Caro Peppino,

ti scrivo come si scrive a chi non c’è più eppure continua a esserci.

Come si scrive a chi ha lasciato parole che non smettono di risuonare tra le persone, nelle piazze, nelle scuole, nelle nostre coscienze.

Ti scrivo per raccontarti il mondo, questo mondo nostro, che a volte somiglia terribilmente a quello che denunciavi tu — e altre volte sembra persino più complicato, più confuso, più pericoloso.

Il mondo è ferito, Peppino.

Attraversato da guerre, da ingiustizie, da leader che parlano di pace mentre alimentano conflitti, riarmo, odio sociale.

Ci sono popoli che resistono, che chiedono libertà, dignità e autodeterminazione, ma che troppo spesso vengono schiacciati dal peso degli interessi economici e geopolitici.

In Palestina si continua a morire. E mentre la diplomazia fallisce, mentre i potenti del mondo si mostrano incapaci, immobili o indifferenti, dal basso continua a muoversi qualcosa.

Persone comuni, attivisti, reti internazionali, donne e uomini che non accettano l’idea che la sofferenza possa diventare normalità.

Stanno partendo navi da ogni parte del mondo, con un’idea semplice e radicale insieme: fermare ciò che la diplomazia e il potere non riescono a fermare, opporsi allo sterminio, affermare che la vita umana vale più di ogni equilibrio di potere, più di ogni convenienza diplomatica, più di ogni silenzio complice.

Anche in Italia, Peppino, non è un tempo facile.

Le lavoratrici e i lavoratori continuano a lottare. Lottano per diritti che sembravano acquisiti e che invece vengono erosi lentamente, giorno dopo giorno.

Il lavoro è diventato più precario, più frammentato, più ricattabile. I salari e le pensioni spesso non bastano a vivere con dignità. Lo sfruttamento cambia forma, linguaggio, strumenti, ma non sostanza. A volte indossa perfino le parole della modernità, dell’innovazione, della flessibilità.

Ma sotto quelle parole restano troppe vite sospese, troppe persone costrette a scegliere tra la dignità e la sopravvivenza.

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Ci sono giovani straordinari — e vorrei davvero che tu li vedessi, Peppino.

Sono intelligenti, preparati, sensibili, impegnati. Hanno idee, creatività, desiderio di cambiare le cose. Eppure vengono spesso raccontati come inadeguati, svogliati, disinteressati.

La verità è un’altra: il problema non sono loro. Il problema è un Paese che troppo spesso non permette ai giovani di restare, di costruire, di immaginare un futuro possibile. Di sognare.

Troppi sono costretti ad andare via, non per scelta, ma per necessità. Partono perché qui non trovano stabilità, riconoscimento, salari adeguati, spazi di autonomia. E ogni partenza è una perdita collettiva, una ferita silenziosa che impoverisce tutti.

E poi devi sapere quello che stanno facendo a noi donne. Ancora oggi ci troviamo a difendere il diritto di scelta sul nostro corpo, sulla nostra vita, sul nostro futuro.

Viviamo sotto il peso delle discriminazioni, della violenza, delle responsabilità familiari date per scontate, del lavoro di cura invisibile e non riconosciuto. E troppo spesso dobbiamo dimostrare il doppio per ottenere la metà.

Viviamo dentro uno Stato che parla continuamente di natalità, come fosse la nostra unica prerogativa.

Uno Stato che ci chiede sacrifici, ma non garantisce davvero libertà, servizi, parità salariale, indipendenza economica.

E così il nostro corpo continua a essere terreno di scontro politico, culturale e ideologico. Come se la libertà femminile facesse ancora paura.

Nel frattempo, parlano soltanto di sicurezza per fomentare le paure.

Ma ti direi questo, Peppino — e so che annuiresti —: la sicurezza vera è, prima di tutto, sociale ed economica.

È poter contare su un lavoro stabile, dignitoso, adeguatamente retribuito.

È avere una casa, un luogo accogliente dove vivere e costruire il proprio futuro senza l’angoscia della precarietà.

È abitare quartieri vivi, attraversati da relazioni, iniziative, cultura, socialità, bellezza condivisa. Quartieri capaci di contrastare la solitudine crescente delle persone, l’abbandono, il senso di invisibilità.

Questa è sicurezza.

Non i carri armati davanti alle stazioni.

Non le telecamere ovunque.

Non le leggi che limitano il diritto di manifestare.

Non impedire a chi perde il lavoro di gridare la propria disperazione.

Quella non è sicurezza.

È paura organizzata.

È controllo trasformato in linguaggio politico.

E infatti si prepara l’ennesimo decreto sicurezza.

Un provvedimento che promette protezione ma rischia invece di comprimere libertà, restringere gli spazi del dissenso, mettere le persone una contro l’altra, trasformare il conflitto sociale in problema di ordine pubblico.

Perché quando si smette di affrontare le disuguaglianze, spesso si prova semplicemente a zittirle.

E poi, Peppino, c’è ancora la mafia.

Non l’abbiamo ancora fermata.

Ma oggi la conosciamo meglio. Anche grazie a te.

Le mafie non sono più soltanto quelle delle sparatorie, delle lupare, delle stragi che riempiono i telegiornali. Oggi inseguono i soldi, gli investimenti, gli appalti, la finanza. Si fanno impresa, si infiltrano nell’economia legale, si confondono con il potere economico e politico.

Sono silenziose, pervasive, adattabili.

E proprio perché sparano meno, molti pensano che siano scomparse o che riguardino sempre qualcun altro.

