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L'intervento

Parlare civile per costruire ponti

Denise Amerini
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I linguaggi usati su media e social per trattare il tema delle droghe, spesso stereotipati e stigmatizzanti, influenzano l'opinione pubblica e la politica. La Cgil, che si occupa di diritti del lavoro e delle presone, si batte per la correttezza dell'informazione, basata sulle evidenze scientifiche e sulle esperienze degli operatori

Talvolta, anzi spesso, ci viene chiesto perché la Cgil si occupa di droghe e dipendenze. È del tutto normale per noi, direi ovvio, che una organizzazione sindacale confederale si occupi di tutto ciò che ha a che fare con i diritti, individuali e collettivi, con i diritti del lavoro e quelli civili, perché, come ci ha insegnato Bruno Trentin, non si danno gli uni in assenza degli altri; che si occupi di quello che riguarda il diritto alla salute, individuale e collettiva, pubblica, e delle risposte ai bisogni di salute dei cittadini; che promuova il diritto delle persone a non essere escluse, emarginate, ma a vivere in una società che include, accoglie, sostiene.

È questo lo spirito con cui, ormai più di 25 anni fa, abbiamo partecipato alla costituzione di Forum droghe, ed è per questo che insieme a una vasta rete di organizzazioni e associazioni ci impegniamo perché venga diffusa conoscenza e consapevolezza rispetto al mondo dei consumi di sostanze, anche con la pubblicazione del libro bianco sulle droghe. E, ancora, è con questo spirito che già più di 20 anni fa abbiamo pubblicato la “carta dei diritti” dei cittadini, degli utenti e degli operatori nell’ambito delle dipendenze patologiche da droghe, alcool, tabacco.

In questo senso, da tempo stavamo pensando a un'iniziativa come quella che abbiamo realizzato il 16 novembre a Roma nella sede nazionale della confederazione, dal titolo “Droghe, cronaca di un tema controverso”, che si rivolgesse ai media, e in via prevalente ai giornalisti della carta stampata, visto come il mondo dell’informazione affronta ancora oggi il tema dell’uso e dell’abuso di sostanze, e come questo si riverbera poi sulla comunicazione anche televisiva, e sui social media, influenzando pesantemente l’opinione pubblica, costruendo senso comune.

Questo momento ci sembra particolarmente propizio, considerato anche il recente rianimarsi della discussione e dell’attenzione dovuto, per restare a quanto accaduto nell’ultimo anno, prima alla messa in onda della docuserie su San Patrignano, poi ai recenti fatti di cronaca, che hanno visto coinvolti personaggi famosi, anche pubblici. Soprattutto, però, per il fatto che, a distanza di 12 anni, è stata finalmente convocata la Conferenza nazionale sulle droghe, che si tiene a Genova il 27 e 28 novembre. Noi abbiamo voluto portare un contributo a quella discussione, se è vero, come è vero, che è necessario rivedere le politiche e le normative sulle droghe, ed i linguaggi che si usano sono importanti anche nelle scelte politiche, influenzano le scelte che si fanno. La legge 309 del 1990 ha prodotto in questi 30 anni soprattutto esiti drammatici per quanto riguarda il sovraffollamento carcerario, come ci dicono tutti i dati ufficiali a nostra disposizione: il 35 per cento dei detenuti è in carcere per la legge sulle droghe, il 40 per cento di chi entra in carcere usa droghe.

E nella tematizzazione delle sostanze si registra ancora oggi una profonda distanza fra mondo scientifico, operatori e stampa: la narrazione alla quale comunemente assistiamo del mondo dei consumi, la stereotipizzazione dei consumatori, ben poco hanno a che vedere con le evidenze scientifiche, e con le esperienze di moltissimi operatori che da anni lavorano nei servizi pubblici e del privato sociale. La politica è, in questo caso, addirittura complice: nella migliore delle ipotesi ritiene il tema divisivo, e quindi non lo affronta. Più spesso, e non solo da destra, lo agita in termini securitari, di ordine pubblico, di decoro, contribuendo allo stigma e alla criminalizzazione dei consumatori, oltre che degli operatori e dei servizi.

Un esempio, fra tanti, la vicenda di Terni, dove hanno perso la vita due adolescenti in seguito all’assunzione di metadone, venduto loro da una persona in carico ai servizi: non solo si dà una descrizione parziale, se non distorta della realtà, attribuendo responsabilità a comportamenti giovanili che non necessariamente sono causa di uso di sostanze (la musica trap, per esempio), ma che rischia di mettere in discussione il sistema dei servizi (che di tanto avrebbero bisogno, ma non certo di essere ridimensionati) e le conquiste che in questi anni sono state ottenute, per esempio in termini di livelli essenziali di assistenza: la riduzione del danno banalizzata dalla narrazione giornalistica.

