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Torna d’attualità il dibattito sulle pensioni e, ancora una volta, dal governo riemerge l’ipotesi di utilizzare il Tfr per consentire l’uscita anticipata a 64 anni. Una proposta già avanzata lo scorso anno e che per la Cgil è sbagliata e, alla prova dei numeri, addirittura folle: non amplia realmente la flessibilità del sistema previdenziale, ma scarica interamente il costo dell’anticipo sulle lavoratrici e sui lavoratori, che per poter andare prima in pensione dovrebbero accettare un assegno più basso per tutta la vita e, in alcuni casi, utilizzare anche il proprio Tfr per raggiungere la soglia richiesta.
Ghiglione: “Non paghino i lavoratori”
“Siamo di fronte all’ennesima proposta sbagliata, che prova a presentare come una nuova opportunità ciò che in realtà viene finanziato interamente dalle lavoratrici e dai lavoratori”, afferma Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil.
Che prosegue: “Il punto da chiarire è molto semplice: il Tfr è delle lavoratrici e dei lavoratori ed è salario differito. Non sono risorse del governo e non sono risorse pubbliche con cui finanziare una riforma delle pensioni. Sono soldi maturati attraverso il lavoro. Utilizzarli per raggiungere la soglia necessaria ad andare in pensione significa chiedere alle lavoratrici e ai lavoratori di finanziarsi con il proprio salario il pensionamento anticipato”.
Per la sindacalista “tutto questo avviene dopo anni nei quali, nonostante le continue promesse, la flessibilità in uscita è stata sostanzialmente azzerata. Le possibilità di pensionamento si sono progressivamente ristrette e i requisiti sono diventati più difficili”.
Per Ghiglione la questione riguarda in modo particolare le giovani generazioni e le donne, perché sono proprio le condizioni del mercato del lavoro a determinare la pensione futura.
Cigna: “Si alza la soglia e poi si chiede di usare il Tfr per superarla”
A mostrare concretamente le conseguenze della proposta sono i numeri dell’analisi aggiornata al 6 settembre 2026 dall’Osservatorio previdenza della Cgil nazionale che riprende, aggiorna e integra le simulazioni già realizzate lo scorso anno sull’ipotesi di utilizzare il Tfr per favorire l’uscita a 64 anni. L’analisi tiene conto delle modifiche intervenute nel sistema previdenziale, dell’aumento delle soglie economiche previste per l’accesso alla pensione anticipata contributiva e dell’ipotesi di estendere il canale dei 64 anni anche alle lavoratrici e ai lavoratori che ricadono nel sistema misto, attraverso il ricalcolo contributivo dell’intero trattamento.
“Il primo dato da cui partire – spiega Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil nazionale – è quanto sia diventato progressivamente più difficile raggiungere il requisito economico necessario per andare in pensione anticipata nel sistema contributivo”.
Nel 2022, per accedere al pensionamento a 64 anni, era necessario maturare una pensione pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale, 1310,68 euro mensili. Nel 2026 la soglia ordinaria è salita a tre volte l’assegno sociale, pari a 1.638,72 euro mensili. Dal 2030 è previsto il passaggio a 3,2 volte l’assegno sociale e, nella simulazione realizzata dall’Osservatorio Cgil, la soglia viene stimata in 1.818,94 euro mensili.
“Significa – sottolinea Cigna – che tra il 2022 e il 2026 l’asticella si è alzata di circa 328 euro al mese. Per raggiungere questa cifra, servirebbe un montante contributivo in più pari a 83.851 euro, che equivale a una maggiore retribuzione di quasi 254.000 euro. Nel 2030, secondo la nostra simulazione, la soglia si alza fino a 508 euro e il montante necessario in più salirebbe a 129.863 euro che equivale a una maggiore retribuzione per quasi 394.000 euro”.
“Ed è qui - attacca Cigna - che emerge l’assurdità della proposta: prima si alza la soglia che le lavoratrici e i lavoratori devono raggiungere per poter andare in pensione e poi si propone loro di utilizzare il proprio Tfr per superare quella stessa barriera. Ma il Tfr non è una nuova prestazione previdenziale: è delle lavoratrici e dei lavoratori, è salario differito. Non c’è nessuna nuova tutela finanziata dal sistema. Sono le persone a utilizzare risorse proprie per potersi pagare l’anticipo”.
La questione salariale
Per verificare poi concretamente la praticabilità della proposta, l’Osservatorio previdenza della Cgil ha assunto come riferimento l’ultima retribuzione media annua comunicata dall’Inps per il 2024 per le lavoratrici e i lavoratori dipendenti del settore privato, esclusi il settore agricolo e il lavoro domestico – colf e badanti – pari a 24.486 euro lordi annui. Il valore medio nasconde in ogni caso una forte differenza di genere: la retribuzione media annua degli uomini è pari a 27.967 euro, mentre quella delle donne si ferma a 19.833 euro.
“È con questi salari – osserva Cigna – che dobbiamo confrontare qualsiasi proposta previdenziale. Non possiamo costruire simulazioni pensando a carriere perfettamente continue e retribuzioni elevate, quando la realtà del nostro mercato del lavoro ci consegna una retribuzione media di poco superiore ai 24 mila euro”.
Le simulazioni mostrano, infatti, che l’utilizzo del Tfr non risolve il problema proprio per le lavoratrici e i lavoratori che avrebbero maggiore necessità di poter anticipare il pensionamento. Con una retribuzione annua di 30 mila euro e 30 anni di contribuzione, ad esempio, la pensione simulata a 64 anni è di circa 1.110 euro mensili, molto lontana dai 1.638,72 euro richiesti nel 2026. Anche aggiungendo il Tfr stimato, il montante complessivo rimarrebbe insufficiente a raggiungere la soglia.
