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Uguaglianza vo cercando. Questa in estrema sintesi la realtà del nostro Paese sempre – appunto - più diseguale nell’esigibilità dei diritti costituzionali, quello alla salute, quello all’istruzione, quello alla mobilità, quello al salario uguale tra donne e uomini e potremmo continuare. Ad accendere i riflettori su quanto l’attuazione dell’articolo 3 della Costituzione sia molto al di là dal venire è l’area Stato sociale e diritti della Cgil nazionale che, analizzando i dati Istat, ha redatto un Report sulla spesa sociale dei Comuni italiani. Spesa sociale, è bene ricordarlo, è quella che le amministrazioni locali dedicano alle fragilità e alla riduzione delle diseguaglianze.
Altro che riduzione delle diseguaglianze
Il risultato è sconcertante da due punti di vista. Il primo è che i Comuni dedicano alla spesa sociale per abitante davvero molto molto poco: si tratta mediamente di 150 euro a persona. Cosa si può fare con 150 euro all’anno per persone povere, marginalizzate, disabili, anziane, non autosufficienti, migranti, minori e famiglie fragili? Ma c’è un altro punto evidenziato dal Report che fa davvero “scandalo”: gli ampi e rilevanti divari tra le diverse realtà territoriali del Paese, si va da una spesa media per abitante di 607 euro a Bolzano a soli 18 euro medi nei comuni della provincia di Vibo Valentia.
Il commento della Cgil
A leggere con attenzione numeri e analisi lo sconcerto aumenta, lo sottolinea Daniela Barbaresi, segretaria nazionale della Cgil: “Ad aver bisogno dell’aiuto dei Comuni non sono più soltanto le persone con fragilità definite, ma sempre più spesso anche chi ha bisogno di lavorare per vivere e un lavoro lo ha”. Con buona pace del governo che continua a rifiutare anche solo l’idea del salario minimo legale e che con ironia tragica nel decreto 1 maggio parla di “salario giusto”.
Ci piacerebbe davvero sapere qual è il giudizio della ministra del Lavoro, il parametro di giustizia a cui riferire i salari se non quello costituzionale che afferma che il salario deve consentire al lavoratore o alla lavoratrice una vita dignitosa per sé e per la propria famiglia.
Qualche numero
“Nel 2022, la spesa dei Comuni, singoli o associati, per i servizi sociali e socio-educativi è stata di 8,9 miliardi di euro, a cui si aggiungono 1,2 miliardi di euro rimborsati dal Servizio sanitario nazionale e 812 milioni di compartecipazione degli utenti, per un totale di 10,9 miliardi di euro di risorse impegnate”, è quanto si legge nel Report che poi dettaglia: “La parte più rilevante è destinata a famiglie e minori, 2,7 milioni di utenti cui vanno, al netto della compartecipazione di utenti e Ssn, 3,3 miliardi di euro, di cui quasi la metà destinata ad asili nido e servizi educativi. Seguono 2,4 miliardi per le persone con disabilità (con 883 mila utenti), 1,3 miliardi per le persone anziane (1,5 milioni di utenti), 800 milioni di euro per il contrasto della povertà e per il disagio degli adulti (1,4 milioni di utenti), 452 milioni per interventi e servizi sociali per migranti (445 mila utenti), 27 milioni per l’area delle dipendenze (99 mila utenti) e 528 milioni di euro per altro”.
Per Barbaresi “i livelli essenziali delle prestazioni sociali rappresentano l'unico argine alla forte e insostenibile deriva delle disuguaglianze, specialmente di fronte alle incognite del regionalismo differenziato. Tuttavia – sottolinea – determinare nominalmente i Leps senza stanziare risorse adeguate è un esercizio di ipocrisia istituzionale che la Cgil ha sempre denunciato”.
Le diverse ipocrisie
La prima ipocrisia di questa storia è che a fronte di questi numeri, a fronte del fatto che come per la sicurezza, così anche per intervenire su fragilità e marginalità, per dare cioè risposte ai bisogni concreti di cittadine e cittadini in prima linea ci sono i Comuni che però da una legge di bilancio all’altra non vedono che tagli su tagli alle risorse. La seconda ipocrisia è che proprio in questi giorni il Parlamento ha licenziato 4 preintese sull’autonomia differenziata. Ebbene quei testi non sono altro che la certificazione dell’ulteriore frammentazione del Paese e dell’ampliamento delle diseguaglianze territoriali che si traducono in diseguaglianze dei cittadini e delle cittadine sulla base di dove si nasce, di dove si vive.
Conclusioni amare ma propositive
A partire dal Report Barbaresi individua anche i filoni di intervento per cominciare ad attuare l’articolo 3 della Costituzione: “A livello nazionale pretendendo il tempestivo, adeguato e strutturale finanziamento dei Fondi nazionali, a partire dalla prossima legge di bilancio, superando la logica dei bandi per permettere la pianificazione e finanziamento dei servizi e delle politiche sociali territoriali”. “A livello territoriale - conclude la segretaria nazionale della Cgil -, occorre rafforzare e consolidare la contrattazione sociale con una forte azione vertenziale perché ogni bisogno sia conosciuto e attenzionato, ogni tavolo negoziale sia preteso e presidiato, ogni strumento di programmazione sia verificato e vagliato, ogni risorsa spesa si traduca in servizi accessibili, in diritti esigibili per l’utenza e in lavoro di qualità per il personale”.



























