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Il 26 agosto 2004 Enzo Baldoni veniva ucciso in Iraq. Ricordarlo ventidue anni dopo significa guardare più lontano da quella strada tra Baghdad e Najaf sulla quale venne rapito mentre era alla testa di un convoglio di aiuti umanitari per la popolazione irachena.
Oggi, forse più di ieri, è necessario interrogarsi su un mondo nel quale i giornalisti continuano a morire svolgendo la loro professione, a essere minacciati per le inchieste che conducono, ad affrontare querele, censure e intimidazioni da parte di chi esercita il potere, con l’obiettivo di spegnere le luci su ciò che accade affinché non rimanga più nessuno disposto, o nelle condizioni, di ascoltare, verificare, raccontare.
E quando un territorio diventa inaccessibile ai reporter, quando le comunicazioni vengono interrotte, quando i giornalisti locali vengono arrestati, minacciati o uccisi, non scompare soltanto una notizia. Si restringe la possibilità stessa di costruire un racconto indipendente di ciò che accade.
Le guerre che non vediamo
Ci sono guerre che entrano ogni giorno nelle nostre case e guerre che restano ai margini della nostra coscienza. Non perché siano meno feroci, ma perché hanno meno possibilità di produrre immagini, testimonianze, attenzione internazionale, clic. Vale soprattutto per quelle storie che non si prestano a resoconti semplificati, che non indicano con chiarezza i buoni e i cattivi, come nelle fiabe che la sera leggiamo ai nostri figli, come nei post che scorriamo sui social.
Gaza, Libano, Siria, Sudan, Myanmar, Yemen, Sahel, Somalia, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo: un elenco asfittico di conflitti e crisi che possono occupare per qualche giorno le cronache prima di scomparire dal nostro orizzonte. È una delle contraddizioni del nostro tempo. Abbiamo a disposizione più strumenti che mai per conoscere in tempo reale cosa succede dall’altra parte del mondo, ma questo non significa necessariamente capire ciò che accade. In alcuni luoghi le informazioni languono, in altri corrono velocissime, dove esistono accesso, interesse politico e attenzione del pubblico.
Informazioni che vanno però vagliate, verificate, scremate dalla propaganda e dalle falsità costruite anche attraverso l’intelligenza artificiale con il preciso obiettivo di manipolare un’opinione pubblica già sommersa da un flusso incessante di contenuti fuorvianti.
Quando muore un giornalista
Nel 2025 il Committee to Protect Journalists ha registrato 129 giornalisti e operatori dei media uccisi nel mondo: il numero più alto dall’inizio delle sue rilevazioni, avviate nel 1992. La maggior parte delle vittime è stata registrata in aree di conflitto, con Gaza al centro di una parte drammatica del bilancio. Ma dietro quel numero c’è qualcosa che le statistiche non riescono a cogliere fino in fondo.
Quando muore un giornalista non scompare soltanto una persona. Scompare una fonte, una rete di relazioni, una conoscenza del territorio, una memoria. Scompare qualcuno che sapeva a chi telefonare, dove andare, quale storia verificare, quale voce ascoltare.
La morte di un cronista restringe il nostro campo visivo sul mondo. E quando a morire sono i cronisti residenti, quelli che continuano a lavorare anche quando gli inviati stranieri non possono entrare, il vuoto può diventare ancora più grande.
A Gaza questo meccanismo è stato reso evidente in modo drammatico: il conflitto ha prodotto uno dei bilanci più pesanti mai registrati per gli operatori dell’informazione, mentre le restrizioni all’accesso dei reporter internazionali hanno reso ancora più difficile verificare direttamente quanto accade nella Striscia.
Far tacere i cronisti
Non servono necessariamente una bomba o un campo di battaglia per impedire il lavoro di chi informa. Ci sono le minacce, le querele temerarie, le richieste di risarcimento, le pressioni professionali, le campagne di delegittimazione. Meccanismi diversi, naturalmente, dalla violenza che colpisce un reporter in una zona di guerra. Ma capaci di produrre un effetto comune: rendere più difficile condividere ciò che qualcuno preferirebbe non venisse raccontato.
