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Se insegni materie letterarie in una scuola media non può che lasciarti sgomento e sconfortato quanto accaduto nella scuola di Centocelle, tra le più multietniche zone di Roma. La storia è ormai nota: una professoressa di materie letterarie nella scuola media Giovanni Verga è stata accoltellata da un suo studente che doveva recuperare, a quanto pare, il debito in storia e geografia. Armato di spray e coltello, coperto da un casco, l’aggressore è entrato in classe telefono alla mano, per trasmettere il gesto in diretta telegram. La tragedia è stata scongiurata da un altro studente, di origine congolese, che ha frenato la violenza del compagno, pur non riuscendo a evitare il grave ferimento della docente.
Allo sgomento si aggiunge lo sconforto quando, raggiunta telefonicamente per un’intervista, la vittima ha dichiarato testualmente che “non c’è nulla di incongruente tra un’idea che esprimo sui social e applaudire a un ragazzino che mi ha salvata. Le mie idee non cambiano. Il mio studente del Congo ha tutti i diritti per stare qui e gli dovrebbero dare una medaglia. Diverso è per chi viene qui e delinque”. Quello che la prof scrive sui social sono frasi come queste: “Com’era bella l’Italia senza migranti; la società multietnica mi fa schifo”. In merito all’accaduto ha poi aggiunto: “Vorrei abbracciare lo studente che mi ha colpita. A soccorrermi è stato un ragazzo della Repubblica del Congo, ma resto a favore della remigrazione. Se non fosse stato regolare non sarebbe stato un mio alunno”. Non osiamo pensare, alla luce di queste dichiarazioni, e dell’aria che tira, cosa sarebbe accaduto se la vicenda avesse visto i due giovani protagonisti a ruoli invertiti, e come sarebbe stata utilizzata a fini elettorali.
Piacerebbe anche a me fare una telefonata alla professoressa, per chiederle se è così sicura che nel corso dei suoi anni di insegnamento non ci siano stati tra i banchi delle sue classi anche alunni irregolari. Questo perché, riflettendoci un momento, secondo il suo schema uno studente può definirsi irregolare per due motivi: l’essere arrivato in Italia da bambino dopo aver attraversato prima il deserto, poi il mare, oppure perché i genitori non hanno ancora ottenuto un permesso di soggiorno, o il diritto di cittadinanza, nel nostro paese. In entrambi i casi, appare difficile attribuirgli la responsabilità della sua irregolarità.
Proprio per questo, chi ha scelto di fare dell’insegnamento nella scuola pubblica la sua professione, dati i tempi che viviamo dovrebbe avere tra i suoi obiettivi, soprattutto se titolare di una cattedra di italiano, storia e geografia, comprendente anche l’educazione civica, quello di lavorare per fornire strumenti adeguati di conoscenza a nuovi cittadini, indipendentemente dal colore della pelle, avendo a disposizione le materie più adeguate per farlo. Sarebbe poi anche interessante domandare alla docente come giudica quegli alunni privi di documentazione adeguata ma nati in Italia: probabilmente irregolari anche loro, con buona pace di un’evidente incongruenza tra il perseverare di una legge, quella dello ius sanguinis, e la realtà che raccontano le nostre classi ormai da trent’anni.
A una professoressa di materie umanistiche e letterarie che ragiona in questo modo, impegnandosi a diffondere il suo pensiero ai quattro venti, di umanistico e letterario è rimasto ben poco; e ancora una volta, la battaglia che dovrebbe vedere in prima linea noi insegnanti, nel tentativo di costruire una società diversa, una generazione che sappia guardare oltre le origini e le provenienze, per riconoscersi in dei valori comuni, assume il gusto amaro di una battaglia persa in partenza.
Ma si deve insistere, e trovare qualcosa di positivo in ogni situazione, anche la più orribile: in questo caso, le buone notizie arrivano dalle discrete condizioni di salute della professoressa dopo le tre coltellate ricevute, e dal suo imminente pensionamento.























