Il Washington Post avvia una nuova e pesante ristrutturazione interna. Dopo settimane di indiscrezioni, la storica testata americana ha annunciato un piano di licenziamenti che colpirà in modo trasversale diverse redazioni, nell’ambito di quello che il direttore esecutivo Matt Murray ha definito un “ampio reset strategico con significativi tagli del personale”.

Durante una call con i dipendenti, Murray ha spiegato che il giornale “ha perso troppi soldi per troppo tempo” senza riuscire a adattarsi alle esigenze dei lettori. L’obiettivo dichiarato è rendere il Post “più agile”, capace di innovare e di comprendere meglio cosa il pubblico desideri “di più e di meno”.

Sport e libri chiusi, podcast cancellati

Tra le decisioni più drastiche c’è la chiusura della redazione sportiva, insieme alla sezione libri e al podcast quotidiano. Anche la cronaca locale e la copertura internazionale subiranno una riduzione, pur mantenendo una presenza di corrispondenti in quasi una decina di Paesi.

Nei giorni scorsi aveva fatto discutere la scelta di annullare l’invio di oltre una dozzina di giornalisti in Italia per seguire le Olimpiadi invernali. Dopo le critiche, l’azienda avrebbe parzialmente rivisto la decisione, prevedendo l’invio di un numero ridotto di reporter.

Agli inviati all’estero sarebbe stato inoltre chiesto di sospendere le missioni nelle zone di guerra, segnale di una strategia improntata al contenimento dei costi.

Le reazioni: “Uno dei giorni più bui”

L’ondata di tagli è stata definita “tra i giorni più bui nella storia di una delle più grandi organizzazioni giornalistiche del mondo” da Marty Baron, ex direttore del quotidiano. Il Post Guild, il sindacato interno, ha denunciato che “non si può smantellare una redazione senza conseguenze per la sua credibilità, la sua influenza e il suo futuro”.

Negli ultimi tre anni, il personale si sarebbe già ridotto di circa 400 unità. Secondo il sindacato, nuovi licenziamenti rischiano di indebolire ulteriormente la missione del giornale: “chiedere conto al potere, senza timori o pregiudizi”.

L’effetto Bezos: più crisi che rilancio

Dal 2013 il Washington Post è di proprietà di Jeff Bezos, fondatore di Amazon. Nel 2023 è stato nominato Will Lewis alla direzione con il compito di invertire il calo di lettori e abbonamenti, puntando anche su intelligenza artificiale e nuovi formati digitali come i podcast.

Nonostante gli investimenti e le promesse – Bezos aveva assicurato a fine 2024 che il giornale sarebbe stato “salvato una seconda volta” – la situazione economica resta critica. Ora la strada scelta è quella più tradizionale e dolorosa: riduzione del personale e riorganizzazione profonda.

Per una testata simbolo del giornalismo investigativo americano, legata indissolubilmente allo scandalo Watergate, si apre una fase delicata: il tentativo di mettere “al sicuro il futuro” senza compromettere identità, autorevolezza e qualità dell’informazione.