Giorgia Meloni ce l’ha fatta. Il suo è diventato il governo più longevo della storia della Repubblica. Complimenti vivissimi. E per festeggiare, oggi a Bari, luminarie, dj set e soprattutto, ai fortunati presenti al rave autorizzato, in regalo una simpatica e agevole brochure di 29 pagine. Titolo: “Il governo più stabile, l’Italia più forte. Quattro anni di impegno per la nazione”. Dentro una parola ricorre più delle altre: record.

Noi di Collettiva, come al solito, facciamo i guastafeste. Ci imbuchiamo alla trionfante parata autocelebrativa non per alzare i calici in un brindisi tintinnante ma per porre all’attenzione dell’amata premier una piccola e semplice questione, probabilmente secondaria nell’epoca della comunicazione (leggasi propaganda) politica dilagante: capire che cosa abbia fatto davvero in tutto questo tempo il suo esecutivo. Millequattrocentotredici giorni. Polverizzando d’un colpo la buon anima di Re Silvio II.

Perché la stabilità è certamente un valore. Ma è soprattutto un mezzo, non un risultato. Anche un treno fermo quattro anni sullo stesso binario è molto stabile. La questione dirimente è se abbia mai portato qualcuno da qualche parte. E se state pensando al povero ministro Salvini siete i soliti comunisti!

Partiamo dal lavoro, uno dei grandi successi rivendicati da Meloni & co. L’occupazione è cresciuta e la disoccupazione è scesa. I numeri, nudi e crudi, dicono questo. Gli stessi numeri, però, hanno quella fastidiosa abitudine di raccontare anche qualcos’altro se li leggi attentamente: lavoro sempre più povero e precario, giovani sempre più penalizzati, pensione sempre più lontana, salari che non recuperano il potere d’acquisto perduto.

Anche l’occupazione femminile tanto sbandierata resta 17 punti sotto quella maschile. E il caro vita si è mangiato una parte consistente dei benefici fiscali osannati da Palazzo Chigi. Il salario minimo derubricato senza appello, anzi combattuto quasi fosse una minaccia alla sicurezza nazionale. In compenso più di mille persone continuano a morire ogni anno sul lavoro nel silenzio più totale.

Lo stesso vale per l’economia. La rivoluzione promessa dalla donna del popolo si è fermata allo zero virgola. L’industria è in recessione, la produttività arranca, restano aperte vertenze enormi, a cominciare dall’ex Ilva, e la fine del Pnrr rischia di spegnere uno dei pochi motori degli investimenti. La Fornero, che doveva essere abolita, gode invece di ottima salute. La flat tax universale riposa, per fortuna, nel cimitero delle promesse elettorali. E i sovranisti che volevano rovesciare il tavolo di Bruxelles oggi parlano di disciplina di bilancio, deficit, spread e mercati con la compostezza e nonchalance di un Mario Monti qualunque.

Neppure la rivoluzione istituzionale ha fatto molta strada. Il premierato, “madre di tutte le riforme”, è da oltre due anni parcheggiato in Parlamento. L’autonomia differenziata, must leghista, è stata ridimensionata dalla Corte costituzionale. Evidentemente le madri delle riforme possono anche abbandonare i propri figli.

Passiamo alla sicurezza e si vola. Decreto rave, decreto Caivano, decreti sicurezza come se piovesse, nuovi reati, pene più alte, zone rosse. Strette sui minorenni, manifestazioni, occupazioni, sgomberi e spazi autogestiti. Il principio sembra semplice: se non riesci a risolvere un problema sociale, trasformalo in un problema di ordine pubblico.

Il disagio resta e resta soprattutto il buco nero delle carceri, tra sovraffollamento, suicidi e condizioni incompatibili con qualsiasi idea dignitosa della pena. Lo Stato è fortissimo quando davanti trova studenti, manifestanti e centri sociali. Molto meno quando dovrebbe garantire i diritti delle persone a cui ha già tolto la libertà.

Decisamente più comprensivo quando i guai si presentano in famiglia. In questi quattro anni abbiamo avuto il sottosegretario Delmastro e la sua bistecca cotta alla mafia. Pozzolo e la pistola di Capodanno. Santanchè e l’impunità fatta ministra. Sangiuliano e l’amore mai sBoccia(to).

