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La Basilicata è una terra dal volto arcaico, in cui braccianti antichi e coltivatori contemporanei convivono, tra miti, riti e modernità. Nel suo documentario, presentato di recente a Venezia alle Giornate degli Autori, Alessandra Lancellotti si muove nel paesaggio rurale, per tessere il filo della memoria e capire cosa resti oggi di quelle antiche tradizioni contadine ancora molto radicate nella terra di Rocco Scotellaro.
Il film parla della Lucania, che però diventa anche una sorta di metonimia di tutto il Sud.
Sì. Carlo Levi scrisse che la Lucania del Cristo si è fermato a Eboli parlasse alle “Lucanie” di tutto il mondo. Il mio film d'esordio era dedicato proprio a Carlo Levi, che mi ha molto guidata nella rilettura di una Basilicata che conoscevo solo perché ci ero nata e a cui sono tornata quando ero più grande, per cercare una mia voce interiore nel paesaggio. Da Carlo Levi sono arrivata all'opera di Rocco Scotellaro e alla possibilità di indagare il mio territorio in senso stretto. È un Sud che ha delle peculiarità, così come la Lucania interna presenta delle differenze rispetto alla Lucania intesa nel suo complesso. Eppure è anche il simbolo di un Sud che da una parte è marginalizzato, dall'altra, può essere un laboratorio del futuro. Il nostro film parla sicuramente di diversi Sud del mondo – anche se non amo molto questa espressione - che non sono luoghi di assoluta decadenza, sono anche luoghi di possibilità.
Il film restituisce in maniera molto plastica, quasi pittorica - grazie a fotografia e piani sequenza - la specificità delle aree interne lucane: paesaggi desertici, calanchi, in cui si insediano comunità che resistono. Chi sono queste comunità?
Rappresentare la Lucania interna è stata una scelta politica e al tempo stesso soggettiva, perché vengo da quel territorio, sono architetto di formazione e mi interesso molto di aree interne e di territori in via di spopolamento. La Lucania interna è un caso di studio per l’architettura e l’arte, ma poco rappresentata nel cinema. Nel nostro film assume la connotazione archetipica di un regno contadino assoluto, dove emergono conflitti che altrove non sono percepibili, dove esistono un tempo, un senso del silenzio e del vuoto molto particolari. Lì, nel Novecento, è esploso il grandissimo conflitto con i padroni e con un'idea di modernità con cui la civiltà contadina non ha saputo confrontarsi. Oggi quello stesso territorio non riesce ancora a confrontarsi in modo virtuoso con i miti del progresso.
A proposito del mito del progresso, nel film c'è una scena che colpisce: due giovani portano al pascolo gli animali. Gerardo spiega ad Angelica che nel percorso passeranno per la città, davanti al McDonald's. È un’immagine che racchiude perfettamente il senso di questa convivenza tra l'antico e la modernità?
Sì. Angelica Brienza e Gerardo Santorsa sono i due giovani che nel film rappresentano la speranza e la prospettiva di sopravvivenza di questa civiltà contadina. Sono molto consapevoli di ciò che ereditano dal passato e hanno un fortissimo senso di responsabilità rispetto alla conservazione dell'autenticità della terra e delle sue pratiche. Gerardo porta avanti le pratiche della transumanza ed è diventato molto noto perché rappresenta un simbolo importante per la nostra generazione, portando avanti la tradizione dei camminatori, della cultura e delle pratiche antiche. Angelica è più giovane e fa nascere i pulcini artificialmente attraverso un'incubatrice. Rappresenta il futuro. Il 2026 è l'Anno internazionale della donna in agricoltura. Io sono molto fiera di aver realizzato questo lavoro a trent'anni, più o meno all'età in cui Rocco Scotellaro visse il momento più intenso delle sue lotte, e di aver rappresentato anche la cultura femminile di questo mondo, affiancandomi ad Angelica, che la incarna completamente.
Rocco Scotellaro aleggia su tutto il film: nelle sue poesie musicate e nell'ispirazione dell'intera storia. È una figura centrale della letteratura, ma al tempo stesso rimasta marginale. Come mai?
È stato in parte superato, in termini di prestigio e notorietà, da Carlo Levi. Scotellaro è stato amato dalle prime generazioni che lo hanno seguito, ma queste generazioni non hanno sempre saputo trasmettere il suo messaggio. Credo che la mia generazione debba riscoprirlo. Il suo pensiero, la sua azione, il suo carattere rivoluzionario addolcito da uno spirito poetico e dalla partecipazione alla vita della sua comunità, possono ancora ispirare tutti noi.
Forse anche a far riscoprire ai più giovani la necessità delle lotte per il lavoro e per i diritti, che oggi a loro sembrano interessare poco.
Sono d'accordo, purtroppo è così. Per chi si è formato nel cinema del reale come me, invece, è importante misurarsi con l'attualità dei temi di cui ci si occupa. La mia generazione vive una forma individualismo ormai storicizzata. Nel Novecento il lavoro agricolo richiedeva molte braccia e si viveva insieme, nelle comunità di braccianti. Dopo la meccanizzazione, il lavoro è diventato più solitario e anche la prospettiva di vita più individualistica. Il film vuole parlare anche di questa generazione che non canta più – come facevano i contadini di un tempo – che non sta insieme, e al contrario sperimenta pesanti forme di silenzio e malinconia. È una connotazione che si può leggere soprattutto nei territori da cui il film proviene e ai quali il film parla in primo luogo: luoghi in cui i ragazzi si sentono molto soli. In questo senso, il film è anche una chiamata alla comunità.
























