L’Europa si arma. Ma l’economia non necessariamente ringrazia. Dietro la corsa alla spesa militare, accelerata dagli impegni assunti in sede Nato, c’è una domanda che raramente entra nel dibattito politico: ogni euro destinato alla difesa quanta ricchezza e quanto lavoro produce davvero?

La risposta della Banca centrale europea è molto meno entusiasmante della retorica sul riarmo come nuovo motore industriale. Un recente studio diostra in maniera lampante che l’aumento della spesa militare può sostenere il pil nel breve periodo, ma gli effetti dipendono da come viene finanziata, da cosa si compra e soprattutto da dove lo si compra.

Un euro non vale sempre un euro

Il punto è il cosiddetto moltiplicatore fiscale, cioè quanta attività economica viene generata da un euro di spesa pubblica. Le analisi della Bce indicano per la difesa un effetto generalmente positivo nel breve termine, ma spesso inferiore a quello di altri investimenti pubblici. La differenza è sostanziale. Costruire una ferrovia o finanziare un servizio significa immettere risorse che diventano salari, commesse, consumi e infrastrutture utilizzabili dalla collettività. Comprare un sistema d’arma prodotto all’estero significa invece trasferire una parte consistente di quello stimolo economico fuori dal Paese.

Ed è uno dei punti deboli dell’Europa. L’Eurosistema ha segnalato che l’elevato contenuto tecnologico degli armamenti può rendere il continente fortemente dipendente dalle importazioni almeno fino alla costruzione di una capacità produttiva adeguata. Anche il Fondo monetario internazionale arriva a conclusioni simili: gli effetti economici della spesa militare sono maggiori nei Paesi con minore dipendenza dalle importazioni e ampio spazio fiscale, mentre diminuiscono dove debito e vincoli finanziari sono più pesanti.

Per l’Italia il conto è più salato

Ed è qui che entra in scena l’Italia. Il nuovo impegno Nato prevede di arrivare entro il 2035 al 5% del Pil per difesa e sicurezza, di cui almeno il 3,5% per le esigenze militari in senso stretto. L’Unione europea ha intanto allentato temporaneamente i vincoli di bilancio per consentire maggiori spese militari e varato SAFE, lo strumento da 150 miliardi di euro di prestiti per la difesa. Ma una deroga al Patto di stabilità non fa sparire il debito.

La stessa Bce avverte che nei Paesi fortemente indebitati l’aumento delle spese militari può far crescere debito e interessi. Terminata la flessibilità europea, quelle risorse dovranno essere trovate stabilmente nei bilanci nazionali. Tradotto dal linguaggio dei tecnici: maggiori entrate oppure minori risorse da qualche altra parte.

Cannoni e welfare nello stesso bilancio

È questo il grande rimosso della discussione. Sanità, scuola, trasporti, ricerca, transizione energetica, politiche industriali e difesa non vivono in bilanci separati. Se la maggiore spesa militare viene finanziata aumentando le tasse sul lavoro, osserva la Bce, l’effetto positivo sull’economia si riduce perché diminuiscono reddito disponibile e consumi. Se invece produce maggiore debito e tassi più elevati, può frenare investimenti e domanda privata.

Non significa che l’industria militare non produca occupazione o innovazione. La stessa Bce riconosce che ricerca e sviluppo nel settore possono generare ricadute tecnologiche anche nell’economia civile. Ma è molto diverso dal sostenere che qualsiasi aumento della spesa per le armi sia automaticamente un investimento conveniente.

Il punto, allora, non è soltanto quanto spenderà l’Europa per la sicurezza. È cosa sceglierà di non finanziare per farlo. Quando centinaia di miliardi diventano disponibili per la difesa mentre per ospedali, scuole, salari e welfare ogni euro continua a essere sottoposto al rito della compatibilità finanziaria, la questione smette di essere soltanto economica. Diventa una questione di priorità.