Nelle ricostruzioni storiche del periodo della Resistenza in Italia, il ruolo delle donne è spesso stato relegato a quello di comprimarie, staffette partigiane o impegnate in operazioni comunque di contorno. Analizzando quanto accaduto in quegli anni nella regione Liguria, il libro dal titolo Partigiane nella Resistenza in Liguria. 1943-1945 (De Ferrari editore, pp. 248, euro 15) propone ai lettori una diversa interpretazione, approfondendo la partecipazione anche militare delle donne nella guerra al nazifascismo, attraverso lo studio e la rielaborazione di numeri ricavati dalla Banca dati del partigianato ligure, realizzata dall’Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (Ilsrec), per la prima volta utilizzati a fini storiografici. Di questo e altro abbiamo parlato con Marco Pluviano, tra i curatori del volume insieme a Maria Elisabetta Tonizzi e Irene Guerrini.

In che modo è stata sviluppata questa ricerca sul ruolo delle donne in Liguria durante la Resistenza?
Si tratta di un lavoro di tre persone, la professoressa Tonizzi e Irene Guerrini, oltre me, che per esigenza di spazio parlo a nome anche delle mie colleghe. Un lavoro nato su input e sostegno dell’Ilsrec, in particolare presidente Mino Ronzetti. Una divisione dei compiti nella quale la parte iniziale è stata affidata alla professoressa Tonnisi, ed è quella riguardante statistiche, tabelle, su cui si poggia il lavoro principale della ricerca, ci siamo sempre confrontati con questa sua parte introduttiva anche per la stesura delle altre, portate avanti con Irene Gerrini.

Un lavoro che restituisce anche la suddivisione territoriale della regione.
Esatto. La professoressa Tonizzi ha curato in particolare la parte relativa alle biografie delle partigiane di una delle quattro zone attraverso cui vennero divise le regioni, che più o meno ricalcavano le province. Irene e io ci siamo occupati della prima, la seconda e la quarta, quella spezzina. Una modalità che ci ha permesso di individuare le caratteristiche di queste donne in uno spettro vasto, formato da diverse categorie sociali, dove alcuni casi esemplari ci hanno consentito, attraverso le loro biografie, di costruire un quadro organico in maniera sintetica.

Cosa ne è emerso?
Sin dalla parte introduttiva si individua una grande maggioranza di donne giovanissime, non oltre i 20 anni, e giovani, entro i 30, di estrazione popolare, operaie, poche impiegate e di livello basso; poi contadine e tantissime casalinghe, per circa 1900 presenze complessive di partigiane liguri. Anche se c’è da aggiungere che solo il 25 % dichiarò a suo tempo una professione; le altre, proprio per l’essere casalinghe e contadine, neanche lo dichiaravano… Non dimentichiamoci che stiamo parlando di un tempo di guerra.

Quanto incisero queste donne nella lotta armata partigiana della regione?
Bisogna dire che il numero di 1900 corrisponde a quelle donne che hanno ottenuto il riconoscimento della qualifica di partigiane, ma non sappiamo se le partigiane patriote furono di più, perché un buon numero di loro non richiesero alcun riconoscimento, per qualche malinteso o soltanto per una sorta di modestia, oltre alla costituzione sociale dell’ambiente famigliare, dove lotta armata, soprattutto al femminile non era ben vista. A questo aggiungiamo trasferimenti, cambi di residenza, migrazioni. Abbiamo verificato che il numero si aggira attorno all’8-9% del totale, ma più delle quantità quello che interessa davvero è una loro fotografia, chi erano queste, giovani e meno, perché c’era anche chi aveva passato i sessant’anni, nate nell’altro secolo nell’entroterra ligure, o nei quartieri operai di Genova e Savona.

Eppure ci è stato sempre raccontato come il ruolo delle donne durante la Resistenza sia stato un altro.
Chiaramente ci sono state infermiere, maestre, tra cui una percentuale non grande ma significativa di donne appartenenti e a un ceto piccolo medio borghese. Una fotografia composita, per certi versi somigliante a quella maschile per età ed estrazione: facile da intuire, ma quando lo vedi fa un certo effetto. E poi tra le donne la militanza partigiana fu veramente una scelta volontaria, perché non correvano il rischio di essere chiamate alle armi, e dunque prescinde dalla necessità di sfuggire da altri pericoli. Da questo possiamo osservare come l’immagine tradizionale della donna-staffetta non sia poi così vera, è un termine riduttivo, anche se il loro ruolo era fondamentale: corriere ufficiali di collegamento, il riconoscimento del territorio, per capire eventuali vie di fuga, in caso di attacco o di imboscate per colpire determinati obiettivi. Tutte attività per cui si correvano gli stessi pericoli degli uomini, una volta prese venivano fucilate, o torturate, ma per loro si aggiungeva anche la violenza carnale. Ci sono state anche donne gappiste che imbracciano le armi, e infatti muoiono in azione o in conseguenza di ferite o malattie. Quindi non parlerei di ruolo defilato. Queste donne rovesciavano l’immagine tradizionale della donna madre, e dai nemici nazifascisti venivano disprezzate proprio perché ribelli.

La partecipazione delle donne in prima linea nella guerra al nazifascismo ha riguardato soltanto la Liguria, o anche altre regioni italiane?
Si è trattato di un fenomeno di carattere nazionale, con variazioni da regione a regione, anche nelle forme di partecipazione: non tutte le formazioni erano così pronte nell’accettare la presenza femminile, esisteva comunque il persistere di un mondo patriarcale, delle remore nell’accettare la presenza femminile in guerra; meno in formazioni come la Brigata Garibaldi, o Matteotti, o Giustizia e Libertà, mentre più restie erano quelle autonome, con forti componenti di ex militari e ufficiali, o quelle cattoliche per i quali tra la donna e l’azione armata c’era un abisso. Ma ci sono donne che combattono, anche nelle formazioni autonome.

Come mai nelle ricostruzioni storiche avvenute nei decenni seguenti la fine della seconda guerra mondiale non è quasi mai stato evidenziato questo aspetto, di certo non marginale?
Perché comunque il paese aveva difficoltà ad accettare questo tipo di protagonismo femminile; i partiti di sinistra danno indicazioni in questo senso, ma l’opinione pubblica, anche quella democratica e progressista, non era ancora pronta, e un po’ la sordina viene messa, soprattutto dalla componente cattolica, in luogo dell’immagine della lotta di Resistenza fatta dal partigiano giovane. Poi, negli anni 70, con il movimento di liberazione della donna, alcuni elementi emergono, anche se nei movimenti femminili il rifiuto della violenza, dell’uso delle armi, non ha stimolato lo studio di certi argomenti. Noi abbiamo ritenuto giusto approfondirne ogni aspetto, compreso il desiderio di partecipare non soltanto logisticamente, ma imbracciando un fucile. E abbiamo trovato le prove.