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“L’analisi che abbiamo presentato conferma, con dati oggettivi, un andamento medio delle retribuzioni italiane nell’ultimo decennio molto al di sotto dei tassi di inflazione, con la conseguente perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni stesse”. Così Roberto Ghiselli, presidente del Civ, il Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps. I numeri del report (Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti pubblici e privati) del resto parlano chiaro: “Dal 2014 al 2024 – scandisce Ghiselli – a fronte di una crescita dell’inflazione di circa il 20%, le retribuzioni medie sono cresciute solo del 14,7%, con delle significative differenze che riguardano in particolare il peggiore andamento dei redditi medi e bassi (le retribuzioni degli operai sono cresciute del 15,3%, quelle degli impiegati del 14,2% mentre quelle dei dirigenti del 19,7) i lavoratori e le lavoratrici delle regioni meridionali) e i contratti a termine, che sono cresciuti appena del 10,6%”.
Anche le differenze settoriali sono notevoli…
Sì. E sono certamente indicative dei diversi andamenti economici dei comparti, ma anche di una diversa dinamica contrattuale. Ad esempio, nei settori industriali le retribuzioni sono cresciute del 21%, nelle costruzioni del 31,4%, nel commercio del 15,3%, nel turismo il 14,6. Decisamente più bassa è la dinamica retributiva dei lavoratori pubblici, cresciuta di solo l’11,7%. Permangono forti differenziazioni salariali di genere e di età. Le donne, ad esempio, guadagnano il 70% degli uomini.
Sulla questione salariale incide anche la precarietà. I lavoratori discontinui generalmente lavorano meno ore e dunque guadagnano meno…
È così ma anche a parità di ore lavorate le retribuzioni sono più basse. In questi anni l’occupazione precaria è aumentata tantissimo in rapporto alle assunzioni stabili. Nel decennio mentre l’occupazione a tempo indeterminato è cresciuta del 17,4 %, quella a termine è cresciuta del 55,3, quella stagionale del 79,3%. Anche i contratti a tempo parziale hanno visto una crescita notevole, del 37,5%. E questo ha chiaramente una ricaduta sulle retribuzioni: nel 2024 in media un addetto a tempo indeterminato ha lavorato 282 giornate, uno a tempo determinato 153 e per uno stagionale a 119. E c’è un altro aspetto molto interessante: se nel 2014 un contratto a tempo determinato aveva una retribuzione media annua pari al 40% della retribuzione di un contratto a tempo indeterminato, nel 2024 questa percentuale è scesa al 36%; lo stesso è accaduto per gli stagionali che sono passati dal 31% del 2014 al 29% del 2024.
Gli interventi di natura fiscale – l’altra leva insieme a quella contrattuale che può agire sul potere d’acquisto dei salari – degli ultimi anni non sono dunque stati sufficienti per riequilibrare l’impoverimento salariale?
No. La riduzione delle imposte, che già con il governo Draghi era stata prevista per incrementare il potere d’acquisto delle retribuzioni, e gli incrementi contrattuali non sono stati neanche in grado di compensare l’aumento dei prezzi e le retribuzioni hanno comunque perso il loro peso, in particolare tra redditi medi. E poi occorre considerare che la crescita dei prezzi dei beni di largo consumo colpisce maggiormente i redditi più bassi.
Gli elementi di preoccupazione che avete descritto non riguardano solo il presente, ma anche il futuro previdenziale dei lavoratori…
Assolutamente sì. L’assetto del sistema previdenziale del Paese è strettamente ancorato agli andamenti dell’economia reale. Sono determinanti la crescita del Pil, dell’occupazione e, in particolare, della massa salariale e del conseguente gettito contributivo.I rendiconti del Civ già da alcuni anni consentono di osservare che a una variazione percentuale dell’occupazione non corrisponde un proporzionale incremento delle entrate contributive. Questo perché cresce il lavoro relativamente più povero, discontinuo e l’occupazione incrementale si genera soprattutto nelle attività a basso valore aggiunto e a basse retribuzioni. Quindi il tema non è solo quantitativo (più occupati), ma che tipo di lavoro si genera in termini di competenze, continuità lavorativa e livelli di reddito.
Che ruolo giocano su tutto ciò contrattazione, relazioni sindacali e modello di sviluppo?
Un ruolo fondamentale. Il tema delle politiche retributive e delle dinamiche dei redditi è importantissimo, sapendo che esso dipende da fattori molteplici che, in parte, attengono al sistema delle relazioni sindacali del Paese che è giusto rivisitare rendendolo più aderente al nuovo scenario. Ma sappiamo bene che a monte di tutto c’è la questione del modello di sviluppo, del rafforzamento della nostra capacità di produrre e generare ricchezza, di competere sui livelli alti delle tecnologie, della qualità dei prodotti e del sistema dei servizi, di come si rafforza professionalmente il capitale umano. Credo che questa sia la sfida vera per il Paese, nelle sue diverse componenti sociali e Istituzionali.
E qual è in tutto ciò il ruolo e il contributo del Civ dell’Inps?
L’analisi proposta con questo report rappresenta un contributo alla conoscenza dei fenomeni nella loro evoluzione, ma anche a una riflessione sul presente, sulle caratteristiche positive o critiche del sistema, e sulle diverse opzioni in campo. La gestione di questi argomenti sta nella titolarità dei soggetti della rappresentanza collettiva, e anche della politica, ma il Civ, per ciò che rappresenta e per la funzione che svolge, non può che auspicare il rafforzamento delle relazioni sindacali nel nostro Paese, un processo di trasformazione e qualificazione del mondo del lavoro, il miglioramento delle tutele per i lavoratori, la crescita della competitività e dell’efficienza del nostro sistema economico e produttivo, valorizzando la contrattazione e la partecipazione, contrastando i fenomeni di illegalità nel lavoro e la concorrenza sleale fra le imprese.
























