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La sua ultima fatica editoriale si intitola L’Italia che conta, è contemporaneamente un saggio e il racconto di una vita dedicata ai numeri. Linda Laura Sabbadini senza numeri non può stare, numeri che raccontano il Paese, le sue contraddizioni, le sue possibilità, le sue promesse negate e quelle che occorre realizzare. Per lungo tempo all’Istat, dove ha introdotto le statistiche di genere, continua ad osservare l’Italia riflettendo sui dati. A lei chiediamo di commentare l’ultimo report dell’Istituto di statistica, quello che a leggerlo davvero dovrebbe far saltare sulla sedia governanti e aspiranti tali.
Secondo l’Istat nel 2050 ci saranno 4 milioni di abitanti in meno. Gli ultra sessantacinquenni arriveranno a sfiorare il 35 % della popolazione, mentre la fetta di popolazione in età lavorativa si riduce. Che effetti porterà con sé questo andamento demografico?
Aumenterà il numero di pensionati e pensionate, ma diminuirà il numero di persone che potranno garantire la possibilità di pagare queste pensioni attraverso il versamento dei loro contributi. Diminuirà, cioè, la popolazione in età lavorativa. Questo fenomeno è aggravato dal fatto che siamo un Paese con un tasso d'occupazione, complessivamente, non alto. Quando parliamo di popolazione in età lavorativa, ci riferiamo alla popolazione fino a 64 anni, ma nell'ambito di questa popolazione, il tasso d'occupazione nostro rispetto a quello di altri Paesi è più basso.
In questo contesto quanto pesa il fatto che l’Italia ha il tasso di occupazione femminile più basso d’Europa?
Pesa, e molto, negativamente perché contribuisce al fatto che il numero degli occupati del nostro Paese sia basso e continuerà a essere basso se non si avviano politiche adeguate per lo sviluppo dell'occupazione. La questione è che non esiste solo un problema demografico: il fatto che la popolazione in età lavorativa diminuisce, è un problema che si accentua con un problema sociale che riguarda l'occupazione, e cioè la bassa percentuale di persone in età lavorativa che poi effettivamente lavorano.
L'Istat ha diffuso altri dati che raccontano l'oggi. A luglio il tasso di disoccupazione ha raggiunto un ulteriore traguardo, ma contemporaneamente, mentre diminuisce il tasso di disoccupazione, aumenta la difficoltà dei giovani a trovare lavoro, cioè aumenta il tasso di disoccupazione giovanile.
Occorre saper leggere i dati. Il problema è che il grosso dell'incremento di occupazione che si registra nel nostro Paese riguarda soprattutto popolazione dai 50 anni in su. I giovani da 25 a 34 anni, per esempio, ancora non sono tornati ai livelli d'occupazione del 2008, (l’anno della grande crisi ndr). Sono passati tutti questi anni e ancora i giovani si ritrovano con un tasso di occupazione più basso di quello che avevano prima della crisi a cavallo tra 2008 e 2009. La verità, che corrisponde a un problema serio, è che la crescita occupazionale in gran parte è dovuta all'elevamento dell'età pensionabile e quindi alla permanenza maggiore della popolazione ultracinquantenne nel mercato del lavoro, molto meno a un ingresso importante di giovani nel mondo del lavoro.
Stai dicendo che per affrontare in maniera positiva le previsioni che ha fatto l'Istat, bisognerebbe attuare politiche specifiche per l'occupazione giovanile e per l'occupazione femminile, quelle che in questo momento non ci sono?
Non c'è dubbio, sono politiche fondamentali, in realtà non attuate da decenni, soprattutto per quanto riguarda l'occupazione femminile. La questione fondamentale, che si afferma ancor più proprio leggendo i dati Istat, è la mancanza nel nostro Paese di politiche di condivisione delle responsabilità genitoriali, di conciliazione dei tempi di vita, di sviluppo dei servizi educativi per la prima infanzia, di sviluppo dei servizi di assistenza e cura per gli anziani, e giù elencando. Le statistiche che ha fornito l'Istat ci dicono che non solo la popolazione anziana crescerà molto, ma che crescerà - grazie all'aumento della speranza di vita – il numero degli ultraottantenni, ultranovantenni, centenari. Non siamo affatto preparati a tutto questo, perché nessuna politica è stata adottata negli anni rispetto a tali questioni cruciali. E la carenza di queste politiche è gravissima e grava quasi esclusivamente sulle donne. Si è considerato inutile potenziare i nidi, inutile investire sui servizi per l'assistenza. Tanto ci sono le donne che prestano lavoro di cura gratuito: gravando sulle loro spalle si è risparmiato per decenni. Visto che così è ed è continuato ad essere anche in questi ultimi 4 anni, non ci si può lamentare che i tassi di fecondità nel nostro Paese siano così bassi e che nello stesso tempo i tassi di occupazione siano lo stesso bassi perché la penalizzazione che le donne vivono quando hanno figli, non solo alla nascita, è molto forte. I dati parlano chiaro: da noi il tasso di occupazione femminile è 53%, i paesi nordici hanno superato l'80%, la Germania si attesta al 75,5% la Francia al 69%. E questi sono paesi dove il tasso di fecondità è più alto del nostro. Nessun Paese europeo raggiunge il 2,1 figli per donna, indicatore che permette di garantire un ricambio generazionale equilibrato, però nel 1977 la Francia stava come l'Italia oggi e si è dotata di politiche di welfare e per l’occupazione femminile. Risultato: oggi ha un tasso di fecondità di 1,66 figli per donna contro 1,14 da noi. E soprattutto ha 7 milioni giovani in più, 7 milioni di donne e uomini in età da lavoro in più, ha una struttura demografica migliore della nostra mentre noi non abbiamo investito per niente, né in politica di conciliazione, né di condivisione.
Ci stai dicendo che i dati dell'Istat, quelli dell’oggi e quelli previsionali, imporrebbero un cambio di politiche, sia di politiche dell'occupazione, sia soprattutto di politiche di welfare?
Assolutamente sì, bisogna rimettere al centro una volta per tutte la questione femminile che nessuno ha mai voluto affrontare. Peraltro, se le donne lavorano crolla la povertà, noi siamo arrivati a un massimo di povertà nel 2012 quando raddoppiò la povertà assoluta, e da allora non siamo mai più tornati ai livelli precedenti. Ma se si fosse investito per sviluppare l'occupazione femminile, molta povertà sarebbe diminuita, perché l'occupazione femminile, non solo è un elemento cruciale per l'empowerment delle donne, per la loro autonomia, ma è un elemento fondamentale anche per far diminuire il rischio di povertà.




























