C’è chi davanti a un’allerta per il caldo può chiudere le finestre, accendere l’aria condizionata, evitare di uscire nelle ore peggiori. E c’è chi deve salire su un tetto, entrare in una serra, raccogliere angurie, gettare cemento, svuotare cassonetti, vigilare davanti a un negozio. È qui che l'estate italiana del 2026 mostra il suo volto più feroce.

Da giugno le cronache hanno raccontato una sequenza di lavoratori morti dopo essere stati colti da malore durante giornate segnate da temperature estreme. Non per tutti è stato accertato un rapporto causale con il caldo e sarebbe scorretto trasformare automaticamente ogni decesso in una vittima dell'afa. Ma i casi sono ormai abbastanza numerosi da impedire di considerarli episodi isolati.

Una ricognizione pubblicata il 22 agosto dal Fatto Quotidiano ne conta almeno venti dall’inizio di giugno. È un censimento giornalistico, non un dato ufficiale Inail, e comprende casi per i quali il ruolo delle temperature deve ancora essere stabilito. Ma è proprio partendo da quel numero che abbiamo cercato di ricostruire autonomamente alcune delle morti che hanno segnato questa estate.

Da Padova a Mantova, i primi morti

Il 24 giugno Stefano Tonin, 57 anni, lavora in un cantiere a San Martino di Lupari, nel Padovano. È impegnato nella realizzazione di un impianto idraulico. Si sente male intorno alle 14:30 e muore poco dopo in ospedale. Quel particolare, le 14:30, diventa centrale nell'inchiesta aperta dalla Procura per omicidio colposo. In Veneto è infatti in vigore un’ordinanza che, quando Worklimate segnala un rischio elevato, vieta alcune attività all'aperto tra le 12.30 e le 16. Gli investigatori devono accertare anche perché Tonin stesse lavorando proprio in quella fascia oraria e quale ruolo abbiano avuto le alte temperature nel decesso.

Pochi giorni dopo la scena si sposta nei campi del Mantovano. Il 29 giugno Haddad Taher, bracciante marocchino di 55 anni, sta raccogliendo angurie a Borgocarbonara. Si accascia. I colleghi chiamano i soccorsi, arriva anche l’elisoccorso, ma non c’è nulla da fare. Tra le ipotesi esaminate dagli investigatori c’è quella di un malore legato alle temperature elevate.

Tre giorni dopo, sempre nel Mantovano, i carabinieri trovano cinque operai impegnati nella manutenzione del tetto di una villa alle 14:30. Ci sono 38 gradi e l’ordinanza regionale vieta in quelle condizioni il lavoro all'aperto nei settori più esposti tra le 12:30 e le 16. L’attività viene sospesa e il responsabile dei lavori denunciato e sanzionato.

Morire mentre si raccolgono i rifiuti

Il 16 luglio la provincia di Firenze registra due morti nello stesso settore e nella stessa giornata. Due operatori ecologici, rispettivamente di 55 e 42 anni, dipendenti di aziende che lavorano in appalto per Alia, muoiono mentre sono in servizio a Barberino del Mugello e Bagno a Ripoli. In entrambi i casi si parla di malore. Anche qui il possibile ruolo del caldo estremo è tra gli elementi da verificare.

È un passaggio importante perché allarga lo sguardo. Quando si parla di rischio climatico sul lavoro si pensa immediatamente al muratore sull’impalcatura o al bracciante nel campo. Ma l’economia che continua a funzionare durante un’ondata di calore è popolata da migliaia di persone invisibili: operatori ecologici, rider, facchini, autisti, addetti alla logistica, manutentori, personale delle cucine, lavoratori dei servizi. Il caldo non chiede il codice Ateco prima di colpire.

Due morti in ventiquattro ore

Poi c’è Latina. Tra il 20 e il 21 luglio due lavoratori muoiono nel giro di ventiquattro ore. Wladyslaw Pernal, 64 anni, viene colto da malore mentre lavora in un cantiere. Il giorno successivo Francesco Gritto, 54 anni, si accascia mentre è impegnato nella realizzazione di un basamento di cemento armato in un cantiere fotovoltaico vicino a Borgo Santa Maria. Aveva iniziato il turno alle cinque del mattino. Il malore arriva intorno alle 9:30, quando il caldo è già intenso. Le autorità aprono accertamenti sui due decessi.

Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil proclamano uno sciopero. Diego Piccoli, segretario generale della Fillea Cgil Roma e Lazio, sintetizza il problema in tre parole: “Il caldo uccide”. E chiede che si trovi una soluzione perché “non è più accettabile consentire di lavorare sotto il sole con queste temperature”.

Il Lazio, peraltro, dispone di una delle ordinanze più articolate. Nei giorni nei quali la piattaforma Worklimate segnala rischio “alto”, dalle 12:30 alle 16 è previsto lo stop per una serie di attività esposte al sole: agricoltura, florovivaismo, edilizia, cave, logistica di piazzale e consegne urbane in bici o su mezzi a due ruote. A luglio l’elenco è stato ulteriormente esteso alla manutenzione del verde, ad alcuni cantieri stradali e ad altre lavorazioni. Ma i due operai di Latina sono morti prima della fascia oraria dello stop.

Ed è proprio questo uno dei problemi che l’estate 2026 mette davanti alle istituzioni: una soglia oraria può essere necessaria, ma da sola non basta. Quando alle nove e mezza del mattino le condizioni sono già proibitive, la prevenzione deve essere capace di seguire il rischio reale, non soltanto l’orologio.

