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Pensioni: l’integrazione al minimo spetta anche agli assegni ordinari di invalidità liquidati interamente con il sistema contributivo. Questo aveva stabilito il 14 luglio la sentenza n. 94/2025 della Corte costituzionale. Un pronunciamento importantissimo a cui mancava però, per diventare operativo, un ultimo tassello. Tassello che è arrivato ora con la pubblicazione da parte dell’Inps della circolare n. 20 del 25 febbraio 2026 che dà appunto attuazione alla decisione della Consulta.
“La sentenza della Corte costituzionale e la circolare dell’Inps rappresentano una conferma importante della correttezza delle nostre posizioni. Quando la rigidità del sistema contributivo produce trattamenti inadeguati, è lo stesso principio costituzionale di adeguatezza, sancito dall’articolo 38 della Costituzione, a imporre un correttivo”, commenta Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil.
La battaglia dell’Inca
Questo risultato non nasce per caso. È il frutto di un lungo lavoro di tutela e di iniziativa giudiziaria portato avanti dal patronato Inca. Sono stati proprio i ricorsi sostenuti dal patronato della Cgil, l’assistenza capillare alle persone penalizzate, la costruzione di una strategia giuridica coerente e la determinazione nel portare la questione fino ai massimi livelli di giudizio a rendere possibile questo esito. Quando hanno iniziato a emergere assegni di invalidità di importo irrisorio per chi aveva versato contributi nel sistema contributivo puro, l’Inca ha trasformato un’ingiustizia individuale in una battaglia di principio.
La sentenza della Corte costituzionale è anche il riconoscimento di questo lavoro: una dimostrazione concreta di come la tutela sindacale e quella legale possano produrre effetti sistemici e non solo individuali.
Una svolta, ma non basta
Tuttavia, questo risultato rappresenta solo un’importantissima prima tappa di un percorso che deve essere ancora compiuto. La pronuncia non risolve tutte le contraddizioni del sistema. La circolare dell’Inps stabilisce infatti che l’integrazione al minimo vale per l’assegno ordinario di invalidità nel contributivo, ma non si estende alla pensione di vecchiaia liquidata con lo stesso metodo. Questo apre una criticità rilevante nel momento della trasformazione automatica dell’assegno di invalidità in pensione di vecchiaia.
Il rischio è evidente: una persona può percepire un assegno di invalidità integrato al minimo e, al compimento dell’età pensionabile (oggi 67 anni per coloro che hanno almeno 20 anni di contributi e un importo pari all’assegno sociale, altrimenti a 71 anni con 5 anni di contribuzione senza la necessità di raggiungere un importo soglia) ritrovarsi con una pensione di vecchiaia di importo più basso, perché l’integrazione non opera su quest’ultima e il confronto avviene sull’importo “a calcolo”, al netto dell’integrazione.
Si tratta di una contraddizione che può determinare un abbassamento del reddito proprio nella fase più delicata della vita, e che dimostra come il sistema contributivo puro, in assenza di correttivi strutturali, produca effetti distorsivi e socialmente non accettabili.
Il mercato del lavoro è profondamente cambiato rispetto al 1995. Carriere discontinue, precarietà diffusa, bassi salari, part time involontari, lavoro povero e frammentazione contributiva sono ormai la condizione ordinaria per milioni di persone. In questo contesto, affidare esclusivamente alla logica contributiva il livello della futura pensione significa condannare intere generazioni a trattamenti insufficienti.
Niente integrazione per le pensioni di invalidità
Non solo: la circolare non prevede alcuna integrazione al minimo per la pensione di inabilità nel sistema contributivo. Si tratta di un paradosso difficilmente giustificabile. Se l’assegno ordinario di invalidità è riconosciuto a fronte di una riduzione della capacità lavorativa, la pensione di inabilità presuppone invece l’impossibilità assoluta e permanente di svolgere qualsiasi attività lavorativa. Eppure, proprio in questo caso più grave, non è prevista l’integrazione al minimo. Una circostanza molto grave che rischia di avere delle ripercussioni importanti rispetto alla tutela migliore per coloro che hanno problemi di salute.
“Non possiamo limitarci a interventi parziali – riprende Cigna -. Il fatto che l’integrazione al minimo valga per l’assegno di invalidità e non per la pensione di vecchiaia dimostra che il problema è strutturale. Senza una pensione contributiva di garanzia, il rischio di pensioni povere è destinato a crescere”
Oggi infatti milioni di lavoratrici e lavoratori vivono carriere precarie e discontinue, con salari bassi e versamenti contributivi frammentati: “Non possiamo accettare che questa precarietà si trasformi in povertà nella vecchiaia. Serve una riforma che introduca una soglia di garanzia per chi è interamente nel sistema contributivo, nel rispetto del principio di progressività”, sottolinea il sindacalista.
Insomma, la sentenza 94/2025 apre una strada. Il sistema contributivo da solo non è in grado di garantire a lavoratori e lavoratrici una pensione dignitosa. “Ora tocca al decisore politico compiere il passo successivo, ma sulle pensioni l’ultimo incontro è stato il 18 settembre 2023”, attacca Cigna.
!Per questo riteniamo sempre più urgente aprire un confronto vero e strutturato sulla previdenza. Non possiamo permetterci di assistere ancora a promesse generiche o a slogan come il presunto ‘superamento della legge Fornero’, che nei fatti si sono tradotti nell’azzeramento totale di ogni forma di flessibilità in uscita". Serve una riforma organica che affronti i problemi reali del sistema partendo dalle criticità ormai strutturate all’interno del mercato del lavoro”, conclude il dirigente Cgil.
























