data – il 31 marzo 2015 – fissata dalla legge per la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, ancora 90 persone sono rinchiuse nei cinque Opg “superstiti”. A Reggio Emilia ci sono 6 internati, a Montelupo Fiorentino 40, ad Aversa 18, a Barcellona Pozzo di Gotto 26. Secondigliano è stato chiuso a gennaio, mentre quello di Castiglione delle Stiviere ha solo cambiato targa, “trasformandosi” da Opg in Rems con oltre 220 internati. Altre 230 persone sono oggi detenute nelle Rems, le Residenze regionali per l’esecuzione della misura di sicurezza, che hanno sostituito la funzione dell’Opg (cioè il ricovero con misura detentiva).

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Per i “folli rei”, cioè gli autori di reato giudicati incapaci di intendere e di volere e contemporaneamente socialmente pericolosi, fino a oggi al posto dei cancelli del carcere si aprivano quelli degli Opg: mescolando, come accade nei manicomi, cura a custodia, con risultati disastrosi. Ora qualcosa è cambiato ma si tratta di un processo difficile. L’ultimo, persistente baluardo della logica manicomiale resiste. Il pericolo principale di questo faticoso e complesso processo di chiusura e di superamento degli Opg è proprio quello di sostituire i “vecchi contenitori” manicomiali (gli Opg, appunto) con nuovi luoghi, le menzionate Rems: sicuramente più accoglienti e decorosi, ma pur sempre con un mandato custodiale, tipico dell’istituzione manicomiale. Tra l’altro scaricando sugli operatori sanitari i compiti di custodia.

Nelle Rems la misura di sicurezza è infatti detentiva. Mentre la legge 81/2014, che ha migliorato decisamente le norme sugli Opg, indica come prioritaria ogni misura non detentiva, finalizzata alla cura e alla riabilitazione individuale. Secondo l’ispirazione della riforma Basaglia. Ecco perché in questi mesi, con il comitato stopOpg, ci siamo interessati delle Rems: le abbiamo visitate, abbiamo denunciato le situazioni in cui è più evidente la logica custodiale (sbarre, filo spinato, guardie, poca o nessuna possibilità di attività esterne alla struttura per gli internati, una magistratura più restrittiva). Ma abbiamo anche segnalato le esperienze di Rems più “aperte” (le cosiddette “non Rems”), inserite all’interno di altre strutture per la salute mentale, in stretto collegamento con la rete dei servizi sociali e sanitari e con il territorio di appartenenza, con un rapporto collaborativo, ma dialettico con la magistratura.

Ci stiamo interessando alle Rems proprio per evitare che diventino la prevalente soluzione per la chiusura degli Opg. Rischiamo di avere nuovi contenitori per vecchie logiche. Quando invece la riforma punta decisamente ad altro. La riprova del rischio viene dal comportamento di una parte della magistratura, che non ha ancora fatto propria la filosofia della riforma: continua a disporre – di norma e non come extrema ratio – misure di sicurezza detentive, in specie in via provvisoria. Anche in conseguenza di questa errata interpretazione della legge, i posti nelle Rems sono stati saturati e si ritarda la stessa chiusura degli Opg. Tuttavia, grazie alla mobilitazione di stopOpg e al dialogo aperto con Parlamento e governo, negli ultimi anni qualcosa è cambiato: nel 2011 le persone internate con misura di sicurezza detentiva nei sei Opg erano oltre 1.400, oggi sono meno di 700 (tra i 90 ancora in Opg e gli altri distribuiti nelle 25 Rems in giro per l’Italia).

Molte persone sono state finalmente prese in carico e dimesse grazie al lavoro dei servizi dentro e fuori gli Opg. Ma il ritardo accumulato nella chiusura degli stessi Ospedali psichiatrici giudiziari e il rischio di veder prevalere la logica neomanicomiale, con la nascita di oltre mille posti di Rems, ci ha portato a rivendicare la nomina del commissario unico per il superamento degli Opg. Che finalmente è arrivata a febbraio nella persona di Franco Corleone. Abbiamo subito scritto a governo e a Regioni quali sono, a nostro avviso, le priorità del commissario: deve procedere con la massima urgenza, per il trasferimento nei territori di appartenenza – e non necessariamente in Rems – delle persone ancora internate negli Opg, così da chiudere questi ultimi in via definitiva. Ma deve anche esercitare un mandato più ampio, che va oltre la chiusura degli Opg: riguarda tutto il territorio nazionale e la piena e corretta applicazione della legge 81/2014, che privilegia decisamente misure di sicurezza alternative alla detenzione, con progetti di cura e riabilitazione individuale.

Cosa possibile nella stragrande maggioranza dei casi, come indicano le relazioni del governo al Parlamento. Ma decisivo perché ciò si realizzi è il ruolo della magistratura e il rapporto di collaborazione con le Regioni e le Asl. Allora il ruolo delle Rems – e, quindi, la detenzione – può e deve diventare residuale rispetto a cure che devono svolgersi nei servizi di salute mentale e socio-sanitari del territorio. Servizi che vanno sostenuti e ai quali vanno assegnate le risorse finanziarie e umane necessarie. Perché sappiamo che l’alternativa alla logica manicomiale (Opg, Rems, contenzione ecc.) dipende dalla qualità del lavoro nei servizi. Da tempo, penalizzati dalla carenza di organico e dai conseguenti sovraccarichi di orario e di lavoro, dalla crescita del precariato, dai tagli al finanziamenti, dal blocco dei contratti.

Tutte cose che hanno impoverito i servizi e reso sempre più difficile la condizione degli operatori, alimentando delusione e rassegnazione. Questo arretramento favorisce perfino pratiche repressive e logiche manicomiali. La sofferenza degli operatori si riflette sui malati. Questo non può e non deve accadere: il disagio degli operatori deve diventare motivo di lotta e di alleanza tra lavoratori e cittadini utenti dei servizi. Perché sappiamo che la qualità dei servizi sociali e sanitari è assicurata dal lavoro: migliaia di operatori sono impegnati ogni giorno nei servizi pubblici del Dipartimento di salute mentale (Dsm), nelle comunità e nelle cooperative del privato sociale.

Ecco perché, insieme alla Funzione pubblica Cgil, sosteniamo da tempo che la battaglia per chiudere  davvero gli Ospedali psichiatrici giudiziari coinvolge direttamente chi lavora per la salute mentale. Non è un caso se oggi (31 marzo), per l’anniversario della legge che ha decretato la chiusura degli Opg, il comitato stopOpg si ritrova in Cgil nazionale a Roma in un incontro pubblico che è insieme di festa e di lotta.

Stefano Cecconi è responsabile per le politiche della salute in Cgil nazionale