La serra che non era abbastanza “all’aperto”

Il 28 luglio un altro caso rende evidente quanto sia difficile rinchiudere il cambiamento climatico dentro una norma scritta una volta per tutte. A Pachino, nel Siracusano, un bracciante algerino di 61 anni muore per arresto cardiaco mentre lavora in una serra di pomodori. Anche in questo caso deve essere accertato l’eventuale ruolo del caldo. Ma la Flai Cgil solleva immediatamente una questione: l’ordinanza regionale siciliana vieta alcune attività durante le ore più calde quando c’è esposizione diretta al sole, ma non comprende espressamente le serre.

La crisi climatica sta cambiando il lavoro più rapidamente delle regole costruite per proteggerlo. La distinzione tradizionale tra “all’aperto” e “al chiuso”, per esempio, dice sempre meno. Un capannone industriale senza ventilazione, una cucina, un magazzino, una serra possono trasformarsi in trappole termiche senza che chi ci lavora sia esposto direttamente al sole. La stessa Cgil Roma e Lazio aveva chiesto già in primavera di allargare le tutele ai luoghi chiusi nei quali non siano garantite condizioni microclimatiche adeguate.

Agosto, la strage continua

Ad agosto l’Italia entra in una nuova fase dell’emergenza. Il 4 agosto l’Ansa racconta un Paese nel quale l’asfalto arriva a sfiorare i 63 gradi e tutte le 27 città monitorate dal ministero della Salute si preparano a raggiungere il bollino rosso.

Nelle stesse ore muore un carpentiere di 40 anni dopo essersi sentito male mentre lavora sul tetto di una casa nella Bassa bresciana. A Bologna una guardia giurata di 55 anni viene stroncata da un malore mentre si trova nell’auto utilizzata per il servizio di vigilanza davanti a una gioielleria. Nel Cremonese muore anche un bracciante di appena 19 anni, impegnato nei campi di pomodori.

Non è ancora una contabilità definitiva. E soprattutto non può esserlo. Attribuire scientificamente un decesso al caldo richiede accertamenti medici e giudiziari. Ma aspettare che ogni fascicolo venga chiuso per riconoscere il problema significherebbe confondere la prudenza necessaria nell’accertamento delle cause con la rimozione di un rischio ormai evidente.

Ventuno Italie contro lo stesso caldo

Il problema è che la risposta resta frammentata. Le Regioni hanno adottato ordinanze differenti per durata, settori interessati e modalità di applicazione. Alcune comprendono agricoltura ed edilizia, altre estendono le misure ad attività ulteriori. Il Lazio ha incluso anche rider e logistica di piazzale. In Sicilia il caso di Pachino ha mostrato il problema delle serre. Altrove sono emerse difficoltà nell’applicazione concreta dei divieti. Il risultato è un mosaico di protezioni diverse davanti a un rischio che non cambia attraversando un confine regionale. E soprattutto c’è la distanza tra la norma e il lavoro reale.

A Roma, alla fine di luglio, la Cgil segnalava che la piattaforma Worklimate indicava da due mesi consecutivi un livello di rischio alto per lavoratrici e lavoratori. Il sindacato chiedeva non soltanto l’interruzione delle attività nei casi previsti, ma riorganizzazione degli orari, aumento delle pause, corretta idratazione, dispositivi adeguati e maggiore sorveglianza sanitaria.

Chi può sottrarsi al caldo e chi no

C’è una disuguaglianza che il termometro rende brutalmente visibile. Il caldo è uguale per tutti soltanto nelle previsioni meteorologiche. Nella vita reale non lo è. Non è uguale lavorare da remoto oppure asfaltare una strada. Non è uguale stare in un ufficio climatizzato oppure raccogliere pomodori. Non è uguale poter rallentare oppure essere pagati a consegna. Non è uguale avere un contratto stabile e una rappresentanza sindacale oppure essere un bracciante precario, un lavoratore in appalto, un rider.

La crisi climatica incontra così le vecchie disuguaglianze del lavoro e le amplifica. Il rischio maggiore finisce spesso sulle spalle di chi dispone di meno potere per dire di no. E allora la domanda non è più soltanto quanto farà caldo la prossima estate. È chi deciderà quando il caldo è troppo per lavorare.

Se quella decisione viene lasciata esclusivamente al singolo lavoratore, la libertà di fermarsi rischia di essere teorica. Perché tra la propria salute e la paura di perdere una giornata di salario, una chiamata futura, un appalto o addirittura il posto, la scelta non avviene mai ad armi pari.

Il clima è già entrato nel contratto di lavoro

Per anni abbiamo parlato di cambiamento climatico pensando ai ghiacciai, alla siccità, agli incendi, alle città sommerse dalle alluvioni. Adesso dobbiamo imparare a guardarlo anche attraverso un’impalcatura. La crisi climatica è già dentro l’orario di lavoro. Dentro le pause. Dentro la valutazione dei rischi. Dentro i contratti. Dentro l’organizzazione dei turni. Dentro la contrattazione aziendale e territoriale. È una questione ambientale, ma contemporaneamente è una gigantesca questione sociale.

L’estate 2026 lo sta mostrando con una durezza che non lascia molte scuse. Abbiamo sistemi capaci di prevedere il rischio, ordinanze che riconoscono il pericolo, istituzioni che producono linee guida, sindacati che da anni chiedono interventi. Eppure si continua a morire.

Non conosciamo ancora il numero definitivo delle vittime riconducibili alle temperature estreme di questa estate e non possiamo attribuire al caldo morti sulle quali sono ancora in corso accertamenti. Ma conosciamo già abbastanza per sapere che aspettare il prossimo bollettino non è una politica di prevenzione.