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“Una comunicazione via pec, arrivata a freddo, senza alcun preavviso, con cui l’azienda ha annunciato la propria intenzione di chiudere lo stabilimento di Bologna”. È quanto hanno ricevuto, secondo la denuncia della Fiom Cgil, i lavoratori e le lavoratrici del gruppo internazionale Faist Light Metals Engineering, attivo nel settore degli stampi per pressofusione con circa 4 mila dipendenti nel mondo.
Immediata è stata la reazione del personale, che venerdì 8 maggio ha incrociato le braccia per otto ore. “Da tempo Rsu e sindacato segnalano all’azienda il calo di lavoro e hanno chiesto risposte concrete sulle prospettive del sito produttivo”, scrive la Fiom territoriale: “Risposte che non sono mai arrivate. Nessun ammortizzatore sociale è stato attivato e la possibilità di una chiusura è sempre stata esplicitamente esclusa dall’azienda stessa”.
I metalmeccanici Cgil rilevano che “oggi gli 11 dipendenti che lavorano nel sito di Bologna non sanno se avranno ancora un lavoro domani. Non possiamo accettarlo”. E chiedono “l’immediata apertura di un tavolo di salvaguardia presso le istituzioni, con un obiettivo non negoziabile: difendere tutti i posti di lavoro e garantire la continuità produttiva dell’azienda sul territorio bolognese”.
L’ennesima crisi industriale, dunque, non può consumarsi nel silenzio “Il tessuto industriale bolognese sta vivendo da due anni un momento di grandissima difficoltà”, conclude Edoardo Panico (Fiom-Cgil Bologna): “A pagare il conto dell’assenza di politiche industriali nazionali ed europee, e dell’instabilità determinata dalle guerre e dalla follia del riarmo, sono in particolare le lavoratrici e i lavoratori delle piccole e medio aziende”.