Per il responsabile previdenza della Cgil “le nostre simulazioni dimostrano che per le retribuzioni medio-basse il Tfr non è sufficiente a colmare la distanza”.
Per chi è nel sistema misto, una pensione più bassa per tutta la vita
C’è poi un secondo elemento della proposta che riguarda le lavoratrici e i lavoratori con almeno un contributo precedente al 1996. L’eventuale possibilità di accedere al pensionamento a 64 anni sarebbe infatti accompagnata dal ricalcolo dell’intera pensione con il sistema contributivo.
Anche in questo caso le simulazioni Cgil mostrano chiaramente il prezzo dell’operazione. Con 40 anni di contribuzione e una retribuzione annua di 35 mila euro, la pensione calcolata con il sistema misto sarebbe di circa 1.726 euro mensili; con il ricalcolo contributivo scenderebbe a circa 1.543 euro: oltre 182 euro in meno ogni mese, pari a una riduzione del 10,6%. Con una retribuzione di 50 mila euro la perdita salirebbe a 261 euro al mese e con 70 mila euro a oltre 365 euro mensili.
E non si tratta di una penalizzazione temporanea. Considerando la speranza di vita residua media a 64 anni utilizzata nell’analisi, la perdita cumulata viene stimata in circa 52.500 euro per il profilo da 35 mila euro, 75 mila euro per quello da 50 mila e oltre 105 mila euro per quello da 70 mila. Per le donne, in ragione della maggiore speranza di vita, la perdita cumulata può risultare ancora più elevata.
Pensione più bassa e anche il proprio Tfr per poter uscire
Il paradosso diventa ancora più evidente per chi, dopo aver accettato il ricalcolo contributivo e quindi una pensione più bassa, continuasse a non raggiungere la soglia economica necessaria per uscire a 64 anni.
È il caso, nelle simulazioni dell’Osservatorio Cgil, di una lavoratrice o di un lavoratore con una retribuzione annua di 35 mila euro: dopo il ricalcolo contributivo la pensione scenderebbe a 1.543,38 euro mensili, contro una soglia di 1.638,72 euro. Per colmare la differenza sarebbe quindi necessario trasformare in rendita anche circa 24.360 euro del proprio Tfr.
“È difficile immaginare una rappresentazione più evidente della follia di questa proposta – sottolinea Cigna –. Per andare in pensione prima, una lavoratrice o un lavoratore dovrebbe accettare una pensione pubblica più bassa per tutta la vita e, nonostante questo, potrebbe essere costretto a utilizzare anche il proprio Tfr per raggiungere la soglia. Risorse che sono già sue, perché il Tfr è salario differito”.
Il Tfr trasformato in rendita, naturalmente, non scompare e non può essere sommato alla perdita pensionistica come se si trattasse della stessa cosa. Ma la lavoratrice o il lavoratore rinunciano alla disponibilità di quel capitale e impiegano risorse proprie per soddisfare un requisito previsto dalla legge, mentre contemporaneamente subisce il ricalcolo della pensione pubblica.
Ghiglione: “La riforma delle pensioni comincia dal lavoro e dai salari”
Per la Cgil, in ogni caso, la discussione sulle pensioni non può però limitarsi alla bocciatura dell’ennesima proposta. “È da qui che dobbiamo ripartire – riprende Ghiglione –. La prima vera politica previdenziale è una buona politica del lavoro e dei salari. Se vogliamo pensioni dignitose domani dobbiamo aumentare i salari oggi, creare occupazione stabile e di qualità, a partire da quella giovanile e femminile, contrastare la precarietà e il part-time involontario e riconoscere il valore sociale del lavoro di cura”.
Per la segretaria confederale, il tema previdenziale e quello del lavoro sono inscindibili soprattutto se si guarda alle nuove generazioni. “Le giovani lavoratrici e i giovani lavoratori non possono essere condannati a pensioni povere perché oggi entrano tardi nel mercato del lavoro, hanno carriere frammentate e percepiscono salari troppo bassi. Nel sistema contributivo ogni periodo di precarietà, ogni vuoto contributivo e ogni salario insufficiente non producono soltanto un problema nell’oggi, ma si trascinano per decenni e diventano una pensione più bassa domani”.
Una condizione che assume una dimensione ancora più marcata per le donne: “Le donne continuano a pagare divari salariali e occupazionali, maggiore diffusione del part-time e carriere più discontinue, anche perché su di loro continua a ricadere una parte enorme del lavoro di cura. Non possiamo permettere che queste disuguaglianze vengano trasferite integralmente dal mercato del lavoro al sistema previdenziale. Il divario salariale e occupazionale di oggi non può diventare il divario pensionistico di domani”.
Cosa fare? Per la dirigente Cgil “occorre rafforzare la contrattazione collettiva e arrivare al vero superamento dei contratti pirata, impedendo concretamente che possano essere utilizzati per comprimere salari, contribuzione e diritti”.
E ancora: “Aumentare i salari significa migliorare le condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori oggi, ma significa anche aumentare la contribuzione e costruire pensioni più dignitose domani. Aumentare l’occupazione, a partire da quella femminile e giovanile, significa allargare la base contributiva e rafforzare la sostenibilità dell’intero sistema previdenziale”.
“A tutto questo devono accompagnarsi una vera flessibilità in uscita, il riconoscimento della diversa gravosità dei lavori e del lavoro di cura e una pensione contributiva di garanzia, che diventa fondamentale soprattutto per le giovani generazioni e per chi ha carriere povere e discontinue”, conclude Ghiglione.






















