I poveri non esistono in Italia. Se possiedi un telefonino, non sei affatto povero. E mica siamo un Paese in via di sviluppo. Le false credenze sul tema sono tante, tantissime, e cercare di sfatarle indicando la verità dei dati, dei numeri e delle statiche è quello che fa il rapporto di Alleanza contro la povertà. Ecco le dieci verità dell’indagine 2026.

1. La povertà non è un’emergenza: è un fenomeno strutturale
La povertà in Italia non è un incidente temporaneo, ma una condizione strutturale che attraversa territori, biografie e generazioni. Non cresce solo nei momenti di crisi, ma tende a stabilizzarsi e a riprodursi, soprattutto quando le politiche sono discontinue o frammentate.

2. Non esiste “la” povertà: esistono molte povertà
Il report di Alleanza contro la povertà invita a superare una visione omogenea del fenomeno. Accanto alle povertà estreme convivono povertà meno visibili, sfumate, intermedie, che coinvolgono famiglie che lavorano, giovani coppie, anziani, persone formalmente integrate ma materialmente fragili.

3. L’area dei “quasi poveri” è ampia e politicamente decisiva
Un dato cruciale: oltre il 14 per cento delle famiglie si colloca attorno alla soglia di povertà, tra “quasi poveri” e “appena poveri”. È una fascia sociale numericamente rilevante, esposta a continui rischi di caduta, largamente esclusa dal dibattito pubblico e spesso dalle politiche.

4. La povertà si normalizza e diventa invisibile
Una delle tesi più forti del rapporto è la normalizzazione della povertà: molte forme di deprivazione entrano nella quotidianità, si mimetizzano nei consumi, nelle relazioni, negli stili di vita. Questo le rende meno riconoscibili, meno scandalose, e quindi meno politicamente urgenti.

5. Lavorare non basta più per uscire dalla povertà
Il rapporto documenta il divario crescente tra inserimento lavorativo e inclusione sociale. Il lavoro, sempre più spesso, non garantisce redditi adeguati, stabilità, accesso ai diritti. La figura del working poor non è un’eccezione, ma una componente strutturale del mercato del lavoro italiano.

6. Le famiglie con figli e i giovani pagano il prezzo più alto
L’Italia emerge come un Paese ostile alle giovani famiglie con figli: costi dell’abitare, precarietà lavorativa, carenza di servizi rendono la povertà un rischio elevato e persistente. Questo ha effetti di lungo periodo su disuguaglianze, natalità e coesione sociale.

7. La povertà è un processo, non uno stato
Il volume insiste su una lettura dinamica e biografica: si entra e si resta poveri attraverso eventi, transizioni, rotture. Guardare solo agli “stock” di poveri significa perdere di vista le traiettorie, e quindi le possibilità di prevenzione.

8. Indicatori e statistiche sono necessari, ma non neutrali
Le misure statistiche rendono visibili alcune dimensioni e ne oscurano altre. Gli indicatori non fotografano semplicemente la realtà: contribuiscono a definirla, influenzando chi viene riconosciuto come povero e chi resta fuori dal campo delle politiche.

9. Le politiche di contrasto faticano sull’implementazione
L’analisi evidenzia criticità operative, discontinuità territoriali, rigidità amministrative. Il problema non è solo il disegno delle misure, ma la loro capacità di intercettare biografie fragili e di funzionare nei contesti reali dei servizi.

10. Il racconto pubblico della povertà condiziona le politiche
I media contribuiscono a costruire una narrazione fatta di numeri, emergenze e moralizzazione. Questo racconto alimenta paura, stigma e politiche “fantasma”, invece di sostenere una visione di lungo periodo fondata su diritti e responsabilità collettive.