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La storia

Una giornata qualunque

Foto: www.asst-fbf-sacco.it/foto-gallery
Giorgio Barbieri
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Come è cambiata il lavoro e la vita di un medico di medicina generale al tempo del coronavirus. 24 ore al fronte, disarmati e senza l'appoggio ne della cavalleria e nemmeno dell'aviazione. Lo sconforto di chi credendo nella sanità pubblica ha assistito al suo smantellamento

Sei e trenta, la sveglia, si ricomincia. In studio mi aspettano le medesime carte di ieri. La mia attività è profondamente cambiata: sempre meno ambulatorio, sempre più ufficio. La giornata lavorativa si è dilatata, inizia alle 8 e finisce dopo le 23. Da qualche tempo mi manca quel lungo giro che facevo prima di andare in studio, per portare mia figlia a scuola. Prima, lo ammetto, mi pesava un po’ ma adesso che fa lezione da remoto e mi resta solo quel saluto al volo del mattino... Nulla di drammatico, è una prospettiva di qualche settimana. Tuttavia il mio umore si fa di giorno in giorno più cupo. Costretto agli ingressi contingentati e distanziati, ho ampliato l’orario di visita, riuscendo a mantenere un adeguato numero di accessi quotidiani eppure i pazienti sono sempre più irascibili. Li comprendo: sono disorientati ma le loro preoccupazioni non si risolvono sfogandole sul personale di segreteria e, quando dopo dieci ore di conflitti senza senso e senza costrutto, sono costretto ad ascoltare l’ennesima minaccia di stravaganti ritorsioni perché “L’ospedale mi ha rimandato la visita di controllo”, la frustrazione cede il posto a una poderosa pulsione ad abbandonare la nave al suo ineluttabile naufragio.

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Resisto, so che è altrove il nodo della questione. Da un paio di mesi, oltre al mio lavoro, sono stato progressivamente sobbarcato anche delle incombenze spettanti al servizio di Igiene e prevenzione. Il che costringe l’abituale attività clinica di diagnosi e terapia in spazi sempre più angusti. Mentre in tempi normali, da punto di vista burocratico, un caso di malattia infettiva si risolveva per me con la notifica al dipartimento incaricato a svolgere l’inchiesta epidemiologica, adesso ogni singolo caso di sospetto Covid si traduce in ore di procedure di segnalazione, tracciamento, individuazione dei possibili contatti, improbabili tentativi di prenotazione tamponi, disposizioni di isolamento, stucchevoli ricerche di appuntamenti per tamponi di controllo, certificazioni di fine quarantena e di riammissione in comunità, ecc. Tutte attività fondamentali per la salute pubblica ma che nulla avrebbero a che vedere con la normale attività clinica di un MMG. Ecco quindi palesarsi le profondissime falle determinate da una stolta visione della sanità come business, della salute come merce, che ha devastato quello che fu uno dei migliori servizi socio sanitari al mondo. I colleghi dei servizi pubblici di Igiene sono ormai a rischio estinzione, i distretti sono stato smantellati, gli organici ridotti non all’osso ma al midollo. Non è più possibile alcuna analisi sullo stato di questi servizi, se non quella autoptica.

Va detto: è soprattutto a causa di servizi che sopravvivono ormai solo sulla carta, che è stata di nuovo persa la battaglia del tracciamento e del contenimento. La seconda ondata è stata affrontata con le identiche forze (meglio sarebbe dire debolezze) della prima. Nulla è stato approntato da Marzo a Ottobre in tema di prevenzione. Ancora una volta si è creduto di poter gestire la pandemia con qualche letto in più nelle terapie intensive.

Sono le 13, suona il citofono: arriva il rancio. Prima del lockdown uscivo per una corroborante pausa pranzo. Oggi ho apparecchiato la mia scrivania stendendo i rotoli di carta del lettino visite a mo’ di tovaglia e imbandito una mensa da trincea per me e per i colleghi di studio. Durante il breve pasto, ci raccontiamo le reciproche esperienze. E’ un vano tentativo di scaricare le proprie tensioni che, invece, si amplificano intrecciandosi a quelle degli altri. Ma va bene così. Il tempo stringe, bisogna sbrigarsi. Mentre qualcuno prepara un caffè, si sparecchia che attendono quelle 130-140 e-mail. Le leggo tutte ma do la precedenza a quelle cui risponderò con una telefonata. Salvo i casi più seri, non più di cinque, sei minuti l’una, perché di più non posso concedere. Non è semplice stringere i tempi di un colloquio: percepisco le ansie di che è dall’altra parte e vorrebbe parlare anche solo un altro paio di minuti ma sono costretto a tagliare; altri attendono. In genere vengo compreso ma a volte i conflitti si accendono. Trapela quell’innato egocentrismo che non tutti riescono a posporre di fronte ai bisogni di una collettività. “Io sto male e degli altri me ne frego”. Per fortuna è una minoranza ma anch’io ho le mie sensibilità e questa quotidianità logora. Ci sono ancora quelle due visite domiciliari che attendono, stacco. Al rientro è già buio. Gli venisse anche all’ora legale. O solare, non ricordo più. Un caffè e si riparte. Mi sono ripromesso di non chiamare oltre le 21.30 ma questi miei sani propositi confliggono con la necessità di non lasciare lavoro per l’indomani perché non si accumuli a quello che verrà. Per cui, anche oggi, sforerò di mezz’ora. Di questi tempi nessuno si arrabbia se gli telefono così tardi. L’ultima parte della giornata è per le e-mail: quelle posso inviarle anche di notte, tanto non sveglio nessuno. Neppure le mie figlie, quando tornerò a casa senza poterle salutarle. Domani si ricomincia.

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*medico di medicina generale in provincia di Monza