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Tra i 2 e i 4 euro lordi a consegna, un reddito annuo sotto la soglia di povertà che non consente un’esistenza libera e dignitosa, forme di sfruttamento che approfittano dello stato di bisogno dei lavoratori. Il pentolone scoperchiato sul mondo dei rider dall’inchiesta della procura di Milano che ha portato alla richiesta del pubblico ministero di controllo giudiziario d’urgenza per caporalato a carico di Foodinho, la società di delivery del colosso spagnolo Glovo, non ha messo in luce niente di nuovo.
Niente che non si sapesse già, niente che il sindacato non avesse già più volte denunciato (da ultimo, in un dossier presentato di recente), niente che non fosse già emerso da sentenze di tribunale, indagini giornalistiche, testimonianze.
“Non è inaspettata, certamente, ma cambia il segno di come queste piattaforme vengono percepite dall’esterno, anche dai cittadini, e cambia la prospettiva che si apre – afferma Andrea Borghesi, segretario generale del Nidil Cgil, la categoria che rappresenta i precari, rider compresi –. È evidente che l’inchiesta mette in discussione la condizione di quei lavoratori ma anche il modello organizzativo delle piattaforme che genera quella condizione”.
È la prima volta che accade?
È la prima volta che viene messo in discussione il modello in maniera così impattante. Anni fa c’è stata un’inchiesta su Uber Eats che riguardò una parte dei lavoratori che svolgevano l’attività attraverso cooperative di comodo e l’ipotesi era intermediazione illecita. In questo caso è Glovo nella sua totalità che potrebbe essere commissariata per sfruttamento e caporalato, con la messa in regola di tutti i lavoratori oggi occupati e la modifica del modello, in modo che in futuro non si possano verificare le medesime condizioni. Lo stesso modello che noi come sindacato denunciamo da anni. È questa la complessità dell’atto della procura, un provvedimento che definirei pesante.
In cosa consiste questo modello organizzativo?
Chiunque si può loggare e di fatto diventare rider, la piattaforma decide quanti possono entrare, di ciascuno definisce l’area di attività, offre una remunerazione per il lavoro svolto e spinge ad accettare le condizioni prestabilite. In questo modo il lavoratore aumenta enormemente la propria disponibilità per poter mettere insieme una remunerazione sufficiente. Le condizioni economiche e organizzative sono dettate completamente dalla piattaforma. Inoltre l’attività è pagata solo quando la consegna viene effettuata: è come se la commessa di un negozio venisse remunerata solo se viene battuto lo scontrino di vendita. Mentre le retribuzione va commisurata al tempo di disponibilità del lavoratore. La consegna non può essere l’unica base, anche perché non tiene conto appunto dei tempi, della gravosità, della distanza, del peso trasportato.
Si tratta poi di lavoratori particolarmente fragili…
Poiché sono soprattutto lavoratori migranti, nella condizione del rider si sommano due fragilità: contrattuale e sociale. Le piattaforme fanno leva proprio sulla ricattabilità delle persone e sulla debolezza rispetto alla cittadinanza e al permesso di soggiorno, per il quale devono dimostrare un reddito adeguato. Per avere un salario decente, che permetta di pagare un alloggio diviso con altri e di mandare soldi a casa, sono disposti a lavorare tutti i giorni, senza riposo, per dieci ore al giorno.
Scoperchiare questo pentolone ha sollevato alcune questioni. Una tra tutte: cosa faceva, dov’era il sindacato mentre questi lavoratori venivano sfruttati?
A partire dal 2019 con la Cgil e le altre categorie sindacali coinvolte abbiamo messo in campo un’attività di contenzioso particolarmente complessa e articolata che ha riguardato tra l’altro la qualificazione del rapporto di lavoro e l’algoritmo. Da allora siamo arrivati a una quarantina di sentenze. Poi abbiamo avviato un tavolo negoziale al tempo del primo governo Conte con Assodelivery, che però scelse di firmare un accordo con l’Ugl, accordo che in qualche modo legittima la situazione attuale. In quell’occasione Just Eat uscì dall’associazione datoriale per firmare un accordo per lavoratori subordinati.
E poi?
Nel 2024 e di nuovo l’autunno scorso abbiamo riaperto la discussione con Assodelivery per capire se c’erano le condizione per arrivare a un’intesa distante da quella sottoscritta con l’Ugl, che remunerasse anche i tempi di attesa del rider, garantisse condizioni di sicurezza, e la loro rappresentanza. Ma non si è giunti mai oltre le premesse. Nel frattempo abbiamo messo in campo attività di ascolto, di organizzazione dei lavoratori, oggi abbiamo iscritti per delega, avviato interlocuzioni con le singole piattaforme per la risoluzione di specifiche criticità. Quindi non ce ne siamo stati con le mani in mano.
Dall’altra parte ci siamo noi, gli utenti finali, che cerchiamo, pretendiamo di spendere il meno possibile. C’è una responsabilità anche nostra?
Sì c’è, ed è quella di non vedere o far finta di non vedere ciò che invece è evidente: a persone che lavorano per strada tutti i giorni, con la pioggia e con il sole, si chiede un servizio senza preoccuparsi delle condizioni in cui lo svolgono. I cittadini non possono pensare che questa è un’attività gratuita ma dovranno cominciare a pensare che è un servizio che va remunerato.
L’inchiesta di Milano entra anche nel merito della gestione algoritmica della prestazione. A cosa si riferisce?
A partire dalla sentenza del 2020 sull’algoritmo Frank, la gestione della prestazione è stata oggetto di indagini e di pronunce dei giudici. Il decreto trasparenza del 2022 ha obbligato le piattaforme ad adeguarsi a determinati criteri e i colossi del food delivery in parte l’hanno fatto. Nella sostanza, è stato chiesto di adeguare i sistemi automatizzati a principi generali, come non essere discriminatori, non effettuare un controllo totale della prestazione, non creare un ranking dei lavoratori.
Molte delle criticità sollevate dal pm meneghino potranno essere risolte con il recepimento della direttiva europea sul lavoro su piattaforma?
La direttiva è un’occasione normativa per mettere un po’ di ordine, uno strumento per provare a creare le condizioni affinché lo sfruttamento non si replichi. Questo governo e questo Parlamento dovranno agire di conseguenza.