E invece ci riguardano eccome.

Riguardano il lavoro sfruttato, la corruzione, il voto di scambio, il controllo dei territori, l’economia piegata al profitto senza regole. Riguardano tutte le nostre città, anche quelle apparentemente tranquille.

Ma nel frattempo si costruisce un altro nemico: il migrante, la migrante.

Persone che lavorano nei nostri campi, nei cantieri, nella logistica, nelle case.

Persone che si spezzano la schiena per salari bassissimi.

È più facile prendersela con loro che guardare in faccia i veri poteri, le vere disuguaglianze, i veri privilegi.

È più semplice alimentare la paura che costruire giustizia sociale.

Si costruiscono persino nuovi luoghi di detenzione fuori dai confini, in Albania. I nuovi lager 4.0.

Strutture costosissime, inutili, simboliche. Luoghi pensati più per costruire consenso sulla paura che per risolvere davvero problemi complessi.

Veri e propri spazi di esclusione, che servono ad alimentare l’idea che possano esistere esseri umani da tenere lontani, invisibili, sospesi fuori dai diritti.

Eppure, nonostante tutto, Peppino, noi non stiamo fermi.

Qualcosa si muove.

C’è un grande movimento che sta nascendo proprio per contrastare tutto questo. Persone che non accettano che la sicurezza venga usata come strumento di divisione e propaganda.

Persone che tornano nelle piazze, nelle assemblee, nelle reti sociali, nei territori, per difendere la democrazia, la libertà, la dignità delle persone.

E forse la speranza sta proprio lì: nella capacità ostinata di continuare a esserci, anche quando sembra inutile, anche quando tutto spinge verso il cinismo e la rassegnazione.

C’è una rete viva, fortissima, di associazioni, collettivi, comunità, sindacati, scuole, presìdi culturali. Nei tuoi luoghi e in tanti altri.

Persone che ogni giorno fanno antimafia senza retorica: educano, costruiscono alternative, tengono aperti spazi di socialità.

Come sai, Peppino, nella tua casa, nei tuoi luoghi, nella tua radio, la tua voce non si è mai spenta.

E vogliamo alzarne il volume: vogliamo avviare nuovi progetti che parlano ai giovani usando proprio i linguaggi che tu amavi: la musica, la parola libera, l’ironia, la creatività, la voglia di mescolare cultura alta e cultura popolare.

Sperimenteremo nuovi modi di raccontare la realtà, di costruire coscienza critica senza retorica, senza paternalismo, senza distanza.

La tua radio non deve rimanere un ricordo.

Deve diventare un metodo. Un modo di stare al mondo. Un modo di rompere il silenzio.

Fa male vedere quanto oggi vengano mortificate la cultura, l’arte, la bellezza.

Si tagliano spazi, si riducono risorse, si impoveriscono scuole, biblioteche, teatri, luoghi culturali.

E troppo spesso vengono premiate superficialità, rumore, consenso facile, semplificazione continua.

Come se la cultura fosse un lusso per pochi e non uno strumento di emancipazione collettiva.

Come se l’arte non servisse a capire il mondo, ma soltanto a intrattenere e distrarre.

E invece no, Peppino.

La musica può ancora essere uno strumento potentissimo.

La cultura un atto politico.

La bellezza una forma di resistenza.

Dobbiamo educare allo sguardo critico.

Aprire possibilità.

Mettere in discussione l’esistente.

Costruire immaginazione, perché senza immaginazione non esiste cambiamento, non esiste giustizia, non esiste futuro.

La bellezza esiste, ma dobbiamo andarcela a cercare.

Perché spesso ce la nascondono dietro il rumore, dietro la paura, dietro la propaganda, dietro il consumo veloce delle emozioni.

E allora proviamo a essere sentinelle della democrazia.

A non lasciare indietro nessuno.

A tendere la mano anche quando questo significa essere chiamati “buonisti”, ingenui, inutili.

A restare umani in un tempo che spesso premia l’indifferenza.

Noi non arretriamo, Peppino.

Continuiamo a difendere il fiore del partigiano.

La Resistenza.

L’antifascismo.

L’antimafia.

Continuiamo a credere nelle parole, nella cultura, nella musica — proprio come facevi tu.

Le tue parole erano giuste. E facevano paura perché erano libere.

Io non so dove vanno le persone quando smettono di esserci.

Non so se resti qualcosa oltre il tempo, oltre il corpo, oltre il silenzio.

Ma so che alcune persone continuano a vivere nelle scelte degli altri, nei gesti, nelle battaglie, nelle idee che hanno saputo seminare.

E tu sei una di quelle.

Sei nelle lotte che continuano.

Sei nelle parole che si alzano.

Sei nei giovani che rifiutano di essere ridotti al silenzio o all’indifferenza.

Sei in chi sceglie da che parte stare, anche quando è più difficile, anche quando costa fatica, solitudine, incomprensione.

È un momento difficile, sì. Ma è anche un tempo pieno di possibilità straordinarie.

Perché proprio nei momenti più bui si vede chi c’è ad accendere una luce, invece di limitarsi a maledire il buio.

E allora resta con noi, Peppino.

Cammina con noi.

Aiutaci a non avere paura.

Aiutaci a non abituarci mai all’ingiustizia.

Aiutaci a non perdere la capacità di indignarci, di immaginare, di costruire. Perché noi, davvero, non smetteremo.

Lara Ghiglione, segretaria confederale Cgil nazionale