E arriviamo alla giustizia. Abolizione dell’abuso d’ufficio, limiti alle intercettazioni, guerra alle toghe, stretta all’informazione giudiziaria. Il governo, in un delirio di onnipotenza, ha chiesto agli italiani di decidere sulla sua riforma costituzionale. Gli italiani hanno risposto secco: No, grazie. Brutta cosa il popolo sovrano quando si ostina a votare senza seguire le istruzioni.

Passiamo al tema immigrazione e arriviamo dalle parti del teatro dell’assurdo. Ricordate il blocco navale? Deve essere salpato, ma probabilmente non prende il segnale. In compenso abbiamo avuto l’Albania, milioni spesi tra inaugurazioni, trasferimenti, ricorsi e ritorni. Una porta girevole costosissima. I rimpatri di massa sono rimasti dove erano nati: nei comizi.

E proprio l’immigrazione ci porta in Europa, altro terreno sul quale Meloni doveva cambiare tutto. Alla fine è stata soprattutto l’Europa a cambiare Meloni. Dai comizi contro Bruxelles siamo passati alle rassicurazioni a mercati e cancellerie. Non necessariamente un male. Semplicemente il contrario di quanto raccontato per anni.

Poi c’è Trump, che è un capitolo a parte ma neanche troppo. Qui Giorgia aveva investito parecchio. L’amica europea del presidente, il ponte privilegiato col vecchio continente, quella che poteva parlargli quando gli altri non potevano. Una polizza geopolitica intestata direttamente alla premier. Solo che le polizze Donald hanno un piccolo difetto, possono scadere mentre le stai ancora pagando.

Da Sigonella in poi l’amicizia speciale ha mostrato tutta la sua fragilità. Del resto alla corte del presidente americano non esistono amici, esistono persone utili fino a quando smettono di esserlo. Ma abbandoniamo gli Stati Uniti. Sull’Ucraina Palazzo Chigi sostiene Kiev mentre pezzi della maggioranza guardano a Putin. Su Gaza siamo riusciti nell’impresa di chiamare prudenza diplomatica ciò che troppo spesso è sembrato irrilevanza politica. Del resto “il diritto internazionale vale, ma fino a un certo punto”. Tajani uno di noi.

A terra, intanto, restano i problemi di tutti i giorni. La povertà non è scomparsa abolendo il reddito di cittadinanza. Strano, ma evidentemente i poveri non leggono la Gazzetta Ufficiale. La sanità pubblica arretra, mancano infermieri, la medicina territoriale promessa non decolla e le liste d’attesa hanno inventato un nuovo universalismo: chi può paga, chi non può aspetta. La natalità continua a precipitare nonostante Dio, patria e famiglia. La casa è un lusso. I giovani che possono cercano altrove stipendi e futuro.

Sull’informazione mettetevi comodi. Dovevano liberare la Rai dalla politica e l’hanno occupata. Direttori, conduttori, palinsesti, programmi. Dovevano conquistare l’egemonia culturale, si sono accontentati delle poltrone. E mentre gli ascolti di pezzi importanti del servizio pubblico crollano, l’informazione indipendente viene vissuta sempre più spesso non come una risorsa democratica ma come un fastidio.

La lista nera delle promesse non mantenute e dei vorrei ma non posso (o non voglio) potrebbe continuare ancora a lungo. Ma il punto non è compilare l’enciclopedia sulla sabbia. Il punto è proprio quel record che oggi Meloni festeggia con orgoglio. Il tempo. Ne ha avuto tanto, troppo. Una maggioranza solida, un’opposizione tafazziana, nessuna crisi parlamentare, nessun ribaltone. Tutte le condizioni che per anni ci hanno spiegato essere indispensabili per poter finalmente governare.

E allora dopo millequattrocentotredici giorni l’alibi finisce. Non sei più il governo che ha trovato i problemi lasciati dagli altri. Sei quello che deve rispondere dei problemi che ci sono. Non può essere sempre colpa di Conte, Draghi, Andreotti, di Bruxelles, dei giudici, dei sindacati, dei migranti, delle ong, degli ambientalisti, di Pippo, Pluto e Paperino.

A un certo punto il passato scade, resta il presente. E il presente non si misura in giorni trascorsi a Palazzo Chigi. Si misura nei salari, nelle liste d’attesa, nei posti di lavoro sicuri, nelle fabbriche che restano aperte, nei giovani che non preparano le valigie, nei diritti che non arretrano. Perché governare non è una gara di resistenza. È lasciare il Paese migliore di come lo hai trovato. E su questo, di record, non se ne vede nemmeno l’ombra. Le luminarie, però, quelle sì splendono che è una meraviglia.