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«Così lottammo per lo Statuto dei lavoratori»

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Una conquista maturata dal basso al prezzo di dure lotte e scioperi. Ai microfoni di RadioArticolo1, con il contributo della Camera del lavoro di Parma, tre protagonisti del movimento operaio degli anni Sessanta

Con il contributo della Camera del lavoro di Parma e attraverso le voci di tre protagonisti del movimento operaio degli anni Sessanta, il racconto della rivoluzione che arrivò con lo Statuto dei lavoratori, una conquista maturata dal basso al prezzo di dure lotte e scioperi. È quanto ha proposto stamattina (15 febbraio) Italia parla, la rubrica quotidiana di RadioArticolo1.

 

“Mi chiamo Gino Allodi e sono entrato alla Rocco Bormioli nel 1966, a poco più di vent’anni, quando di diritti all’interno della fabbrica ce n’erano pochissimi. Io facevo parte del consiglio di fabbrica e facevo attività sindacale in qualità di funzionario Filcea. Per noi, l’approvazione dello Statuto dei lavoratori è stata una vera e propria rivoluzione, perché ha fatto sintesi di tutte le lotte operaie che c’erano state fino ad allora. La legge 300/1970 ha portato il diritto alle assemblee retribuite, al rappresentante sindacale, al delegato di reparto, che ha permesso lo svilupparsi in azienda di tutte quelle attività, come la conquista della mensa durante l’orario di lavoro, che il sindacato fa ancora oggi, ma che a quell’epoca era fantascienza. Tutto ciò ha permesso di sviluppare la contrattazione di secondo livello, dando ai lavoratori la possibilità di esprimersi nell’ambito delle costituzione delle piattaforme e delle rivendicazioni aziendali”.

“Sono Adriano Ronchini e ho lavorato per 35 anni alla Manzini, a partire dal 1960. Ho fatto parte della segreteria della Fiom negli anni ‘bollenti’ delle prime proteste in piazza, con grande soddisfazione, perché la gente, alla quale spiegavamo le nostre rivendicazioni sindacali, capiva e ci seguiva nella nostra linea politica. Lo Statuto dei lavoratori, per la cui approvazione facemmo 75 ore di sciopero in quel periodo, ha soprattutto portato la dignità al singolo lavoratore, che prima era solo un numero – io avevo il n° 22, senza alcun nome sul cartellino - e non aveva diritti. Ricordo un nostro delegato, licenziato proprio allora per motivi antisindacali dall’azienda, che venne riammesso in fabbrica direttamente dal tribunale, dopo che aveva fatto ricorso, grazie alla nuova legge 300, con immensa gioia da parte di tutti noi suoi colleghi”.

“Il mio nome è Umberto Bonomini e ho incominciato a lavorare alla Rossi Catelli nel 1955, prima come apprendista, poi come operaio. Ho iniziato a fare attività sindacale da subito e ho fatto parte della prima commissione interna, dopo che un gruppo di noi giovani andò alla Cdl di Parma per impostare una vertenza con l'azienda per il riconoscimento di un’ora di assemblea sindacale, che ci veniva costantemente negata dalla dirigenza, con le scuse più banali. Abbiamo incominciato le prime battaglie contro le gabbie salariali, facendo capire a tutti che era giusto che un operaio di Caltanissetta prendesse lo stesso minimo salariale di uno di Torino. E poi ci siamo battuti per la parificazione dei diritti fra operai e impiegati. È stata molto dura: dovevamo organizzare le assemblee in parrocchia, oppure in qualche circolo, perché in fabbrica non si poteva. Tutte queste lotte hanno fatto sì che lo Statuto dei lavoratori fosse già pronto, in realtà, prima della sua stessa approvazione in Parlamento, perché l'avevamo conquistato noi dal basso”.