Dieci secondi. Un colpo secco, un corpo a terra, un martello che diventa sacramento televisivo. Il Paese si inginocchia davanti al video, lo guarda, lo riguarda, lo mastica come un rosario d’emergenza. Il resto sparisce. Le cause, la piazza, le domande vengono gettate fuori dall’inquadratura, dove finiscono sempre le cose scomode.

Torino viene impacchettata così. Un agente solo, trascinato per metri, occhi spalancati a cercare colleghi che sembrano evaporati. Ma su questo nessuno indugia. Meglio il loop dell’aggressione, meglio la pornografia dell’ordine pubblico. Le persone diventano folla indistinta, i numeri una tombola rituale, mentre gli “estremisti” crescono per moltiplicazione mediatica, esercito immaginario buono per ogni decreto.

Poi arriva la liturgia politica. Visite, facce contrite, parole gonfie come giubbotti antiproiettile. Il danno diventa “grave” per decreto lessicale, anche se la realtà clinica fa resistenza. Intanto altre immagini restano nel cestino. Un anziano insanguinato, un fotografo buttato giù e manganellato, la violenza che non conviene raccontare perché incrina la favola.

Askatasuna viene ridotta a etichetta da sgombero, una pratica burocratica con dentro un pezzo di città. Spariscono i ragazzi, il precariato, la solitudine che riempie le strade più di qualsiasi partito. Una piazza enorme diventa solo fastidio da schiacciare, mai sintomo da ascoltare. La complessità fa paura, la repressione è più semplice.

E quando serve la sentenza, ecco Bruno Vespa. Cinque minuti per mettere Bonelli sul banco e Torino sul tavolo autoptico, con il verdetto già scritto in sovrimpressione. Il servizio pubblico si fa tribunale rapido, la cronaca diventa megafono, il giornalismo un passacarte. La propaganda dura pochi secondi, l’informazione dovrebbe durare molto di più.