È una questione che riguarda anche l’Italia. Lo sa bene chi fa giornalismo d’inchiesta e si trova a dover difendere non soltanto ciò che ha scritto, ma il diritto stesso di aver posto una domanda. E quando i riflettori si accendono sulle zone più controverse del potere, la discussione rischia talvolta di spostarsi altrove: sulla trasmissione, sul reporter, sui suoi metodi, sulle sue intenzioni. Il contenuto dell’inchiesta finisce così per diventare quasi secondario.
Si tratta di un meccanismo antico. Ed Enzo Baldoni nelle ore che dal rapimento portarono al suo omicidio ne conobbe sulla propria pelle la forma più estrema.
Enzo Baldoni cercava le persone
Baldoni non è soltanto il giornalista ucciso in Iraq nell’agosto del 2004. Era un modo particolare di intendere il mestiere. Pubblicitario, creativo, traduttore, volontario della Croce rossa, reporter, blogger: attraversava professioni e linguaggi con una curiosità che lo portava spesso lontano dai percorsi più prevedibili.
Aveva raccontato il Chiapas, la Colombia, Timor Est, la Birmania dei Karen. Era entrato nelle fogne di Bucarest per incontrare bambini già dipendenti dalla droga. In Colombia aveva raggiunto un campo delle Farc. Non cercava soltanto i grandi protagonisti della politica internazionale. Cercava le persone dentro le storie.
Baldoni non aveva bisogno che un luogo fosse già al centro dell’attenzione per considerarlo degno di un reportage. Andava a cercare quello che non si vedeva. E soprattutto quello che rischiava di non essere ascoltato.
Il giornalismo comincia dall’ascolto
Nel 2004 Baldoni partì per l’Iraq anche per accompagnare i convogli della Croce rossa e raccontare la guerra dal punto di vista dei civili. Perché il giornalismo non consiste soltanto nel raccontare ciò che è già sotto gli occhi di tutti, ma nel portare alla luce ciò che ancora non lo è. Nel dare un nome alle persone prima che diventino numeri.
Il 21 agosto la sua auto venne colpita mentre si trovava lungo il percorso di un convoglio di aiuti. Il suo interprete Ghareeb fu ucciso e Baldoni venne rapito. Cinque giorni dopo arrivò la notizia della sua morte.
Quella vicenda fu segnata da omissioni, inerzie istituzionali e da una campagna di delegittimazione che contribuì a trasformare il giornalista nella notizia, invece di concentrarsi sulle responsabilità e sulle circostanze del suo rapimento.
Negli anni successivi sono emersi documenti e testimonianze che hanno restituito la dimensione di quella campagna. Le prime pagine dei quotidiani più faziosi arrivarono a definire Baldoni con espressioni come “pacifista col kalashnikov”, “vacanziere del brivido”, “giocherellone della rivoluzione”. Un modo per spostare il fuoco da altre domande: perché un giornalista e volontario impegnato in una missione umanitaria era stato lasciato solo? Perché a ideare quei giochi di parole era il vicedirettore di Libero, Renato Farina, a libro paga dei servizi segreti italiani?
Baldoni, in quelle ore, venne trasformato da persona da salvare, in personaggio da giudicare. È un meccanismo che la storia del nostro Paese conosce bene: quando qualcuno diventa scomodo, il primo passo può essere quello di mettere in discussione non ciò che sta raccontando, ma chi ha avuto il coraggio di andare a guardare.
Chi racconterà ciò che non sappiamo?
Ventidue anni dopo non si tratta soltanto di ricordare Enzo Baldoni. Piuttosto di chiederci: Chi continuerà ad andare nei luoghi in cui non conviene andare? Chi continuerà a fare domande quando farle diventa scomodo? Chi ascolterà una comunità dimenticata quando i grandi media avranno già spostato l’attenzione altrove?
Baldoni non è un santino e non serve trasformarlo in un eroe. La sua storia è più utile se rimane una domanda aperta sul mestiere che aveva scelto: quanto vale una storia se nessuno è disposto ad ascoltarla?
Ricordarlo oggi significa pensare alle storie che stanno accadendo adesso, in qualche parte del mondo, e che non arriveranno mai fino a noi se non ci sarà qualcuno disposto ad andarle a cercare.




