Si mette, appunto, sul banco degli imputati la gestione delle terapie sostitutive e l’affido di metadone sostenendo, come abbiamo sentito dire, che c’è chi prende questa sostanza da più di 20 anni ed è ancora lì, in carico ai servizi, senza rendersi conto che magari solo in questo modo quella persona può condurre una vita dignitosa, o continuare a lavorare: come ha scritto qualcuno, facile dare la colpa alla scelta scriteriata di un utente dei servizi di cedere il metadone a minorenni, senza al contempo evidenziare anche il reato (perché di questo si tratta) di chi ha venduto loro alcool, sostanza che insieme al metadone ha avuto un ruolo determinante in quei decessi. A questo proposito, permettetemi di ricordare che, come alcuni siti di informazione locale hanno evidenziato, ad Halloween di quest’anno, in una piccola città come Ferrara 16 ragazzi sono finiti al pronto soccorso per abuso di alcool, e due, fra cui una ragazza non ancora diciottenne, sono in rianimazione.

Insomma, un po’ come quando si pensa che per prevenire le morti da overdose il sabato sera basti chiudere le discoteche: ricordiamo tutti gli articoli pubblicati sui maggiori quotidiani a seguito della morte per overdose di un ragazzo in una famosa discoteca di Rimini. O che per impedire il consumo basti impedire l’accesso a un punto di ritrovo: la chiusura del grottino a Tor Bella Monaca a Roma, con tanto di giornalisti e fotografi al seguito, è un recente esempio. L’unico risultato ottenuto è che le persone si sono spostate da un’altra parte. E, nonostante le evidenze, se si parla di distribuzione di siringhe, siamo quelli favorevoli alla droga, senza pensare invece all’importante presidio di salute che questo intervento rappresenta, a come può essere anche una modalità per entrare in contatto con persone che altrimenti sono solo marginali, invisibili.

L’incapacità di fare informazione vera ed educazione sulle droghe (l’ultima campagna nazionale degna di questo nome risale ai tempi Turco-Ferrero) oltre ad alimentare lo stigma nei confronti dei consumatori, si traduce in attacco ai servizi, aumenta la solitudine degli operatori, mai ascoltati se non in discussioni di nicchia, fra esperti ed addetti ai lavori. In più, questa stereotipata denuncia giornalistica, che fa disinformazione, può portare a drammi: ricordiamo fra i tanti il giovane agronomo, fermato dai carabinieri e trovato in possesso di pochi grammi di hashish, suicidatosi qualche anno fa a seguito di un processo mediatico, che utilizzando i soliti termini abusati (“smascherato insospettabile agronomo, imbottito di droga…”) lo aveva esposto alla pubblica gogna.

E non è il solo: sappiamo quanti giovani si sono tolti la vita perché trovati in possesso di modestissime quantità di sostanze, come certi tipi di interventi nelle scuole producano emarginazione ed esclusione invece che conoscenza, consapevolezza, comportamenti adeguati. Basti pensare alla vicenda che ha riguardato Stefano Cucchi, a come si è parlato di lui su molti giornali prima e dopo la sentenza che ha chiarito definitivamente le cause della morte, o alla recente vicenda che ha visto coinvolti alcuni pompieri ad Alessandria: trasformati da eroi, caduti nell’adempimento del loro dovere, in angeli caduti nel fango. Un giornale locale ha usato proprio questa espressione, “angeli caduti nel fango” perché l’autopsia aveva trovato tracce di cannabis per due di loro, e di cocaina per un terzo. Ovviamente, nessuno si è curato di dire che tracce di queste sostanze rimangono in circolo per molto tempo dopo l’assunzione, che queste persone quando sono andate a lavorare erano perfettamente lucide e consapevoli. Ma, soprattutto, la stessa narrazione non viene utilizzata per i consumi di alcool, è ritenuto normale che il sabato sera si possa anche eccedere un po’ con l’alcool…

A quanto pare nulla cambia nella comunicazione e nulla si impara, se solo poco tempo fa un autorevole giornalista come Beppe Severgnini invocava la pubblicazione dei nominativi di tutti coloro che fanno uso di cocaina. E se il quotidiano locale La Nazione, ma non è il solo, scrivendo di ‘movida’, descrive i giovani e certi loro comportamenti usando la stessa identica terminologia che veniva usata dai maggiori quotidiani degli anni Settanta. O se in questi giorni si continua a parlare in maniera martellante, a seguito dei recenti fatti che hanno coinvolto anche persone famose, del Ghb come di “droga dello stupro” fermandosi al sensazionalismo, solleticando la pruderie... I dati scientifici ci dicono che non lo è, sicuramente non più di altre sostanze, come l’alcool, studi internazionali ci dicono che in una minima parte, inferiore al 5 per cento dei casi, si ha il coinvolgimento di questa molecola nei casi di stupro, eppure si continua così, mentre sappiamo che la maggior parte delle violenze sulle donne avviene in contesti familiari, magari, appunto, a seguito di abuso di alcool (i dati ci parlano di una percentuale intorno al 50 per cento dei casi, con punte fino all’80), così come la maggior parte degli incidenti automobilistici.

