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L’ultima inchiesta che ha scosso il settore della moda, coordinata dalla procura di Milano e concentrata su opifici irregolari in Lombardia, non è rimasta un caso isolato. A distanza di poche ore, i controlli effettuati a Prato raccontano una realtà che ricalca lo stesso schema, con numeri e condizioni che riportano a un modello produttivo ben più ampio.
Nel distretto toscano, l’attività interforze coordinata dalla prefettura ha portato alla sospensione di sette aziende, all’individuazione di 32 lavoratori senza contratto su 90 controllati e a sanzioni per oltre 131mila euro. Dati che, letti accanto a quanto emerso a Milano, delineano una continuità che va oltre i confini territoriali.
Dormitori e lavoro nero: un modello che si ripete
A Prato, come nei casi emersi nell’inchiesta milanese, il nodo centrale resta lo stesso: la compressione dei costi attraverso il lavoro irregolare e condizioni di vita e lavoro al limite.
Due dormitori abusivi sono stati scoperti all’interno dei capannoni industriali. In uno, sei locali attrezzati con brande, spazi minimi ricavati per ospitare operai spesso invisibili. Una promiscuità tra lavoro e vita che torna ciclicamente e che rappresenta uno degli elementi più evidenti dello sfruttamento.Il lavoro nero completa il quadro: 32 persone senza contratto e tre cittadini stranieri senza permesso di soggiorno. A questo si aggiungono macchinari non conformi, violazioni sulla sicurezza e carenze nella prevenzione incendi. Elementi che, messi insieme, descrivono un assetto produttivo consolidato, non delle anomalie isolate.
Non eccezioni, ma filiera
Gli accertamenti hanno riguardato dodici aziende del distretto tessile-manifatturiero pratese e hanno fatto emergere un livello di irregolarità definito “elevato” dagli stessi organi di controllo. Un dato che rafforza l’idea che non si tratti di episodi isolati.
Il punto di contatto tra Milano e Prato è proprio questo: la filiera della moda. Una catena produttiva frammentata, fatta di appalti e subappalti, dove la pressione sui costi e sui tempi di consegna si traduce spesso in un arretramento delle tutele.
Il sindacato: “Situazioni che si ripetono”
Cgil e Filctem Cgil Prato parlano apertamente di un fenomeno strutturale. “Continuiamo a chiedere con forza un impegno straordinario degli organi di governo”, dichiarano i segretari Daniele Gioffredi e Juri Meneghetti, denunciando condizioni di sfruttamento che si ripresentano nel tempo.
“Sembra che tutto resti come prima, che non cambi mai niente”, aggiungono, indicando come il ripetersi di queste situazioni non possa più essere tollerato. Il riferimento è chiaro: nonostante inchieste e controlli, il sistema continua a rigenerarsi.
Il sindacato insiste sulla necessità di rafforzare gli organici delle forze dell’ordine e dell’Ispettorato del lavoro, riprendendo anche la richiesta avanzata dal procuratore capo Luca Tescaroli. Il dato più rilevante è proprio la convergenza tra quanto emerso in Lombardia e quanto rilevato a Prato. Non due storie separate, ma due facce della stessa organizzazione produttiva.
La moda, soprattutto nei segmenti più esposti della filiera, appare attraversata da pratiche che si ripetono con dinamiche simili: lavoro nero, alloggi impropri, sicurezza sacrificata. Un sistema che non si limita a un territorio, ma che si estende lungo tutta la catena del valore.
Prato laboratorio della legalità
“Lo Stato faccia di Prato un laboratorio sulla legalità”, chiedono i sindacati. Ma il rischio, oggi, è che i distretti della moda mostrino soprattutto la capacità del sistema di resistere ai controlli e di riproporsi. Tra inchieste che accendono i riflettori e verifiche che riportano alla realtà, il filo che unisce Milano e Prato è sempre lo stesso. E racconta una verità scomoda ma ormai evidente: lo sfruttamento nella moda non è un’eccezione. È un sistema.



























