Che il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara abbia bisogno di esternare i propri percorsi mentali ogni volta se ne presenti l’occasione è ormai un dato di fatto, certificato dai suoi quattro anni di dicastero, durante i quali pochi sono stati i giorni in cui non ci abbia regalato qualcuna delle sue ormai proverbiali riflessioni sul mondo della scuola e dintorni. E anche stavolta non ha voluto deluderci, offrendo una dichiarazione sulla quale non si può evitare di opporre qualche obiezione.

Nel corso di una visita ad alunni e alunne della scuola Giannone-De Amicis di Caserta, accolto al grido “ministro ti vogliamo bene”, durante il suo discorso Valditara ha voluto sottolineare come secondo il suo modo di intendere “la scuola deve diventare un po' la seconda casa, e gli insegnanti sono come dei vostri genitori che vi accolgono e vi guidano nel percorso di vita, e voi dovete voler bene ai vostri insegnanti e ai vostri genitori, perché sono dei maestri di vita”. Colti per un attimo da un istintivo sintomo di asfissia, quasi inevitabilmente segue dibattito.

Punto primo: siamo proprio sicuri che la scuola debba diventare la seconda casa di uno studente? Personalmente no, perché credo che la scuola sia prima di tutto, in termini di rapporti, un laboratorio sociale, forse uno tra i pochi rimasti a coltivare la presenza fisica tra essere umani nella società ipertecnologica in cui viviamo. La scuola è l’occasione quotidiana per incontrare altra gente, diversa da noi, corpi estranei, magari con qualche sorpresa dietro l’angolo: un bidello dal passato misterioso, una giovane professoressa di ginnastica di cui segretamente innamorarsi, qualcuno di un’altra classe a cui non avevamo mai fatto caso prima, un nuovo arrivato da un’altra città. Da un altro Paese.

La casa è invece il luogo di altre presenze, dove si cerca sicurezza, l’ambiente adatto per ricaricarsi lontani da occhi indiscreti prima di tornare ad affrontare la vita, maturando un altro tipo di affettività con i propri famigliari. Poi certo, ci sono alunni e alunne che una famiglia vera e propria non ce l’hanno, e cercano nel mondo della scuola ciò che non possono trovare tra le loro quattro mura; ma questo è un altro discorso, che chiama in causa altri adulti (psicologi, servizi sociali), da cui però deriva il secondo punto.

Siamo sicuri che gli insegnanti debbano essere “come dei vostri genitori”? Anche in questo caso nutro più di qualche dubbio, perché gli insegnanti, dentro una classe, non devono assolvere né costruire un rapporto simile a quello con i genitori, bensì una diversa figura di riferimento, nel rispetto dei ruoli; e il nostro ruolo, la nostra professione, il nostro dovere, è prima di ogni cosa essere insegnanti, che naturalmente non significa limitarsi a somministrare la lezione di turno per poi ritirarsi in sala professori perché l’empatia, la partecipazione alle gioie e ai turbamenti del gruppo classe, è parte essenziale del nostro lavoro, forse quella più bella. Ma il genitore deve educare da genitore, mentre l’insegnate è un educatore scolastico, due componenti ben distinte.

Non bisogna aver letto troppi studi di settore, né aver seguito i tanti corsi di formazione e aggiornamento propinati a più riprese da varie piattaforme più o meno istituzionali, per arrivare a comprendere che la sovrapposizione dei luoghi e dei ruoli, durante il percorso di formazione e crescita di un individuo, da ipotetica risorsa potrebbe rivelarsi un bel problema da districare nel tempo, con il rischio di perdere preziosi anni di vita prima di metterlo a fuoco, dopo averne pagato le conseguenze.

Se il titolare del dicastero dell’Istruzione non ha presente una realtà simile, base di ogni teoria e pratica pedagogiche, allora sì che ci troviamo di fronte un bel problema.