E nulla cambia se si pensa a come, solo per fare sensazionalismi, è stato recentemente raccontato il rave di Valentano, alle notizie, rivelatesi del tutto infondate, di cani morti, donne violentate, addirittura di un parto all’aperto sotto il sole. Gli operatori della riduzione del danno che da molte parti del Paese si sono recati lì per prestare la loro opera, ci avvertono che il vero rischio è che certi temi restino tabù, ci dicono che i ricoveri in ospedale sono stati per coma etilico. Negare la realtà è fare disinformazione. Dire che chi lavora in questi contesti e prova a raccontare la realtà dei fatti è “favorevole alla droga” o “aiuta le persone a drogarsi” è quanto di più sbagliato ci possa essere: la riduzione del danno evita problemi, evita morti.

I media hanno un forte impatto su come vengono decodificate le storie e le persone legate al complesso mondo delle droghe. E voglio ancora una volta sottolinearlo: parlare non di droghe ma di droga, come se tutte le sostanze fossero uguali, avessero gli stessi effetti, non contribuisce a fare informazione corretta e soprattutto formazione. Troppo spesso il mondo dell’informazione non informa, guardando e descrivendo il fenomeno dei consumi in termini esclusivamente negativi, moralizzanti, etichettanti. I luoghi comuni si sprecano, in un trionfo di tunnel, fondo da toccare, perdizione, crimine, depravazione. I media tendono a declinare le storie attraverso categorie quali la devianza, il degrado. Mentre, se vogliamo essere credibili, soprattutto nei confronti dei giovani, dobbiamo dire le cose per quello che sono: la stragrande maggioranza degli studenti, per esempio, ha avuto esperienza di cannabis, sa perfettamente come funziona, sa che può esserci un consumo assolutamente occasionale e legato ad alcuni contesti. Dobbiamo fare informazione corretta per essere credibili, per essere ascoltati, se vogliamo creare consapevolezza sui rischi veri dei consumi di sostanze: i ragazzi sanno per esperienza che le sostanze non sono tutte uguali.

Tanto per fare un esempio, la campagna “Just say no” di Nancy Reagan qualcosa dovrebbe averci insegnato: un approccio semplicistico, la soluzione contenuta in uno slogan, nella pura e semplice proibizione, come se bastasse dire no per evitare un comportamento. Un’analisi di 20 studi controllati già nel 2009 ha dimostrato che quella campagna e i relativi programmi messi in atto non avevano avuto effetti significativi sull’uso di droghe, ma anzi, hanno impedito ai giovani di ricevere informazioni accurate su come affrontare, e prevenire, l’abuso di sostanze. Bisogna quindi mettere a tema la capacità di influenzare su base etico/valoriale, oltre che scientifica, sia l’opinione pubblica, sia le scelte politiche, e la pulsione a trattare le droghe con un pensiero stereotipato e mai aggiornato.

Occorre quindi costruire un confronto e un dialogo che provi a condividere la necessità di aggiornare la comunicazione, evitando i pericoli e le storture di una narrazione che insegue il comune sentire, le paure delle persone, contribuendo a creare discriminazione e isolamento, invece che comprensione e inclusione, mettendo anche in discussione e a rischio, obiettivi di salute, non solo delle singole persone ma anche quella pubblica. Basti pensare a come vengono descritte le stanze del consumo, non tenendo conto della realtà dei risultati ottenuti nelle città dove sono state realizzate: i miti e i fatti. Pensiamoci: già solo chiamarle stanze del buco invece che stanze del consumo controllato indirizza verso una particolare percezione, dà loro una precisa connotazione. Sostenere che sono luoghi che incentivano le persone a consumare sostanze è poi una vera e propria mistificazione: sono invece presidi salute. Individuale, perché banalmente evitano la trasmissione di malattie attraverso lo scambio di siringhe, perché sono luoghi dove possono essere intercettati bisogni che altrimenti non avrebbero modo di esprimersi e di trovare risposte, dove si può provare a intervenire anche prendendo in carico la persona, promuovendo la conoscenza dei servizi fra i consumatori, con la supervisione di personale qualificato. E sono presidi salute pubblica, perché banalmente evitano che le siringhe vengano abbandonate in giro.

Le parole possono essere muri o ponti. Creare distanza o aiutare la comprensione dei problemi. Usare le parole giuste è parlare civile (“Parlare Civile”, Mondadori 2013).

Denise Amerini è responsabile Dipendenze e carcere dell’area Welfare Cgil