Il pacchetto sicurezza approderà questo pomeriggio a Palazzo Chigi, in un Consiglio dei ministri che ha colto prontamente l’occasione offerta dagli scontri tra manifestanti e polizia, il 3 gennaio a Torino, per tornare a legiferare in materia di repressione delle proteste di piazza

È di questo avviso anche Lorenzo Guadagnucci, giornalista e scrittore che è tra i fondatori del Comitato Verità e giustizia per Genova e che quotidianamente si occupa di diritti civili. Quello che intende fare il governo, secondo quanto dichiarato dopo gli scontri di Torino, ci dice, “è moltiplicare le figure di reato, allargare le facoltà di violenza legittima alle forze dell'ordine addirittura creare una situazione di protezione legale per gli agenti (lo scudo penale, ndr), perché questo è l'obiettivo che si sta cercando di raggiungere.

I rinvii del Consiglio dei ministri, previsto inizialmente per martedì, credo siano soprattutto legati alla difficoltà giuridica di giustificare in un regime democratico e costituzionale provvedimenti del genere, ovviamente finalizzati ad accrescere la rabbia e le tensioni. È esattamente l'opposto di quello che sarebbe il compito delle forze di polizia in democrazia, dove si dovrebbe invece lavorare ad allentare le tensioni con una opportuna linea di condotta”.

In piazza ci sono manifestanti, non nemici

Guadagnucci cita quindi Enrico Zucca, pm al processo Diaz e ora procuratore generale in Liguria: “All’inaugurazione dell'anno giudiziario, Zucca sostanzialmente ha detto che la polizia, un po' sull'esempio di Genova, rischia di interpretare il proprio ruolo come quello del giustiziere che affronta le piazze che sono per definizione piene di nemici, questo è lo schema.

MATTEO PIANTEDOSI MINISTRO DELL'INTERNO
MATTEO PIANTEDOSI MINISTRO DELL'INTERNO
MATTEO PIANTEDOSI MINISTRO DELL'INTERNO (IMAGOECONOMICA)

Basti sentire l'irresponsabile discorso che ha fatto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha descritto le piazze come un luogo di sedizione, di pericolo. Il compito delle forze dell’ordine in uno Stato democratico è rendere possibile l'esercizio della manifestazione del pensiero e del dissenso. Ecco, questa finalità si sta cercando di farcela dimenticare”.

Nel segno della continuità

Lorenzo Guadagnucci durante il G8 di Genova di 25 anni fa fu picchiato e trattenuto in stato d’arresto dopo l’irruzione della polizia alla scuola Diaz dove si trovava e, su quanto accaduto nel 2001, ha pubblicato poi il libro “Noi della Diaz”. È anche come conoscitore dei fatti di allora, oltre che dell’attualità, che parla di nessi tra passato e presente. “Ovviamente non si può fare un paragone, perché a Genova fu sconvolgente: da tanto tempo non si vedeva una violenza da parte delle forze dell’ordine e così prolungata nel tempo. Però il G8 di Genova non è stato, lo capiamo meglio oggi, un episodio fine a se stesso legato a circostanze storiche e politiche che pure c’erano.

Di lì in poi sovente lo schema Genova è stato ripetuto nelle piazze. Gli episodi non mancano, basti pensare alle prime manifestazioni contro il genocidio a Gaza: a Pisa ci fu una carica assolutamente insensata, ingiustificata, contro un corteo di studenti medi e lì ci fu il biasimo addirittura del Presidente della Repubblica. Quindi c'è un filo di continuità”. 

Non si muove foglia che il Viminale non voglia 

Secondo Guadagnucci le forze dell’ordine eseguono spesso ordini che giungono dai vertici, in modo piramidale sino ad arrivare al ministero dell’Interno. Una constatazione confermata anche da una frase che è rimasta nella mente del nostro interlocutore. Guadagnucci racconta: “Nel 2002 organizziamo un pionieristico e purtroppo inascoltato convegno a Genova, quindi ancora non c'erano i processi per i fatti del G8. Fu un incontro veramente molto avanzato con un gruppo di sindacalisti di polizia, perché l'idea era cercare di capire manifestanti e cittadini che avevano subito degli abusi enormi.

Uno di loro disse all’inizio del proprio intervento: ‘Ricordatevi bene che in piazza non succede mai niente che il potere politico non voglia’. Sembra un’ovvietà, ma troppo spesso ce la dimentichiamo. I comportamenti della polizia hanno una corrispondenza con il volere dei loro dirigenti e a loro volta del potere politico, del clima politico che c'è intorno”.

Il giornalista ritorna all’oggi evidenziando che “viviamo in una società dove si respira un clima politico, culturale ed economico di preparazione alla guerra e in questa situazione è chiaro che ogni manifestazione diventa un'occasione per esibire questa forza della violenza di Stato, che è legittima se usata entro certi limiti, ma questi limiti sono flessibili. A Torino abbiamo assistito a una inaccettabile aggressione a un agente di polizia, un reato, ma poco sono circolate le immagini che descrivono abusi e violenze su singoli manifestanti da parte di alcuni agenti”. 

Un clima che dagli Usa si espande in Europa 

I pacchetti sicurezza che si stanno susseguendo mostrano un escalation del tentativo repressivo del governo, tanto è vero che, ad esempio, “dello scudo penale per gli agenti si era parlato già nel primo decreto sicurezza – ricorda Guadagnucci –. Poi era stato tolto, ma il ministro Nordio aveva promesso che sarebbe stato recuperato ed è quello che pare stia avvenendo.

Quindi non siamo di fronte a un governo che si preoccupa della libertà di manifestare il dissenso e il pensiero al punto che alcuni norme già varate puniscono anche forme storiche di manifestazione come i sit-in. Il problema è anche il contesto internazionale nel quale queste misure crescono di pari passo con il clima di incitamento alla guerra. Io ho sempre la  sensazione che i casi più estremi che sul momento ci scioccano finiscono per diventare degli esempi da adottare".

Non può quindi non citare l’utilizzo nelle città Usa dell’Ice: “Sono squadracce, sono corpi speciali che non si sa bene nemmeno a chi rispondano e se siano tenuti a rispettare la legge e rischiano di diventare un esempio con la loro rivendicazione di impunità e immunità”.

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“Mi allarma anche quanto accade in Inghilterra, dove si è messo fuori legge il gruppo Palestine action, dichiarandolo organizzazione terroristica e le cui responsabilità più gravi sono delle tipiche azioni dirette non violente. È ben oltre quello che lo stesso Governo Meloni sta pensando per il momento, però a me viene il dubbio che quello possa essere il primo passo in Inghilterra, peraltro con un governo laburista (se ancora vuol dire qualcosa) e che poi ce ne saranno molti altri altrove”.